
di Riccardo Ferrazzi
Raul Montanari torna in libreria con questo romanzo che segna un cambio di passo sostanziale nella sua poetica. Raul è sempre lui, ma nel romanzo tutto è nuovo: la tematica, gli snodi narrativi, e anche lo stile, riposato, elegiaco, introspettivo.
Il protagonista non è più un uomo d’azione, senza scrupoli ma con una sua dirittura morale, come nei precedenti romanzi. Milo Molteni è uno come noi, che si mette nei guai per una specie di “buon cuore” naturale, normale, senza estremismi, e anche un po’ per curiosità, per incoscienza. Proprio come potrebbe capitare a noi.
Ma questa volta non c’è un cadavere, non c’è un assassino da scoprire, e il nemico, che pure esiste, non minaccia direttamente il protagonista o la sua donna. Certo, i cadaveri non mancano (nell’antefatto e verso la fine), ma non sono misteriosi: sono causati da una concatenazione inevitabile, una “ananke”, dalla quale si esce come da un’epidemia: percossi, segnati per sempre.
Il protagonista si trova costretto a rimettere in discussione tutto ciò che ha costituito la sua vita: il buonismo semplicistico in cui ha creduto fino a ieri e sul quale ha costruito il suo successo professionale, l’amore cercato, tentato, messo alla prova e fallito per immaturità. Una realtà sentita raccontare spesso, ma con la quale non aveva mai dovuto sporcarsi le mani, lo costringerà ad affrontare il senso della vita: il motivo per cui il suo quasi-matrimonio era fallito.
Per la prima volta Raul Montanari cambia tematica: l’affermazione vitalistica dei protagonisti dei suoi primi romanzi si stempera nel desiderio di paternità di Milo Molteni. La vicenda in cui si trova coinvolto porta il protagonista a rimpiangere di non aver affrontato la prova quando sarebbe stato il momento giusto. E qui è dove si rivela lo scrittore di classe: il suo stile non muta ma diventa pensoso, i sentimenti sono occasione di ragionamento, le dimensioni della storia si dilatano. Il narratore non è cambiato, e si sente, ma la sua voce non ha più il nervosismo di chi espone situazioni da risolvere con una giusta dose di violenza: Milo Molteni, che non è un uomo d’azione, si lascia coinvolgere in una serie di fatti sui quali, più che intervenire, deve riflettere. E la riflessione contiene sempre un po’ di malinconia.
Per Milo la storia potrebbe finire male se non ci fosse il provvidenziale intervento dell’investigatore privato Ric Velardi che anche in questo romanzo funge da deus ex machina (è un personaggio ricorrente nei romanzi di Montanari, tanto che a volte mi è parso di vederlo in via Cenisio, alla fermata del 12). Ma anche gli altri comprimari hanno una presenza quasi fisica (come il tozzo Carminati o il cherubino Sante) o eterea come Muzzopappa (con le sue compilation di canti gregoriani). O la stupenda Vera, la ragazza indipendente e innamorata che tutti abbiamo sognato di incontrare. E l’apollineo, bugiardo, patetico Adam, dalla immagine botticelliana umanamente tradita dai denti storti.
Spesso, negli anni in cui ho frequentato le lezioni di Raul, mi è capitato di sentirlo particolarmente fiero di questo o quel brano dei suoi romanzi. In “La seconda porta” non troverete effetti speciali e fuochi d’artificio: lo spettacolo è il romanzo, tutto intero. Semmai, il capolavoro è l’epilogo: non un semplice anticlimax, per sistemare le questioni pendenti, ma una meditazione senza oggetto, con lo stupore di chi vede passare la vita come un treno al passaggio a livello, un vagone dopo l’altro. La potenza straniante della metafora.
