Un ricordo a 40 anni dalla scomparsa
A cura di Guido Michelone
L’improvvisa scomparsa – a Roma, il 2 giugno 1981, per un incidente stradale – di Rino Gaetano, nato a Crotone il 29 ottobre 1950, priva il mondo della canzone italiana di un artista che, sul piano dell’attività creativa, avrebbe ancora avuto molto da dire: muore un personaggio nazional-popolare, estroso, simpatico, accattivante, sebbene alcuni detrattori sostengano che nei due ultimi anni di vita si trovasse in una fase calante dell’ispirazione poetico-musicale, destinato, a commercializzarsi o a vendersi al business in favore di una canzonetta sempre più orecchiabile, innocua, banalotta. Non lo si saprà mai, purtroppo.
Sta di fatto che nei sei anni effettivi di attività cantautoriale (e discografica), Rino Gaetano è un assoluto primattore della musica giovanile degli anni ’70. È in grado di rinnovare intelligentemente, sul finire del decennio, un genere nato sulle ceneri del ’68: nel corso dei Seventies, si offre alle masse giovanili una caldissima stagione di folksinger nostrani, impegnati a mostrare rabbia, indignazione, protesta, satira, accuse al sistema, sogni e bisogni di utopie rivoluzionarie. Ma Rino Gaetano si discosta da questa stagione, nata in fondo già sul finire degli anni ’50 a Torino col gruppo Cantacronache, a Milano con i cabarettisti legati al teatro o al rock’n’roll, e a Genova con i primi veri cantautori, legati ai modelli francesi (Jacques Brel, Gilbert Becaud, George Brassens, Charles Aznavour, Leo Ferré).
Sono esordienti a farsi portatori delle istanze giovanili, sin dai primissimi ’70, per l’intero decennio: Francesco Guccini e Pierangelo Bertoli dall’Emilia, Eugenio Finardi, Roberto Vecchioni e Angelo Branduardi dalla Lombardia, Francesco de Gregori e Antonello Venditti da Roma, Eugenio Bennato da Napoli, Enzo Maolucci e i fratelli Paolo e Giorgio Conte dal Piemonte, per citare solo i principali, diversissimi per stile, gusto, cultura, voce, sonorità, militanza politico-ideologica. Rino Gaetano, in mezzo a questi, è un’eccezione, o meglio un unicum, come viene scritto di recente nell’esaustivo volume Rino Gaetano sotto un cielo sempre più blu di Michelangelo Iossa: la provenienza meridionale decentrata (Calabria) e gli esordi artistico-professionali (teatro) fanno di lui una sorta di maschera della Commedia dell’Arte.
Associare il nome di Rino Gaetano al teatro delle maschere, in voga dal medio evo fino alla riforma goldoniana, appare riduttivo, perché sono molti altri i riferimenti culturali nei testi delle canzoni, come pure negli arrangiamenti delle musiche. I versi ‘poetici’ abbondano di richiami alla storia della letteratura e del folclore, benché qualcuno all’epoca non se ne accorga (o finga di non accorgersene). È sintomatica la reazione di Gianni Boncompagni nei pochi secondi di un filmato su YouTube tratto da una puntata di Discoring del 1978. Nel momento in cui l’intervistato, Rino Gaetano, per spiegare i non sense del testo tira in ballo grandi autori come lo scrittore russo Vladimir Majakovskij e il drammaturgo franco-rumeno Eugene Ionesco, il conduttore gli diventa ostile.
“Io eviterei queste citazioni così imponenti, Ionesco, Majakovkij” replica seccato Boncompagni, non comprendendo il prezioso lavoro decostruttivista di Gaetano, che riscontrabile in tutta la produzione discografica, tanto nei brani più impegnati e rigorosi tanto nelle filastrocche che ‘non significano’ nulla, di proposito destinate all’usa-e-getta della musica leggera (nonostante la permanenza fino a oggi nell’immaginario collettivo italiano). Tu forse non essenzialmente tu, Berta filava, Sfiorivano le viole, Mio fratello è figlio unico, Spendi spandi effendi, Aida e molte altre, sono canzoni dove abbondano le sfide linguistiche, i giochi di parole, i confronti lessicali, gli echi postmoderni, i codici meta letterari, attraverso una consapevolezza che non si rifà solo ai propri idoli dell’ormai trascorsa adolescenza (Celentano, Jannacci, De André, Ricky Gianco, Gian Pieretti, i Gufi) ma anche a Bob Dylan e ai Beatles.
Non si deve mai dimenticare che Gaetano, sia pur per breve tempo, bazzica il Teatro con la T maiuscola, quello della neoavanguardia, interpertando, come attore, Estragone in Aspettando Godot di Samuel Beckett e la volpe nel Pinocchio di Carmelo Bene, due pièce dove la parola detta viene pudicamente stravolta. Quella di Rino è musica giovanile non solo sul versante anarco-dadaista, ma anche quando tratteggia una realtà drammatica: “Ci sono – egli stesso dice – immagini tristi o inutili, ma mai liete, in quanto ho voluto sottolineare che al giorno d’oggi di cose allegre ce ne sono poche ed è per questo che io prendo in considerazione chi muore al lavoro, chi vuole l’aumento”.
Michelangelo Iossa, Rino Gaetano sotto un cielo sempre più blu, Hoepli, Milano 2021,

