La conversione di Gaetano Liguori. Dialogo con Guido Michelone

Gateano Liguori, pianista jazz barricadero che nel 1968 (e per almeno i due decenni successici) dava il proprio contributo artistico alla contestazione generale suonando in fabbriche, scuole, università occupate, si appresta ora a conseguire una laurea magistrale alla Facoltà Teologica di Milano, città in cui lui, partenopeo, vive dall’età di sei anni. Si tratta di una conversione insolita nel panorama artistico italiano al punto che Gianni Barbacetto, su «Il Fatto Quotidiano», in un articolo che gli dedica il 16 novembre 2011, scrive: “Come tenere insieme Che Guevara e Sant’Agostino, Dario Fo e i Gesuiti, le lotte studentesche e operaie degli anni Settanta e la ricerca teologica di Sergio Quinzio? Gaetano Liguori le tiene insieme con la sua musica”. Ma è lo stesso Liguori a parlarcene in questo dialogo esclusivo per «La Poesia e Lo Spirito».

Gaetano quando inizia la tua ‘conversione’?
“Tutto comincia con un intervista per la rivista dei Gesuiti «Popoli», di cui il responsabile era un intellettuale della cultura cattolica più progressista, padre Bartolomeo Sorge, impegnato in prima persona nella lotta alla mafia dagli anni settanta in Sicilia e che per questo era stato messo sotto scorta. Parlammo del mio impegno ormai trentennale e dei miei ultimi viaggi nelle martoriate terre del Medio Oriente. Da tempo avevo cominciato a occuparmi dell’affascinante figura di Gesù Cristo e delle nostre radici. Avevo letto un libro illuminante, scritto da padre Antonio Gentili, un barnabita. Quel tipo di viaggio mi attirava, volevo approfondire la mia consapevolezza verso qualcosa che sentivo mio. Volevo provarci. Cominciai a frequentare le settimane di esercizi spirituali nel Monastero di Eupilio, tenute dallo stesso padre Gentili. Nel leggere le parole d’amore di Gesù trovavo una bellezza e una forza straordinarie, accentuate dal silenzio che favoriva la concentrazione per una ricerca spirituale. Conobbi in seguito padre Guido Bertagna, un gesuita che da anni organizzava degli incontri di Quaresima con personaggi laici tra i più disparati: erano momenti di riflessione intervallati da letture e musiche scelte dagli ospiti. Invitò anche me e scelsi delle letture da poesie di Bertolt Brecht e di Padre David Maria Turoldo, nonché un brano dal romanzo I Fratelli Karamazov di Fedor Dostoevskij, “Il problema della sofferenza e del male”.

E per quanto riguarda la musica che collegamento hai intrapreso?
Beh, lì fu facile, c’era un pianoforte a mezza coda. Guido Bertagna divenne il mio padre spirituale, con lui intrapresi un cammino prudente ma costante verso la fede. Avevo sempre pensato a una conversione modello Paolo di Tarso, tra voci tonanti e lampi divini, invece ora so che è un cammino fatto di piccoli passi, di crisi, momenti di dubbio, ma anche momenti nei quali ci si sente davvero predisposti ad accogliere l’Altro. In quei giorni mi fu proposto di comporre e suonare per un’opera di Padre David Maria Turoldo, “La Salmodia della speranza”, testo che legava due mie passioni, la lotta partigiana antifascista e la ricerca della verità di Dio. Fu un avvenimento per tutta la città: lo spettacolo si svolse nel Duomo, il mio jazz nel Duomo, il Domm de Milàn! Le parole di Turoldo risuonarono tra quelle navate come profetiche e poetiche. Nello stesso periodo, il buon padre Gentili fu “promosso e trasferito” in un convento tra Spoleto e Foligno in Umbria, terra di monasteri e patria di San Francesco, dove ancor oggi passo settimane di meditazione e preghiera. Un altro monastero che frequento tuttora è l’eremo di Fonte Avellana, nelle colline dell’urbinate. È un eremo costruito nell’anno Mille, dove i primi monaci che si stanziarono in questi luoghi selvaggi e inospitali, cantati anche da Dante nella Divina Commedia, divennero ecologisti ante litteram, si occuparono con sacro rispetto delle piante e dei boschi, dell’erba e dell’acqua. A Fonte Avellana ho anche messo in scena una Via Crucis su testi di Mario Luzi e una lettura dei diari di Etty Hillesum.

Poi, per te, c’è stato un ulteriore incontro: Sergio Quinzio.
Dagli anni Novanta ho cominciato a seguire – in radio nel programma Uomini e Profeti, e su “La Stampa” e su “Il Corriere” con i suoi articoli – una figura di esegeta laico, appunto Quinzio: lessi preso da mistico furore tutti i suoi libri e attraverso le sue parole mi ero appassionato alla sua teologia piena di incertezze e di dubbi per quello che Dio ci aveva promesso e che gli antichi credevano si avverasse in tempi brevi, il tempo ultimo, il tempo dove ci saremo riuniti con le anime dei nostri predecessori per essere giudicati. “Ora Dio – dice Quinzio – non ci parla da duemila anni, perché ci ha abbandonati?”. Certo è una teologia piena di dubbi e con poche certezze, ma io la trovavo aderente al mio modo di pensare in quei momenti.

Hai potuto condividere questa tua nuova realtà con altri artisti?
Con la grande attrice Pamela Villoresi, mi sono confrontato con il Sant’Agostino della Città di Dio, e con la figura della grande Teresa d’Avila in un reading dove il mio pianoforte interloquiva con le parole e le opere della santa e mistica spagnola. Per me è diventato indispensabile passare varie settimane all’anno in luoghi di pace e meditazione, dove il pensiero è libero dalle pastoie mondane di tutti i giorni e può riflettere sulle grandi domande esistenziali, etiche, religiose, sociali, culturali escatologiche. Quello che mi è sempre interessato è confrontarmi con persone di cultura, dalle quali si ha sempre modo di imparare. Nel 2016, dopo più di cinquant’anni, sono andato in pensione come docente al Conservatorio Giuseppe Verdi, e mi sono dedicato a quella che per me è ormai diventata un esigenza: “Dare un senso alla propria vita”. Impresa certamente ardua ma nella quale, come mia abitudine, mi sono buttato in modo quasi esclusivo, e approfittando del mio stato privilegiato di “pensionato”, mi sono iscritto alla Facoltà Teologica dell’ Italia Settentrionale con sede a Milano.

Un’impresa ardua?
Questo percorso mi ha portato con frequenza obbligatoria a fare 70 esami in cinque anni, dai Profeti agli Scritti dell’Antico Testamento, dall’Esegesi dei Vangeli, dalla Patrologia alla Teologia della liberazione, dal Greco biblico all’ebraico della Bibbia, dalla Filosofia dei Presocratici a Nietzsche, dalla Liturgia al Diritto Canonico, da Agostino a Balthasar. Grazie a un ambiente accogliente, ad adorabili compagni giovani e meno giovani, laici e religiosi, e a professori competenti e attenti al sociale, nella linea della Chiesa di quel grande mahatma che è Papa Francesco, in Lui ho trovato risposte cristiane nel vero senso della parola, parole che si possono trovare nei Vangeli, che si possono leggere e metabolizzare da un punto di vista spirituale, etico, morale, sociale, parole definitive sulla pace , l’accoglienza e la solidarietà.

Non hai però mai smesso con il jazz, anzi proprio in questi giorni hai pubblicato una summa della tua carriera artistica. Perché vent’anni dopo, hai sentito il bisogno di scrivere una storia del jazz personalizzata?
Sono passati in effetti più di vent’anni dalla pubblicazione del libro scritto a 4 mani con te, amico Guido Michelone, dal titolo significativo di “Una storia del Jazz” per Cristian Marinotti Editori, ‘una’ storia, perché di ‘storie’ del jazz ne sono state scritte molte: fa ancora testo la monumentale “Storia del Jazz” di Arrigo Polillo, e ognuna al di là delle note oggettive portava acqua al mulino del suo autore, dei suoi gusti, della sua epoca storica, della sua cultura. Da questa ottica, anche la nostra dopo quasi cinque lustri di anni risultava di parte, e allora perché non virare decisamente in quella direzione?

E l’hai scritta privilegiando i tuoi gusti?
Sì, ma non solo, ho lavorato ricorrendo soprattutto alla mia esperienza della pratica attiva del jazz, esperienza che mi sono guadagnato sul campo della militanza e della professione intesa come pratica costante, avendo ormai dagli anni 60 del secolo passato praticato questa grande musica che io reputo la forma più alta del panorama musicale del secolo passato, insieme alla dodecafonia di Schoenberg e alla creatività assoluta di Stravinskij e della sua Sagra della primavera. Da qui nasce “La mia Storia del Jazz” Jaca Book Editore: in questo testo si potranno trovare dati, vite di musicisti, stili, città, epopee, personaggi, linguaggi musicali, fasi storiche e tutto quello che ha concorso a far nascere, vivere e svilupparsi questa grande musica.

E dunque hai evidenziato, come dici tu, ‘momenti pieni di luci, ma anche momenti di opacità’?
Certo, ho parlato di artisti di statura stratosferica e di altri più terreni, momenti di luce e momenti di tenebra, sempre visti sotto una lente parziale data dalla sensibilità dell’autore. E allora libero da pastoie di giudizi storici, ho messo a frutto non solo i miei gusti e la mia sensibilità ma il jazz che non dimentichiamo va si parlato e letto ma soprattutto va ascoltato. Io ho cominciato ad ascoltarlo, se non nel grembo materno, di sicuro nella mia primissima infanzia, essendo io figlio di un musicista che ha fatto del Jazz il suo credo, mio padre Pasquale, detto Lino.

E nel libro ne hai parlato?
Sì, non a caso il primo capitolo è intitolato “Il ragù di mia nonna e il piano di Monk”, dove io, a fianco del rito dei paccheri al ragù dove emergono le mie radici partenopee, sono iniziato al jazz tramite l’immenso Thelonoius Monk, ascoltato dai dischi sul grammofono. Sintomatico è anche il finale del libro, dove io elenco e motivo i Trenta più uno dei dischi, che non è una classifica o graduatoria dei più bei dischi della storia del jazz, ma è soltanto una lista dei dischi a cui sono più affezionato e che mi hanno convinto sempre più che il jazz è la più bella musica del secolo passato, una musica che riesce ancora ad emozionarmi e farmi sognare.

Un pensiero su “La conversione di Gaetano Liguori. Dialogo con Guido Michelone

  1. Marcello Comitini

    Gaetano Liguori, che in questa intervista mette a nudo la sua anima, può tranquillamente essere definito un uomo vero che afferma con estrema semplicità, di confrontarsi con persone di cultura, come se lui non lo fosse. Ritengo invece che molte persone di cultura dovrebbero confrontarsi con la sua, fatta di consapevolezza e umanità. Quella che oggi manca proprio al mondo della cultura.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *