
[da L’io singolare proprio mio]
Quasi sempre chi è contento è anche volgare;
c’è nella contentezza un pensiero
che ha fretta e non ha tempo per guardare
ma passa via compatto e maniacale
e reca oltraggio volgendosi a chi muore
– Avanti con la vita, su, coraggio!
Chi è fermo nel dolore non frequenti
gli allegri e disinvolti corridori
ma solo i passi lenti dei suoi uguali.
Se una ruota s’inceppa e l’altra gira
quella che gira non smette di girare
ma avanza quanto può e trascina l’altra
in una corsa povera e sghimbescio
finché il carretto o si ferma o si rovescia.
***
Questa poesia di Patrizia Cavalli ci interpella senza convenevoli, a cominciare dall’esordio.
“Quasi sempre chi è contento è anche volgare”: sembra un cortocircuito inaccettabile, soprattutto se pensiamo a certe persone dolci, delicate, contente, che tutto sono tranne che volgari.
“c’è nella contentezza un pensiero che ha fretta e non ha tempo per guardare”: è qui che comincia a chiarirsi il senso dell’affermazione. Il pensiero che ha fretta, che non ha tempo di guardare, è un riferimento alla superficialità, il male del nostro tempo. Un tempo che non ha tempo, che è sempre affaccendato in qualcosa di diverso dall’essenziale. La distrazione prevale sulla concentrazione, la dispersione sull’unità. Anche i giovani più impegnati, spesso, cominciano mille cose senza portarne a termine alcuna.
“Ma passa via compatto e maniacale”: la compattezza non è frutto di una coerenza, ma di una mancanza di approfondimento; è la falsa sicurezza che diventa mania, perché vuole imporsi e imporre, dimenticando il rispetto per sé e per gli altri.
“E reca oltraggio volgendosi a chi muore
– Avanti con la vita, su, coraggio!”: sono le consolazioni facili che non consolano, di cui tutti abbiamo fatto esperienza; i casi in cui è meglio tacere empaticamente.
“Chi è fermo nel dolore non frequenti / gli allegri e disinvolti corridori / ma solo i passi lenti dei suoi uguali”: una canzone di Francesco De Gregori, intitolata A passo d’uomo, è un buon commento a questi versi. La calma è un criterio imprescindibile per chi cerca una misura umana nella quotidianità.
Gli ultimi versi traggono le conseguenze: senza profondità si rischia la rovina. La tridimensionalità dei Padri, ancora una volta, è la risposta: non basta sentire con il corpo né orientarsi con la psiche; bisogna che si verifichi la trasformazione, possibile solo nello spirito. E ogni trasformazione richiede tempo e pazienza.

La vera empatia vorrebbe che ci si rallegrasse con chi è nella gioia, e si piangesse con chi è nel pianto. Ma tale sensibilità è propria dello spirito, “volgare” è l’appiattimento su una dimensione puramente carnale, che esclude la profondità, senza la quale il godimento della gioia diviene egoismo.
Uno spunto di riflessione molto interessante, grazie!
Attenzione e profondità, la vera ricetta della contentezza.
Eh sì, patrizietta conosce bene la musica del pensiero Fausto Carratù