
Lo dico subito (e lo spiego dopo): per me il libro Nove Racconti di J. D. Salinger, edito da Einaudi, nella traduzione di Carlo Fruttero, datata 1962, avrebbe bisogno di una riverniciata.
Doverosa premessa: quella che state leggendo non è una recensione del libro scritto dall’autore de Il giovane Holden. Per chi non avesse ancora letto questi racconti, e volesse saperne qualcosa in più, lo invito ad andarsi a cercare uno dei tanti giudizi (sui giornali o sul web) che sono stati pubblicati negli ultimi decenni. Qui, infatti, non si parlerà del contenuto, e nemmeno dello stile con cui questi racconti sono stati scritti. Se Salinger, insomma, è stato o meno il più grande scrittore di sempre, lo lasciamo decidere ad altri in altra sede.
Il mio obiettivo è portare alla luce un piccolo fatto che reputo importante. Di Salinger avevo letto, un bel po’ di anni fa, appunto, solo Il Giovane Holden ed ho deciso di confrontarmi con i Racconti perché volevo leggere testi brevi, veloci, e non il classico romanzone da cinquecento pagine.
Leggendo questo libro, però, mi sono accorto, sin da subito, che qua e là c’era qualcosa che stonava: sono presenti nel testo delle forme arcaiche che appesantiscono molto la lettura. Niente di clamoroso, certo, i racconti filano via, ma se l’obiettivo è farsi leggere, conquistare nuove schiere di lettori, ebbene l’impressione è che si cominci dalla parte sbagliata.
Dalla teoria alla pratica. Di cosa sto parlando? Faccio un esempio: nel testo, prima di tutto, c’è un errore di battuta. A pagina 96, sul finire del penultimo rigo, si legge: “e un camiciotto bianco, pulito. con un disegno stampato”. Regola: dopo un segno di interpunzione, ci vuole la maiuscola.
Pensando di trovarmi davanti ad un errore di battitura, ho scritto ad Einaudi, via ufficio stampa, segnalando il refuso. Mi è stato risposto che giravano la mia mail all’ufficio che si occupa di queste cose. Domanda: possibile che in tanti anni nessuno abbia notato questo errore? O che nessuno si sia preso la briga di correggerlo? Stiamo parlando di Fruttero, di Einaudi, di Salinger: i Nove racconti vengono continuamente consigliati e riconsigliati.
Detto questo, sono andato avanti nella lettura e ho notato la presenza di alcuni verbi o sostantivi ormai passati in disuso da diverso tempo. Arcaici, appunto.
Pagina 68, settimo rigo: “apersi il mio portaprovviste”. “Apersi!?”. Direi: aprii. E poi anche portaprovviste: porta provviste. Pagina 176, terzo rigo: “Apersi la busta del terzo allievo”,
Pagina 74: “attaccata sopra lo specchietto retrovisivo del parabrezza”, e ancora più giù: “le stringhe di liquerizia cadute in terra”. Molto meglio: retrovisore e liquirizia.
Per non parlare poi di azzardosa (pag. 83) e stortignacola (pag. 86), e potrei andare avanti citando altri casi.
La lingua evolve, è magmatica, e questo è un libro che le nuove generazioni stanno maneggiando. Sottolineo, poi, più di qualche passo farraginoso, di difficile lettura e comprensione.
Non parlo di contenuto né di stile, che invece apprezzo. Alle pagine 50-51 e 81 troviamo frasi come “porco dito”, “porco cestino”, “porca carta igienica” e “porco autobus”. Questo è o.k., va bene, regge ancora oggi a distanza di quasi settanta anni da quando i racconti sono stati scritti e pubblicati da Jerome David.
Ma apersi, retrovisivo, liquerizia come mai non sono stati adeguati al parlato contemporaneo? Me lo sono chiesto spesso mentre leggevo questi racconti: un po’ tutti si sono sempre detti entusiasti di questo testo, nella traduzione di Fruttero. C’è solo da capire perché non è stato aggiornato.
Ho chiesto ad un amico scrittore e la sua risposta è stata eloquente: “mi sembra una problematica vecchia come il cucco (sono tonnellate le traduzioni di giganti che andrebbero rifatte, ma non si fanno per un motivo: costano!). Quando ci sarà una richiesta del mercato tale da giustificare un investimento (traduzione e ristampa) vedrai che Einaudi lo farà”.
Soldi, dunque: ma è sufficiente porsi questo limite, per un testo così famoso ed importante? Per curiosità, sono andato a farmi un giro su internet per capire se qualcuno prima di me avesse o meno notato qualcosa.
Ci sono due articoli: nel primo si accenna proprio alla traduzione di Fruttero. Dice l’autore: “Un’amica mi aveva consigliato caldamente i Nove racconti, ed è stata una rivelazione: una prosa di meravigliosa limpidezza (nella traduzione di Carlo Fruttero, per nulla invecchiata dopo più di cinquant’anni) al servizio, con partecipazione e ironia, di storie coinvolgenti o sconvolgenti, e anche (è davvero il caso di dirlo) al servizio della poesia” (http://www.grammaland.it/luomo-ghignante-bambini-prodigio/).
Il secondo entra un po’ più nello specifico: “L’impatto iniziale con i racconti di Salinger, devo ammettere, non è stato dei migliori. Ho dovuto leggerli tutti due volte, prima di riuscire a comprenderne il (o parte del) senso. Un po’ è sicuramente colpa della traduzione di Carlo Fruttero, che poteva essere una grande traduzione quando è uscita ma che ora è decisamente troppo invecchiata. Una traduzione così, fatta da un grande tra l’altro, può far parte del fascino del libro, certo, ma nel mio caso ha reso la lettura davvero faticosa” (http://lalettricerampante.blogspot.com/2015/03/nove-racconti-jd-salinger.html?m=1).
Ebbene, quest’ultima affermazione mi trova d’accordo. Credo che la traduzione di Fruttero – ad oggi, 2020 – sia invecchiata e che ce ne voglia una nuova, più in linea con la lingua che parliamo.

Sarà anche vero che la traduzione potrebbe essere ritoccata, come in altri casi si è fatto. Ma personalmente testimonio, qui, che la traduzione rifatta qualche anno fa di Holden, quella per me è risultata illegibile. “Non sempre il tempo la beltà cancella”, per dirla con De Amicis.