Tempi nuovi

di Serena Fioris

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, trent’anni fa, annunciava come imminente la scomparsa delle epidemie grazie al progetto Salute per tutti entro l’anno 2000. Rientrava in un piano dell’OMS, il quale manifestava la speranza che gli inizi del XXI secolo non avrebbero più visto epidemie tra gli abitanti della terra. Oggi la stessa organizzazione registra una pandemia con più di un milione di contagiati.

In questi tempi, più che dalla scienza, è dalla letteratura che giungono parole significative. Queste sono quelle della scrittrice polacca Olga Tokarczuk, premio Nobel nel 2018:

“Davanti ai nostri occhi si dissolve come nebbia al sole il paradigma della civiltà che ci ha formato negli ultimi duecento anni: che siamo i signori del Creato, possiamo tutto e il mondo appartiene a noi. Stanno arrivando tempi nuovi”.

A un livello ancor più profondo, è lo spirito che sussurra alle orecchie del cuore, quello spirito dimenticato, sepolto sotto il cumulo di attività frenetiche e abitudini incallite, di svago e fugacità. 

Dall’intimo la sua voce  – sottile sì, addirittura silenziosa-  tra rumori assordanti e perpetui, si affaccia timida e forte. Se la ascoltassimo tutti insieme, se insieme ripetessimo queste parole tratte da La ballata della speranza, del poeta David Maria Turoldo, in cui bellezza e verità si fondono sino a diventare canto appassionato dell’anima…

“Oh, se sperassimo tutti insieme

tutti la stessa speranza

e intensamente

ferocemente sperassimo

sperassimo con le pietre

e gli alberi e il grano sotto la neve

e gridassimo con la carne e il sangue

con gli occhi e le mani e il sangue;

sperassimo con tutte le viscere

con tutta la mente e il cuore

Lui solo sperassimo;

oh se sperassimo tutti insieme

con tutte le cose

sperassimo Lui solamente

desiderio dell’intera creazione;

e sperassimo con tutti i disperati

con tutti i carcerati

come i minatori quando escono

dalle viscere della terra,

sperassimo con la forza cieca

del morente che non vuol morire,

come l’innocente dopo il processo

in attesa della sentenza,

oppure con il condannato

avanti il plotone d’esecuzione

sicuro che i fucili non spareranno;

se sperassimo come l’amante

che ha l’amore lontano

e tutti insieme sperassimo,

a un punto solo

tutta la terra uomini

e ogni essere vivente

sperasse con noi

e foreste e fiumi e oceani,

la terra fosse un solo

oceano di speranza

e la speranza avesse una voce sola

un boato come quello del mare,

e tutti i fanciulli e quanti

non hanno favella

per prodigio

a un punto convenuto

tutti insieme

affamati malati disperati,

e quanti non hanno fede

ma ugualmente abbiano speranza

e con noi gridassero

astri e pietre,

purché di nuovo un silenzio altissimo

– il silenzio delle origini –

prima fasci la terra intera

e la notte sia al suo vertice;

quando ormai ogni motore riposi

e sia ucciso ogni rumore

ogni parola uccisa

– finito questo vaniloquio! –

e un silenzio mai prima udito

(anche il vento faccia silenzio

anche il mare abbia un attimo di silenzio,

un attimo che sarà la sospensione del mondo),

quando si farà questo

disperato silenzio

e stringerà il cuore della terra

e noi finalmente in quell’attimo dicessimo

quest’unica parola

perché delusi di ogni altra attesa

disperati di ogni altra speranza,

quando appunto così disperati

sperassimo e urlassimo

(ma tutti insieme

e a quel punto convenuti)

certi che non vale chiedere più nulla

ma solo quella cosa

allora appunto urlassimo

in nome di tutto il creato

(ma tutti insieme e a quel punto)

VIENI VIENI VIENI, Signore

vieni da qualunque parte del cielo

o degli abissi della terra

o dalle profondità di noi stessi

(ciò non importa) ma vieni,

urlassimo solo: VIENI!

da qui

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