Dante, Forese e Bonagiunta

di Antonio Sparzani

UNSPECIFIED – CIRCA 2002: The meeting between Dante and the poet Forese Donati (1250-1296), scene from Canto XXIII of Purgatory from The Divine Comedy, by Dante Alighieri (1265-1321), inscription from the Archbishop of Milan, miniature, manuscript plut 40 pp 176,15th century. Florence, Biblioteca Medicea Laurenziana (Laurenziana Library) (Photo by DeAgostini/Getty Images)


Qui vi avevo proposto la seconda parte della tenzone con Forese Donati, cominciata qui su Nazione Indiana: avevo preannunciato che Dante avrebbe riincontrato Forese nel Purgatorio e infatti ciò accade nel XXIII canto (vedi qui) e prosegue nel XXIV, che qui vi presento. Dante è affettuosamente amico di Forese, malgrado le (apparenti, ma rituali) ingiurie che si scambiarono nella tenzone, e tiene a parlare con lui del “nuovo stile” di poetare, trovandone l’occasione nel personaggio di Bonagiunta da Lucca, che pure sta lì tra i golosi. Di lui non si sa molto, se non che fu una specie di mediatore tra la poesia siciliana (ricordate il contrasto di Cielo d’Alcamo, Jacopo da Lentini e tutti gli altri?) e la nuova scuola toscana dello stil novo appunto. Come vedrete leggendo questi versi, Dante approfitta di Forese anche per chiedergli notizie della sorella Piccarda, che già sta in Paradiso per i suoi molti meriti, mentre non osa chiedergli del fratello Corso, il molto intraprendente capo dei Guelfi Neri a Firenze, responsabile della rovina della città e della cacciata definitiva di Dante da Firenze;

non osa, ma Forese gliene dà sua sponte tra le ultime cose che gli dice (vv. 82-90) e vedrete che delizie; Dante non perdona, ça va sans dire.
Va da sé che tra i golosi c’è pure Martino IV, papa dal 1281 al 1285, tanto bravo spiritualmente ma col viziaccio della gola, c’è Marchese, della famiglia degli Argogliosi, podestà di Faenza nel 1296 e vari altri, noti all’epoca evidentemente per i loro lussuosi pasti, ancorché tutti perdonabili, non come quei golosacci del terzo cerchio dell’Inferno (canto VI, subito dopo Paolo e Francesca) che stanno perennemente sotto una pioggia sudicia e repellente, mista di grandine e neve e dilaniati dal demonio Cerbero, dove pure trovano il fiorentino Ciacco, che predice a Dante il trionfo dei Neri; anche lì questo tema ritorna!
Ma ora è tempo di leggere; come sempre in queste mie memorie dantesche, non preoccupatevi di capire tutto, trattenete il tono ora modesto, ora pieno di fervore, guardate i versi 49-54, ad esempio:

Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento
facea, ma ragionando andavam forte,
sì come nave pinta da buon vento;3

e l’ombre, che parean cose rimorte,
per le fosse de li occhi ammirazione
traean di me, di mio vivere accorte.6

E io, continüando al mio sermone,
dissi: “Ella sen va sù forse più tarda
che non farebbe, per altrui cagione.9

Ma dimmi, se tu sai, dov’è Piccarda;
dimmi s’io veggio da notar persona
tra questa gente che sì mi riguarda”.12

“La mia sorella, che tra bella e buona
non so qual fosse più, trïunfa lieta
ne l’alto Olimpo già di sua corona”.15

Sì disse prima; e poi: “Qui non si vieta
di nominar ciascun, da ch’è sì munta
nostra sembianza via per la dïeta.18

Questi”, e mostrò col dito, “è Bonagiunta,
Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
di là da lui più che l’altre trapunta21

ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
dal Torso fu, e purga per digiuno
l’anguille di Bolsena e la vernaccia”.24

Molti altri mi nomò ad uno ad uno;
e del nomar parean tutti contenti,
sì ch’io però non vidi un atto bruno.27

Vidi per fame a vòto usar li denti
Ubaldin da la Pila e Bonifazio
che pasturò col rocco molte genti.30

Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio
già di bere a Forlì con men secchezza,
e sì fu tal, che non si sentì sazio.33

Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza
più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca,
che più parea di me aver contezza.36

El mormorava; e non so che “Gentucca”
sentiv’io là, ov’el sentia la piaga
de la giustizia che sì li pilucca.39

“O anima”, diss’io, “che par sì vaga
di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda,
e te e me col tuo parlare appaga”.42

“Femmina è nata, e non porta ancor benda”,
cominciò el, “che ti farà piacere
la mia città, come ch’om la riprenda.45

Tu te n’andrai con questo antivedere:
se nel mio mormorar prendesti errore,
dichiareranti ancor le cose vere.48

Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore
trasse le nove rime, cominciando
’Donne ch’avete intelletto d’amore’ “.51

E io a lui: “I’ mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’e’ ditta dentro vo significando”.54

“O frate, issa vegg’io”, diss’elli, “il nodo
che ’l Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!57

Io veggio ben come le vostre penne
di retro al dittator sen vanno strette,
che de le nostre certo non avvenne;60

e qual più a gradire oltre si mette,
non vede più da l’uno a l’altro stilo”;
e, quasi contentato, si tacette.63

Come li augei che vernan lungo ’l Nilo,
alcuna volta in aere fanno schiera,
poi volan più a fretta e vanno in filo,66

così tutta la gente che lì era,
volgendo ’l viso, raffrettò suo passo,
e per magrezza e per voler leggera.69

E come l’uom che di trottare è lasso,
lascia andar li compagni, e sì passeggia
fin che si sfoghi l’affollar del casso,72

sì lasciò trapassar la santa greggia
Forese, e dietro meco sen veniva,
dicendo: “Quando fia ch’io ti riveggia?”.75

“Non so”, rispuos’io lui, “quant’io mi viva;
ma già non fïa il tornar mio tantosto,
ch’io non sia col voler prima a la riva;78

però che ’l loco u’ fui a viver posto,
di giorno in giorno più di ben si spolpa,
e a trista ruina par disposto”.81

“Or va”, diss’el; “che quei che più n’ ha colpa,
vegg’ïo a coda d’una bestia tratto
inver’ la valle ove mai non si scolpa.84

La bestia ad ogne passo va più ratto,
crescendo sempre, fin ch’ella il percuote,
e lascia il corpo vilmente disfatto.87

Non hanno molto a volger quelle ruote”,
e drizzò li occhi al ciel, “che ti fia chiaro
ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote.90

Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro
in questo regno, sì ch’io perdo troppo
venendo teco sì a paro a paro”.93

Qual esce alcuna volta di gualoppo
lo cavalier di schiera che cavalchi,
e va per farsi onor del primo intoppo,96

tal si partì da noi con maggior valchi;
e io rimasi in via con esso i due
che fuor del mondo sì gran marescalchi.99

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