
[Da un eterno esilio]
Da un eterno esilio
eternamente ritorno
e coi giorni mi volgo e mi confondo,
vado, da me sempre più lontano,
divelto per erbe prati e tempi
d’ottobre
e silenzi confidati agli orecchi
da stelle e monti.
“Da un eterno esilio”: ci si ritrova facilmente in questo verso iniziale. L’essere umano si sente spesso espatriato, in una condizione in cui non è se stesso.
“Eternamente ritorno”: c’è qualcosa che ci spinge a tornare dai territori dell’alienazione. Sono significativi i termini usati nelle diverse lingue per esprimere la realtà della conversione. Il greco metanoia sottolinea il cambiamento di mentalità; l’ebraico è più pregnante: shub è il gesto del ritorno, icasticamente rappresentato da Gesù nella parabola che un tempo si chiamava del figlio prodigo. La sua metafora trasparente è il perdersi, con il peccato, in un paese straniero, dove più nulla ci parla dell’amore. È allora che il figlio decide di tornare dall’”esilio”.
“E coi giorni mi volgo e mi confondo”: la ricerca della terra promessa dell’amore e dell’autenticità della vita è ardua; si può cadere facilmente nella confusione, inseguendo luci che si rivelano miraggi. Chiunque abbia intrapreso il cammino dello spirito, ossia della profondità umana, ha sperimentato labirinti a volte angosciosi.
“Vado, da me sempre più lontano”: l’esperienza più drammatica è quando accade che più si cerca, più ci si allontana. Vogliamo dare una forma alla vita, ma è dalla vita che riceviamo la forma.
“E silenzi confidati agli orecchi/ da stelle e monti”: la conclusione apre uno spiraglio. È necessario ascoltare il richiamo che viene da un oltre: la voce di silenzio sottile con cui si comunica un senso che non potremmo mai attingere con le nostre forze.

Una poesia che dipinge perfettamente la condizione umana, e un commento che aiuta a spostare lo sguardo dalla terra al cielo, perché solo così si può afferrare quel “senso che non potremmo mai attingere con le nostre forze”.
L’ha ripubblicato su Paolo Ottaviani's Weblog.