I saloni dei vecchi ai tempi del Coronavirus

Articolo di Vittorio Coletti apparso su “La Repubblica”

C’è anche un luogo meno frequentato e noto da cui osservare la nostra società ai tempi della nuova epidemia. Sono le case di riposo, le residenze per gli anziani, per gli affetti da malattie neurodegenerative. Le necessarie precauzioni per limitare i contatti e quindi i contagi, diventate ora più stringenti e severe, stanno di fatto tenendo fuori da questi luoghi i parenti dei malati, con quell’insieme di attenzioni affettuose, compagnia e cure personalizzate e aggiuntive che, direttamente o attraverso badanti esterne, essi assicuravano ai loro cari. Ora, i vecchi, i dementi stanno riuniti in atroci saloni, guardano il vuoto delle ore, come una sorta di schiera dolente in attesa rassegnata della fine, per lo più in un silenzio pesante, rotto solo a intermittenza dall’urlo o dal gemito di qualcuno che sta peggio o dai vani, per quanto generosi tentativi di qualche animatore di rallegrare un po’ l’ambiente. Quanti hanno un minimo di lucidità guardano gli ingressi da cui ormai non entra più nessuno, con una speranza che si affievolisce; gli altri si specchiano rassegnati o sconcertati nella dolente abulia dei loro vicini. Magari non riconoscono più le persone, ma le aspettano. Il virus forse li ucciderà o forse no. Non è certamente questa la preoccupazione maggiore, se vogliamo essere realisti. È il taglio finale degli affetti cui l’epidemia costringe questi sventurati anche se li lascia in vita. D’altra parte, il rispetto dovuto alle regole; la cautela verso soggetti fragilissimi; il riguardo che si deve al personale pericolosamente esposto impongono di accettare questa dura realtà. Ma forse se ne potrebbero attenuare i risvolti più dolorosi, dotando, se possibile, le strutture di uno strumento per le videochiamate, che consenta un minimo, pur labile contatto visivo tra i degenti e i loro cari, ed eliminando o riducendo i tristi saloni dell’infinita attesa. Questi saloni sono, oltre che frutto di una ovvia e comprensibile ragione logistica, anche effetto della stoltezza psicoterapeutica che ritiene che i malati si giovino della compagnia. È vero; ma di quella dei loro cari, di chi viene da fuori e porta ad essi ancora un brandello, delle immagini di vita, di calore vero, non di quella dei loro simili, come loro ghermiti dalla solitudine e dal gelo di membra e affetti, dei compagni di un viaggio così triste, che, a questo punto, è meglio forse terminare nella solitudine della propria camera, dove almeno si protegge nel riserbo quel che resta della propria fisica e psichica dignità. Esposti nella vetrina degli orrori, questi poveretti sono come fantasmi sbandati, cui da oggi non vengono più neppure i parenti a portare un temporaneo soccorso di affetti, abbracci, sorrisi.

Va detto che in queste residenze il personale è in genere magnifico, affettuoso, generoso, disponibile. Davvero l’Italia che lavora e non scappa. Ma è chiaro che, dati i numeri, il personale non può sopperire all’assenza dei congiunti. Di qui l’opportunità di rivedere la sistemazione dei malati negli spazi, riducendo quelli tristi grandi e comuni, pur inevitabili ai pasti e per altri appuntamenti, favorendo quelli piccoli e privati, spesso fortunatamente dotati del passatempo di una televisione e in grado di distrarre un po’ dal dolore e dalla mortificazione che i pazienti provano nel vedere rispecchiata la propria rovina psicofisica in quella degli altri.

I parenti che escono da questi ambienti e non vi rientreranno fino a quando durerà l’epidemia guardano col cuore piccolo i loro cari, vecchi diventati bambini inermi e disperati; non sanno se e come li ritroveranno fra qualche settimana o mese. Loro, i pazienti, li vedono uscire con sgomento, a mani virtualmente tese, quasi consapevoli, anche i meno lucidi, dello strappo che sta per straziarli ulteriormente, grazie al virus venuto da lontano ad aggiungere altri dolori ai loro già troppo numerosi e irrimediabili.

Vittorio Coletti

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