Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni in libertà s’accenda
di speranze di poveri di cielo,
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.
Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
«Com’è bella la notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno ». Tu vedevi il mondo
nel plenilunio sporgere a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.
Quando, dal passato, emerge la memoria dell’amore, subito avvertiamo l’eco della nostra vera identità. La poesia serve anche a questo?


La tenerezza d questi versi suscita nostalgia di quei momenti -rari ma certo presenti-carichi di magia in cui qualcuno ci ha mostrato il segreto della vita e il mondo, per un attimo, è apparso un miracolo d’amore.
Sì, la poesia serve anche a scoprire, o riscoprire, la nostra identità, quella non deformata dal marcio in cui la vita ci costringe ad affondare le mani e il cuore. Tra i versi di una poesia, se sappiamo leggerla, se ancora in noi è forte l’anelito all’amore per il prossimo e quindi per Dio, riscopriamo il senso vero del nostro esistere. Riscopriamo che le nostre dita non sono fatte per contare denaro, o i gradini che abbiamo scalato verso un illusorio potere, ma per donare un briciolo di libertà, fisica e morale, a chi teme d’averla perduta, per contare le stelle e tutto ciò con cui il creato ci circonda, ivi icluso il dolore.
La luce dell’amore svela e rivela.