OSIP MANDEL’STAM. QUADERNI DI MOSCA

Osip MANDEL’STAM

Quaderni di Mosca

Giulio Einaudi editore 2021

A cura di Pina Napolitano e Raissa Raskina

 

*

 

Armenia

11

Mai più ti rivedrò,

miope cielo armeno,

non guarderò più a occhi stretti

la tenda da viaggio dell’Ararat,

e mai più aprirò

nella biblioteca di autori vasai

il libro cavo della terra stupenda

su cui studiarono le prime genti.

 

*

 

Quanto mi è caro questo popolo

che vive di fatica, che considera

un anno un secolo. Che partorisce,

dorme, urla, ed è alla terra inchiodato.

 

Il tuo orecchio di confine –

tutti i suoni gli vanno bene –

ittero, ittero, ittero, in questo

sperduto deserto di senape.

 

Ottobre 1930

 

*

 

Leningrado

 

Sono tornato nella mia città, nota fino alle lacrime,

fino alle venule, alle gonfie ghiandole infantili.

Sei tornato, allora suvvia, manda giù

l’olio di pesce dei lampioni fluviali di Leningrado.

Riconosci al volo di dicembre la breve giornata,

dove alla pece funesta il tuorlo è mescolato.

Pietroburgo! Non voglio ancora morire:

dei miei telefoni ti restano i numeri.

Pietroburgo! Ho ancora indirizzi,

a cui troverò voce di morti.

Abito sulla scala del retro,

e alla tempia

mi colpisce il campanello con la carne divelto.

E la notte intera attendo ospiti cari,

della porta muovendo le catenelle carcerarie.

 

Dicembre 1930.

 

*

 

Ancora ce ne vuole per diventare patriarca

ho ancora un’età poco veneranda,

ancora alle spalle mi insultano

nella lingua dei battibecchi sui tram

in cui di senso ce n’è un’acca:

brutto cattivo! Be’, porgo le mie scuse,

ma non mi cambiano in fondo le accuse…

 

Quando pensi a cosa ti lega al mondo,

non credi a te stesso: sciocchezze!

La chiave di mezzanotte di una casa altrui,

un quattrino d’argento in tasca,

e la celluloide ladra di un film.

 

Come un cucciolo mi getto sul telefono

a ogni isterico squillo.

Una voce in polacco: Dziekuje, panie,

un rimprovero affettuoso interurbano

o una promessa inesaudita.

 

Pensi sempre a cosa prender

nel bel mezzo di petardi e razzi.

Sbollirai, e alla fine resteranno solo

confusione e disoccupazione:

prego, chiedi da accendere a loro!

 

Ora accenno un sorrisetto, ora timidamente mi do un

tono

ed esco col bastone dal bianco pomo;

ascolto sonate nei vicoli

a tutti i chioschi ho l’acquolina in bocca,

sfoglio libri nei profondi androni-

e non vivo, e tuttavia vivo.

 

Andrò dai passeri e dai reporter,

dai fotografi di strada andrò, –

e in cinque minuti – con la paletta dal secchiello –

la mia immagine riceverò

sotto il cono lilla del monte Shah.

 

E a volte scendo come un galoppino

in scantinati soffocanti di vapore

dove cinesi puliti e onesti

afferrano con bacchette palline di pasta,

giocano a carte ritagliate strette

bevendo vodka, come rondini dello Yangtse.

 

Amo gli scambi dei tram sfrigolanti,

e il caviale di Astrakan dell’asfalto,

ricoperto da una stuoia di paglia

che ricorda un cestino di Asti,

e le piume di struzzo dell’armatura

all’inizio di un cantiere di case leniniane.

 

Entro negli antri favolosi dei musei,

dove sgranano gli occhi i Rembrandt di Koscej,

lucenti quanto pelle di Cordova,

ammiro le mitre cornute di Tiziano

e Tintoretto variopinto ammiro

per i suoi miseri striduli pappagalli.

 

E quanto vorrei farmi prendere dal gioco,

infervorarmi nei discorsi, tirare fuori la verità,

mandare il malumore alla nebbia, al diavolo, all’inferno,

prendere per mano qualcuno: sii gentile,

dirgli: facciamo la stessa strada.

 

Maggio – 19 settembre 1931

 

*

 

Ahimè, si è consumata la candela

dei lestofanti navigati,

che camminavano spavaldi

in verdi giustacuori,

e vincevano il disonore

e il contagio della peste,

ogni sorta di signori

servendo contemporaneamente.

 

E non c’è novelliere per le donne

in lunghi abiti viziosi,

che trascorrevano le giornate come un sogno

in ammalianti occupazioni:

plasmavano la cera, avvolgevano la seta,

ammaestravano pappagalli,

e in camera da letto, vedendone la convenienza,

ai mascalzoni davano accoglienza.

 

22 maggio 1932

 

*

 

Ariosto

 

Di tutta Italia il più affabile sagace,

Ariosto cortese, è un po’ arrochito.

Gode a enumerare i pesci, e tutti i mari

pepa delle più maligne assurdità.

 

E, come un musicista con dieci cembali,

instancabile spezza il filo del racconto,

e conduce qua e là, incerto sul da farsi,

un’intricata storia di cavallereschi pandemoni.

 

Nella lingua delle cicale una ammaliante miscela

di puskiniana tristezza Tessa e mediterranea boria –

lui si sfrena con Orlando, mentendo più non posso,

e freme, tutto trasfigurato.

 

E al mare dice: non pensare, rumoreggia!

e alla fanciulla sulla roccia: stenditi scoperta…

Racconta ancora – non ci basti mai, finché sangue

ci scorre nelle vene e rumore risuona nelle orecchie.

 

Oh città di lucertole, città senz’anima, –

dessi più spesso i natali a uomini così,

arida Ferrara! Da capo, ancora, finché sangue

ci scorre nelle vene, racconta, in fretta!

 

In Europa fa freddo. In Italia è buio.

Il potere è disgustoso come le mani del barbiere,

ma lui, dignitario fine e astuto,

sorride alla finestra alata –

 

all’agnello sul monte, al monaco sull’asino,

ai soldati del duca, un po’ invasati

per il vino, la peste, l’aglio, e al bimbo,

che in una rete di mosche azzurre s’è assopito.

 

E io amo il suo ozio furioso –

la sua lingua senza senso, la lingua dolce-salata

e gli splendidi gemelli di suoni in segreto accordo…

Temo ad aprire col coltello queste perle bivalvi.

 

Ariosto cortese, passerà forse un secolo –

e in un’unica ampia e fraterna azzurrità

uniremo il tuo turchese al nostro Mar Nero.

…Eravamo lì anche noi. E anche noi lì bevevamo

miele…

 

4-6maggio 1933

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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