Il tamburo è vecchio di gridare
Oh, vecchio Dio degli uomini
Lasciami essere tamburo
Corpo e anima solo tamburo
Solo tamburo che grida nella calda notte dei tropici.
Non fiore nato nel bosco della disperazione
Non fiume che scorre verso il mare della disperazione
Non lancia temperata al vivo fuoco della disperazione
E nemmeno poesia forgiata nel dolore rosso della disperazione.
Niente.
Solo tamburo vecchio da gridare alla luna piena della mia terra
Solo tamburo di pelle conciata al sole della mia terra
Solo tamburo scavato nei duri tronchi della mia terra.
Io
Solo tamburo che spezza l’amaro silenzio della Mafalala
Solo tamburo vecchio da sedere alla festa della mia terra
Solo tamburo perduto nelle tenebre della notte perduta.
Oh! Vecchio Dio degli uomini
io voglio essere tamburo
e non fiume
e non fiore
e non lancia per ora
e nemmeno poesia.
Solo tamburo che echeggia come la canzone della forza e della vita
Solo tamburo giorno e notte
notte e giorno solo tamburo
fino alla consumazione della grande festa dei negri!
Oh! Vecchio Dio degli uomini
lasciami essere tamburo
solo tamburo!
Una poesia aperta a tutti i significati. Impossibile non pensare cosa vorremmo essere noi. Come vorremmo essere.


A me giunge il grido lacerante di un popolo martoriato, che non sfocia però nell’amarezza, ma si fa preghiera, desiderio, speranza.
Mi ha ricondotta in spirito alla poesia di L. Sédar Senghor, al desiderio struggente di luoghi, sentieri di pace e case d’abitare, esigenza d’esser(ci)
Il cuore umano, un tamburo dal suono puro e vitale.
Bellissima