
Il viaggio è forma moderna, organizzata e libera della viandanza. Viandante è chi copre lunghe distanze a piedi, perlopiù fuori città. Viaggiare è la forma di conoscenza più naturale e ancestrale per conoscere e conoscersi nel profondo, e comprendere così la propria via attraverso la scoperta di luoghi e persone e il confronto continuo; che dànno la misura della grandezza della nostra infinitesimalità. Questo libro di Daniela Raimondi ci conferma la sua vocazione a questa straordinaria forma cognitiva da cui la sua poesia felicemente sugge, offrendoci ancora una volta gli ottimi frutti. I luoghi descritti – Terra promessa, America, Africa, India e Manikàrnica, Circolo polare artico e Mare Nostrum – titolano anche i capitoli del libro, e lo stesso libro.
Le poesie sono quadri che alternano mirabilmente, con efficaci pennellate, la bellezza e il dolore del mondo, le tragedie e la cronaca triste di ogni giorno, i riti antichi e moderni negli angoli del pianeta. La sensibilità dell’autrice sfiora con delicata pietas le vicende e i contesti narrati; non di meno si coglie in queste poesie un canto accorato alla vita, una fiducia creaturale nel suo inarrestabile rinnovarsi, e una gratitudine francescana: “…ringraziarti voglio per la luce di questo mattino/quando l’alba canta il tuo nome /…/Grazie per la molta bellezza che hai sparso sulla terra…” Una gratitudine che guarda il dolore individuale e collettivo, e si trasforma a volte in preghiera: ‘Salvaci, Padre,/dalla mancanza della felicità,/salvaci da tutti i sogni/che abbiamo lasciato/morire./Togli dalle nostre bocche il tuo pane malato/e portaci verso cieli più miti,/il corpo a brillare fra i papaveri/e con il bene dentro.’
Giovanni Nuscis
Thankgiving
Non è dato conoscerti,
ma ringraziarti voglio per la luce di questo mattino
quando l’alba canta il tuo nome
in un coro festoso di uccelli.
Grazie per la molta bellezza che hai sparso sulla terra,
per la danza dei corpi celesti,
per il sole e per le stelle che galleggiano nel buio.
Ringraziarti voglio per gli arcipelaghi di luce
che ogni giorno spargi sui campi
per la legge della fioritura
e per la pioggia che guarisce la sete del deserto.
Grazie per la dolcezza dei mandarini,
per l’olio, il pane,
per la foglia e per il seme.
Benedetta sia la parola amore
e benedetti siano la gioia dei corpi,
il fiato dei bimbi e le loro mani piccole.
Ringraziarti voglio per lo sbadiglio del gatto,
per l’acqua del ruscello e il profumo dei giacinti.
Grazie per la potenza delle maree,
per il fiore della salvia il cuore rosso dell’ibisco.
Ringraziarti voglio
per il polline che vola sulle ali dell’ape
e ogni forma terrestre, docile e viva,
che feconda la terra cantando il tuo nome.
*
Emigranti
Preghiera dell’addio
Ce ne andremo un mattino d’inverno,
nei piedi il peso della seta
e nelle mani una valigia vuota.
Cammineremo spinti dal vento
lasciandoci dietro tre ciglia sul cuscino,
l’odore aspro della terra e del sudore.
Partiremo soli
l’ultimo sguardo in fondo al giardino,
un ritratto premuto contro il petto.
Ma ugualmente andremo, dicendo:
‘Salvaci, Padre,
dalla mancanza della felicità,
salvaci da tutti i sogni
che abbiamo lasciato morire.
Togli dalle nostre bocche il tuo pane malato
e portaci verso cieli più miti,
il corpo a brillare fra i papaveri
e con il bene dentro.’
*
II. Roghi
Un uomo che muore è fatto di sangue,
di tempo e memorie.
Lungo le rive pesano il legno di sandalo.
Diecimila rupie è il prezzo della salvezza,
un angolo di Paradiso comprato sulla riva più santa.
Le termiti intarsiano le grandi cataste di legna.
Insaziabili divorano tronchi, ricamano ceppi.
Gli uccelli volano in cerchio intorno ai cadaveri
mentre i corpi attendono la purezza del fuoco.
Basteranno tre ore sul rogo
per dar fine a un percorso terreno.
I morti arrivano legati su brande di giunco.
Scendono come tante madonne lungo i vicoli bui,
sobbalzano sui gradini di pietra,
volteggiano come libellule nei labirinti della città.
Sono avvolti in un candido telo,
ricoperti da ghirlande di fiori e nastri d’argento.
Giunti al fiume, li posano in file ordinate lungo la riva.
Le mosche si addensano intorno ai cadaveri.
Scorgo la forma del viso sotto la tela:
la punta del naso, la bocca contratta.
Gli intoccabili immergono i morti nell’acqua
infine adagiano i corpi lungo le scalinate.
Saranno asciugati dal vento,
profumati dal loto e l’incenso.
Le vacche vagano tra i fuochi di Manikàrnica,
ruminano accanto alla rovina dei corpi.
Hanno occhi dolci, le corna dipinte di azzurro.
Un vitello calpesta un tizzone che arde,
impazzito corre tra i fuochi.
Scalcia la morte là, dove ogni cosa finisce.
*
Nessuno mette i figli su una barca
a meno che l’acqua non sia più sicura della terra.
(W.S)
Uomini arrampicati come uccelli sui pali della nave,
gettati come pesci nelle pance nere delle barche.
I cuori dei bimbi sono piccoli roghi nel buio,
nei loro occhi ardono cento città in fiamme.
Cinque volte al giorno pregano il dio
che spinge le barche verso l’acqua sicura dei porti.
Ancora sognano una terra promessa,
l’azzurra pazienza delle foreste.
L’orrore più grande non è il puzzo di feci e di urina
ma fiato di chi ti muore accanto,
è l’angolo lasciato vuoto per stuprare le femmine.
Non c’è spazio per stendersi.
Dormono seduti, le teste che ciondolano.
La notte è gelida,
la terra una macchina nera
che appare e sparisce tra i fulmini.
*
Daniela RAIMONDI
I FUOCHI DI MANIKARNICA
puntoacapo Editrice (2020)
Prefazione di Emanuele Spano

Un grande grazie, Gianni, per la tua lettura attenta e partecipe al mio ultimo libro.
Ancora una volta Daniela fa centro. La sua poesia coglie I centri nevralgici del nostro esistere, ogni vibrazione di grazia, e ogni linea di dolore planetario. Lo fa con il suo inconfondibile stile, e il suo canto, che pure rende grazie per la bellezza dell’universo, ci attraversa il petto con un aroma di fiori e di spine.
Grazie, Annamaria, per la tua amicizia e generosità. Un abbraccio.