“Dove inizia l’amore”, di Melania Panico

Recensione di Francesco Improta

Melania Panico, poetessa, filologa e critica letteraria come risulta dalla scheda bio-bibliografica posta in calce a questo libriccino, a 700 anni di distanza dalla morte di Dante Alighieri si propone una full-immersion nella Vita Nova, alla scoperta del­l’amore e della poesia nel grande fiorentino, all’epoca non ancora trentenne. Mi sembra doveroso rilevare che per compiere questa indagine la Panico non si serve né degli strumenti critici né dell’attrezzatura retorica di cui fanno bella mostra i critici patentati, ma di intuizioni, immaginazione e quella passione che riesce a infondere nelle sue lezioni se è vero che i suoi studenti, pur essendo sprovveduti lingui­stica­mente (siamo in una zona socialmente dissestata), la pregano di leggere più volte i versi di Dante, come lei stessa ci confessa a pagina 71. Il suo è un viaggio fuori dell’Accademia, in cui la Panico rischia di persona, intrecciando alle poesie e alle prose di cui si compone la Vita Nova testimonianze, memorie ed esperienze personali. Affiorano dal passato stagioni, figure e località ora nitide e luminose ora sbiadite e offuscate da un velo di pianto, come Marcello, compagno di giochi nell’infanzia, scomparso prematuramente; verrebbe spontaneo dire date lilia plenis manibus perché il nome e la giovine età mi hanno richiamato alla mente un personaggio virgiliano. Sul versante opposto la figura del nonno, forte e vigoroso a dispetto dell’età avanzata, che già in una poesia di Non ero preparata la Panico aveva paragonato ad un albero sacro e qui addirittura a un colle a testimonianza di una tradizione che dura nel tempo e di una sentita comunione con la natura.

Davide Rondoni e Matteo Palumbo, che hanno curato rispettivamente la prefazione e l’introduzione con dovizia di argomentazioni e felici intuizioni, sostengono entrambi che un’opera d’arte, quale che sia il suo valore, sollecita i lettori, almeno i più sensibili, a confrontarsi con essa. Io mi spingo ancora più in là ritenendo, sulla scia di Umberto Eco, che nessuna opera nel momento in cui viene data alle stampe può essere considerata conclusa, in quanto proprio allora inizia il suo reale percorso chiamando il lettore a specchiarsi in essa e ad avanzare una serie di considerazioni e di interpretazioni che arricchiscono quelle che sono le peculiarità di un’opera d’arte: la polisemia e la polisemantica. Solo così si spiegano i fiumi d’inchiostro versati su autori vissuti secoli addietro e opere addirittura millenarie come la Sacre scritture e i Poemi omerici, per limitarci alla sola cultura occidentale.

Tornando all’assunto originario va rilevato che sono nove le mot-clef di cui si serve la Panico per fornire a sé stessa e ai suoi lettori le indicazioni necessarie per muoversi in maniera agevole in quell’esaltante percorso che agostinianamente potremmo definire itinerarium mentis ad deum. Facile intuire perché siano nove le chiavi di accesso, considerato il valore simbolico di questo multiplo di tre e la rilevanza che esso ha nell’opera giovanile di Dante, che racconta di aver incontrato Beatrice, vestita di rosso, all’età di nove anni e di averla rivista dopo altri nove anni, vestita di bianco. Queste parole guida, che rimandano a fasi e relativi stati d’animo di quell’itinerario della mente, del cuore e del corpo, mi hanno richiamato alla mente, fatte le debite differenze, quello che, a mio avviso è uno dei più bei libri sull’amore Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes.

Si parte, e non poteva essere diversamente, dal saluto sinonimo di salute e di salvezza e si arriva alla luce che nella sua purezza tutto redime e riscatta. Il saluto di Beatrice riempie l’animo di Dante di beatitudine e il poeta si ritira nella sua stanza ad esultare gioiosamente; è l’inizio della sua storia d’amore e non dell’innamoramento che, sia pure in forme ingenue e fanciullesche, si era manifestato la prima volta in cui Dante aveva visto Beatrice: “Inebriato mi partìo da le genti e ricorsi al solingo luogo di una mia camera e puosimi a pensare di questa cortesissima”. La storia d’amore di Dante, che è anche storia di svelamento e di riconoscimento del mondo e degli altri, conosce pure momenti di dolore, e le lacrime scorrono copiose quando Beatrice, per alcune voci che circolavano a Firenze, gli toglie il saluto. L’amore per Dante – la Panico lo sottolinea più di una volta – si identifica con la gentilezza d’animo ed è un mezzo di elevazione spirituale; esso, quindi, è completamente diverso da quello cortese, affermatosi presso i minnesänger e i poeti provenzali e siciliani, basato su un servigio e un guiderdone. La morte pre­matura della gentilissima (epiteto di cui Dante si serve per distinguerla da tutte le altre donne) è accompagnata dal rombo di tuoni e da un sordo boato di terremoto che ci consente di affermare, come dice giustamente Erich Auerbach, che Beatrice è figura Christi e si accinge ad ascendere al Paradiso dove aspetterà il suo pupillo e gli farà da guida in quanto allegoria della fede rivelata. Non ci dimentichiamo che nella Vita Nova c’è una prefigurazione della Divina Commedia, dell’opera più alta partorita da mente umana. Dante si propone di non parlare più di Beatrice fin quando non potrà parlarne più degnamente ed è chiara l’allusione al sacro Poema. Prima di arrivare a tanto, molta acqua passerà sotto i ponti e mi riferisco non solo ai mutevoli avvenimenti politici ma anche alle personali vicende umane di Dante. Lo stesso sentimento d’amore cambia col tempo, inizialmente è terreno, materiato di languidi sospiri e di desideri sensuali. Lo si evince chiaramente dal sogno in cui l’amore si presenta con le sem­bianze di un signore pauroso che tiene tra le braccia, languidamente abbandonata, nuda e avvolta in un drappo sanguigno, Beatrice che, una volta svegliata, viene invitata a cibarsi del cuore di Dante che Amore stringe in una mano. L’atto cannibalico, che spesso obbediva a un preciso rituale, non era un fatto inedito o sconvolgente; senza scomodare Petronio e il Satyricon o i Fasti di Ovidio, basti l’esempio di Sordello da Goito che invitava gli uomini del suo tempo a cibarsi del cuore di Ser Blacats per ereditarne le molteplici virtù ed un atto cannibalico, sia pure per motivi diversi, viene rappresentato nell’Inferno dantesco, laddove per vendetta com­pensativa, il Conte Ugolino affonda i denti nella nuca dell’arcivescovo Ruggeri, senza con­tare che,  ancora oggi, sono presenti nel linguaggio degli innamorati espressioni come: “Ti mangerei di baci”. Quando Beatrice lo priva del saluto, Dante si dispera ma dopo non molto si rende conto che la mancanza di legami terreni rende il suo sentimento più etereo e spirituale. Comincia, allora, a tessere le lodi di Beatrice e non per ottenere in cambio una ricompensa ma in maniera sempre più disinteressata. Inizia un’altra fase del suo amore che mira ora alla purificazione e all’elevazione fino a Dio. Gli stessi sogni di Dante, pur conservando la loro nitidezza, perdono, come rileva la Panico, quel carattere sensuale che avevano prima, Beatrice nel sonno gli appare ancora una volta tra le braccia d’Amore ma non è più ignuda ma castamente vestita. Questo passaggio dalla prima alla seconda fase è segnata dalla splendida canzone Donne che avete intelletto d’amore, il cui preambolo in prosa rappresenta una esplicita dichiarazione di poetica. Dante descrive i due momenti, concatenati e inscindibili, della creazione poetica: la volontade di dire, che affiora dal fondo della coscienza e il lavoro del poeta che sviluppa l’intuizione iniziale dandole una struttura e una forma. La poesia, quindi è il ritrovamento del verbum interius agostiniano, cioè della coscienza di sé e della sua più vera e autentica interiorità. La mancanza è la penultima parola-chiave prima del tripudio di luci in cui viene accolta Beatrice ed è quella che avverte Dante subito dopo la morte di Beatrice, una mancanza che si associa al vuoto, al dolore e al mistero e che ci lascia impreparati e sgomenti. Eppure, come osserva giustamente la Panico, “l’addio fisico a Beatrice è necessario […] perché proprio la morte del corpo crea un ponte verso la trascendenza, il fine ultimo della Vita Nova e della storia di Beatrice”. Il viaggio della filologa nella Vita Nova procede parallelamente a quello della donna nella vita quotidiana, contrassegnato da esperienze dolorose, come risulta dai ricoveri in ospedale e dalla scomparsa di persone care, da una concezione del corpo come disfacimento e dalla solitudine imposta dalla reclusione forzata a causa della pandemia e dai rapporti di amicizia sempre più virtuali. Un viaggio che non porta a nessun traguardo se non alla consapevolezza che non ci sono risposte ma solo domande. E con le parole della Panico, che in questo suo viaggio nella Vita Nova si è servita di richiami a critici e poeti di grande spessore e qualità (Contini, Auerbach, Singleton, De Robertis, Pasolini, Rilke e Ungaretti) a conferma del suo notevole background culturale, vorrei concludere questa mia recensione: “Se abbiamo imparato qualcosa dalla visione dantesca è che non possiamo pensare alla poesia come a una tregua, a un cantuccio del nostro immaginario dove sentirci protetti lasciando il mondo fuori. Se il mondo è dentro le cose che nominiamo, ed è così, allora il presente è sempre lotta, […] ma anche avvenimento e liturgia.”

Libro di agevole lettura e di pregevole fattura.

                                                                                Francesco improta

Questo articolo è stato pubblicato in Letture, Libri, Recensioni e taggato come , , il da

Informazioni su giovanniag

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976), è scrittore, traduttore letterario e blogger. Autore del libro di viaggio "Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa" (Fusta Editore, 2020) e del romanzo psicologico "Viale dei silenzi" (Arkadia, 2019), ha anche preso parte al romanzo collettivo "Il postino di Mozzi", a cura di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia, 2019). È inoltre autore di una quadrilogia di romanzi distopici sul tema del crollo di internet e della società del controllo ("Sentieri di notte", "Partita di anime", "La casa degli anonimi" e "L’ultimo angolo di mondo finito", editi da Galaad tra il 2012 e il 2017 e in prossima riedizione in volume unico), in parte pubblicata anche in spagnolo e in polacco e in prossima riedizione in volume unico. Ha scritto, curato e tradotto vari libri sulle opere di J.R.R. Tolkien (su tutti, "Tolkien. Light and Shadow", opera bilingue italiana-inglese, ed. Kipple, 2019), e tradotto o co-tradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño ("Bolaño selvaggio" a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, ed. Miraggi, 2019, tradotto insieme a Marino Magliani), oltre a libri di Jorge Mario Bergoglio, Kamala Harris, Arsène Wenger, Amir Valle e Peter Straub. Ha partecipato a numerose residenze letterarie e reading in Europa e negli Stati Uniti, e traduce da inglese, spagnolo, francese e portoghese, oltre a parlare il polacco. I suoi contributi critici sono disponibili sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia, di Luigia Sorrentino” e “Postpopuli”. Insieme alla giornalista Valeria Bellagamba, ha creato e gestisce la pagina Facebook "Anticorpi letterari", con interviste in diretta video a protagonisti del panorama culturale italiani e internazionale. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *