Recensione di Francesco Improta
Maria Gabriella Mariani, I sogni della ragione non generano mostri, Genesi Editrice, 2020
L’ultimo libro di Maria Gabriella Mariani, musicista e concertista di fama internazionale, è un romanzo intrigante dal titolo evocativo che rimanda a Francisco Goya pur negandone l’assunto originale, I sogni della ragione non generano mostri (Genesi editrice, 10 €). Con la sua acquaforte F. Goya voleva non solo mettere in guardia dai pericoli insiti nel crepuscolo della ragione ma anche sottolineare l’importanza di quest’ultima nella creazione di un’opera d’arte. E l’arte, la sua genesi, la sua funzione sono anche al centro del nuovo romanzo della Mariani, che affronta allo stesso tempo, in maniera più o meno esplicita, tanti altri motivi: la solitudine, la mancanza, la commistione e la confusione tra arte e vita, l’amore, la scrittura, il sogno e il rapporto tra discepolo e maestro. Ma procediamo con ordine.
Il protagonista, Bunny Reiner, è un impiegato di una ditta di cucine componibili e nel nome, decisamente insolito (coniglio), reca impresso il suo destino. Pavido, insoddisfatto, privo di slanci e di affetti, se si esclude una ragazza di nome Sara, a cui spesso e volentieri si dimentica di telefonare, tanto irrilevante è la sua presenza nella propria vita, Bunny conduce un’esistenza noiosa, abitudinaria e inutile. L’incontro, però, casuale in una libreria con uno scrittore famoso ed enigmatico, dal nome altrettanto eccentrico (Cheek), smuove qualcosa nelle sue giornate. Bunny cerca di ricontattarlo ma inutilmente; a distanza di mesi ripassando dalla stessa libreria gli viene consegnato un pacco che lo scrittore aveva lasciato per lui un mese prima di morire. Nel pacco c’è un libro di 128 pagine bianche e in quarta di copertina un giudizio molto lusinghiero sullo stile dell’autore di quel libro tutto da scrivere. Al centro della copertina il titolo Istruzioni per l’uso che se da un lato ci richiama alla mente il capolavoro di Georges Perec e l’OuLiPo, l’officina di letteratura potenziale, a cui del resto il libro con i suoi vincoli e le sue limitazioni, con la sua struttura originale sembra richiamarci, dall’altro pone l’accento su uno dei temi fondamentali del romanzo il rapporto tra discepolo e maestro, quella corrente di stima, di affetto e di amicizia che lega due persone nel reciproco desiderio di dare e di ricevere. Quella relazione paideutica duale, che attraverso incontri e scontri porta il discepolo a trasformarsi, a uscire dal sé stesso precedente per acquisire un sé trasfigurato da quel rapporto, si tratta, a ben guardare, di un divenire sé stesso attraverso l’altro. Il maestro, il mentore diventa un punto di riferimento imprescindibile, una bussola che ci aiuta a orientarci, a scoprire il mondo e noi stessi, e a fare scelte anche se non vantaggiose sempre consapevoli. E il Maestro rimane tale, anche dopo la sua scomparsa, come dice esplicitamente l’autrice nella nota introduttiva e quale appare, nel corso del romanzo, Cheek con cui Bunny continua a mantenere, attraverso le pagine bianche, un dialogo continuo, suggestionato anche dal biglietto che aveva trovato insieme al libro e che recita testualmente così: “Siamo soli amico mio. Un libro. Questo è quel che ci vuole, al diavolo piacendo”.
Ed eccoci al secondo tema, la solitudine, non è un caso che le tre parti che compongono il romanzo si aprano con un capitolo intitolato la solitudine. Bunny è come abbiamo detto profondamente solo e prima dell’incontro con Cheek, che lo induce all’autoanalisi, non gode neppure della compagnia di sé stesso ma si limita a reiterare in maniera automatica gesti e azioni, e neppure Sara o i colleghi di lavoro (amici neanche a parlarne) riescono a colmare il vuoto che lo attanaglia. Solitudine che neppure gli incontri successivi con Serena, Vincent e Valeria riescono a dissipare, anche se letture, riflessioni, viaggi e creazioni pittoriche occupano tutto il suo tempo e il suo spazio fisico e mentale. In poco tempo Bunny segregatosi volontariamente in casa dopo essersi abbandonato ad una forma di indolenza rassegnata e rinunciataria, tanto da sfiorare l’oblomovismo, in un momento di furore creativo dipinge tante tele da non sapere più dove poggiarle. La casa diventa una sorta di disordinato atelier e di questa nuova fase creativa scrive, rivolgendosi al suo muto e assente interlocutore, sulle pagine bianche (da notare come gli appunti, le riflessioni, le congetture che si addensano nella sua mente, quando si distendono sulla pagina vengono scritte in corsivo).
Tu scrivevi quadri, non avevi bisogno di soggetti d’importazione. I tuoi libri presentano, non rappresentano, il linguaggio definisce, non si limita a suggerire. Io vorrei scrivere quadri attraverso la pittura; tu riuscivi a dipingerli attraverso la scrittura; ne venivano fuori dei quadri di soggetti viventi la cui presenza viene non solo percepita ma vissuta dall’esterno e dall’interno. […] La tua arte non è indefinita, la tua arte definisce, isola, costruisce, evidenzia.
La prima parte di queste riflessioni mi ha riportato alla mente la nouvelle vague e la camera-stylo, il proposito teorizzato da Alexandre Astruc e dai registi del movimento, in particolare da F. Truffaut, di utilizzare la macchina da presa come fosse una penna, in grado di descrivere il mondo intellettuale e morale degli autori che riconoscevano, per riprendere un concetto espresso prima, nello stesso Astruc e in André Bazin i loro maestri. Più opinabile e ambigua la conclusione di queste riflessioni in cui si lascia intendere che l’arte debba definire, costruire, evidenziare, se così fosse l’infinito di Leopardi, il non-finito michelangiolesco e l’impressionismo musicale di C. Debussy, il musicista che dipingeva la musica, non avrebbero valore.
Le riflessioni sull’arte, che Bunny aveva affidato alle pagine bianche, si riaffacciano in una discussione concitata, nel cuore della notte, con Vincent il promotore e agente che si era ripromesso di far conoscere la pittura di Bunny, ed è durante questa telefonata che si parla della genesi dell’arte, se essa abbia bisogno del vuoto o della pienezza per venire alla luce, se l’arte rispecchi la vita o sia la vita a imitare l’arte. Il discorso affronta anche problemi più concreti, nel momento in cui si evidenziano le difficoltà di mercato che, nel caso specifico, è monopolizzato da qualche collezionista e da galleristi avidi e senza scrupoli, mentre altri punti sono più tecnici o personali, si afferma, infatti, che la tela non può catturare il movimento anche se qualcuno ci è riuscito (chiara allusione ai futuristi e a Giacomo Balla in particolare) e che la luce non illumina il vuoto. Questa discussione con Vincent e quella successiva con Valeria, una donna altrettanto misteriosa, in fuga da sé stessa, dal passato e dalle sue paure. sono tra le cose più belle del libro e rivelano le straordinarie capacità dialogiche di Gabriella Mariani:
… Bisogno, desiderio… Sono queste le leve del mondo. […] Una vita senza bisogni è un purgatorio senza la speranza di conquistare il paradiso. Oppure è un inferno, senza la speranza di risalire la china. Quelli senza bisogni sono saturi o sono perduti.
Accanto, però, a questa abilità nell’imbastire i dialoghi ci sono anche indiscutibili doti descrittive che fanno della Mariani una scrittrice di razza e rivelano un talento non comune che si aggiunge ai tanti talenti di cui ha dato prova nella sua vita. Valga come esempio questa breve ma efficace descrizione della Normandia:
… Il porto di Honfleur gli sembrò incantevole con le sue case tutte allineate, con le sue barche ugualmente allineate, tutto in ordine e ridente. Gli scorci notturni, quelli bucolici, l’atmosfera sognante del Mont St. Michel, avvolto dal mare, rigoglioso di pascoli. Colori tenui, ombrelloni, giostre, bambini nei parchi, panorami incantevoli quasi rarefatti. Guardava dai cancelli e dagli steccati le oche che si aggiravano tra i giocattoli e i tavolini in ferro battuto. Strade strette, mulini a vento, balconi che si abbarbicavano l’uno sull’altro, fiori sui davanzali delle finestre. Ogni cosa al suo posto, gente silenziosa e accogliente.
Lasciamo ai lettori, come è giusto che sia, il piacere di scoprire come si conclude questo libro complesso, intrigante ma irrinunciabile.
Buona lettura.
