Intervista a Luca Benassi

 

Da anni ti occupi di poesia. Lo fai con passione e serietà. Hai letto e conosciuto molti autori/autrici, che hai studiato e presentato con grande sensibilità. Cosa ti spinge a inoltrarti nella scrittura altrui? Ci sono elementi che senti più vicini? Personalmente, parto dal presupposto che l’oggettività pura non esista (e non debba esistere), ma che, oltre agli strumenti del mestiere, siano necessarie onestà, chiarezza, precisione ed empatia. Cosa credi che debba (e possa) fare un buon critico?

 

Devo dire che faccio fatica a identificarmi nel ruolo di critico nel senso più comune del termine. La ragione credo risieda nel fatto che ho studiato giurisprudenza e che svolgo una professione per nulla connessa alla letteratura, sicuramente distante dall’accademia, ma anche dalla critica militante sempre più affidata a critici di mestiere cresciuti all’ombra dei muri delle università. Quando qualcuno mi chiede un giudizio tecnico su un’opera provo quasi un senso di imbarazzo, come se non mi sentissi all’altezza. In effetti, ciò che mi ha spinto e mi spinge ancora oggi a leggere, a studiare e a occuparmi criticamente di poesia è il fatto umano che si cela dietro i versi. Tanto più la poesia vibra di quell’incandescenza vitale, tanto più mi interessa e mi accende; tanto più si fa letteratura, tanto più mi lascia tiepido e alla fine mi annoia. Il critico dovrebbe agire come un detective che cerca il movente di un misfatto. In poesia movente, azione, forma, sostanza, contenuto, linguaggio sono la stessa cosa. Si tratta di un concentrato di poche sillabe che racconta un pezzo di (tutti) noi, fa fare un passo in avanti – a volte piccolissimo – nella crescita della consapevolezza umana. Il critico deve avere la capacità di cogliere la potenzialità di quel passo. Altrimenti farebbe meglio suggerire un buon fumetto o una serie in tv.

 

Quando e come è nato in te il desiderio di scrivere?

 

È una domanda alla quale faccio fatica a rispondere perché non ho una memoria precisa di come e quando sia approdato ai versi. Credo che la passione per la poesia sia nata durante il primo anno di università – dunque abbastanza tardi – durante lo studio dell’esame di diritto privato. Avevo recuperato un libro di Rimbaud in un’edizione economica e ogni dieci o venti pagine di studio lo sfogliavo per distrarmi. Non ricordo nulla di più specifico. Ho però memoria della prima poesia che ho scritto. Una Pasqua, avrò avuto vent’anni, ero andato in Sardegna a trovare la mia ragazza di allora. Avevo aperto la casa estiva dei nonni e poiché la mia fidanzata abitava in un paese sulle montagne non facilissimo da raggiungere, mi capitava di passare delle giornate da solo. Guardavo il mare dalla veranda e mi capitò di notare un grande tronco spiaggiato da qualche tempesta invernale. Mi fermai a pensare alle vicende che quel legno aveva dovuto passare fra le onde prima di raggiungere terra e ci scrissi su una specie di piccolo poemetto, forse influenzato da Le bateau ivre di quel Rimbaud letto durante lo studio della legge. Ne venne fuori un testo orribile, pieno di retorica che fortunatamente è andato perduto. La cosa curiosa è che rileggendolo dopo qualche giorno ebbi modo di notare come i versi fossero quasi tutti endecasillabi che avevo scritto in maniera del tutto inconsapevole e automatica. Di lì a poco mi è venuto il desiderio di scrivere e di mettere su una raccolta. Questo è stato il mio primo errore, perché passare dallo scrivere versi all’essere un autore e pubblicare richiede una consapevolezza e una capacità di discernere che all’epoca non avevo.

 

Di recente è uscito il tuo libro “Istruzioni per la luce” (Passigli 2021). Nella prefazione, Elio Pecora osserva: “Questa di Luca Benassi è un’opera compatta nel segno alto e aperto della compassione. Compassione come patire insieme, come condivisione, qualità del portarsi dall’altra parte e nella misura più estesa travalicando l’umano e il creaturale per farsi anima del mondo, grumo nell’essenza”. Parlaci un po’ di questa raccolta. E del suo tempo di sedimentazione rispetto alle pubblicazioni precedenti.

 

Se si escludono un paio di plaquette tematiche e le antologie uscite in lingue straniere, il mio ultimo libro è del 2009. Ci ho messo 13 anni per arrivare a una nuova pubblicazione, anche se i testi sono stati scritti in un periodo relativamente breve, a partire dal 2015. Questa storia editoriale dice qualche cosa sul mio modo di scrivere. Prendo in mano la penna dopo lunghi periodi di silenzio, quando nella vita accade qualcosa che mi spinge a ricercare delle coordinate, a fare il punto su dove sia arrivato o in quale luogo mi sia perso. In questi ultimi anni di scrittura ho varcato la soglia dei quaranta, ho sperimentato il fallimento di una relazione e la separazione e allo stesso tempo mai come prima ho preso sulle spalle le responsabilità di padre. Ho trovato l’amore e l’ho perduto, prendendo coscienza della fragilità dei sentimenti e delle relazioni. Ho (ri)scoperto la fede. A ripensarci avrei dovuto scrivere un libro amaro e invece ne è venuto fuori un testo luminoso, dove le ferite diventano feritoie dalle quali far passare la luce. Mi paiono testi dove circoli l’aria e si possa trovare la speranza – una parola quasi desueta – anche quando parlano di tragedia e di morte.

Questo libro ha segnato anche un passo diverso nella modalità di scrittura. È costruito per sequenze tematiche dove accanto a sezioni legate a vicende personali se ne affiancano alcune dedicate agli eventi della Storia, all’eccidio delle Fosse Ardeatine del 1944, al bombardamento di Hiroshima, la tragedia della miniera di Marcinelle, Chernobyl, nelle quali do la voce ai personaggi di quegli avvenimenti che parlano in prima persona. Si tratta di un dialogo continuo fra storia e Storia che costruisce una sorta di semi-poema.

Anche la sedimentazione di questi versi è stata diversa dal passato. Quando mi sono accorto che avevo di fronte un progetto, che il libro andava formandosi in una logica unitaria, ho incominciato a lavorare a una sorta di piano di lavoro, progettando e scrivendo intere sezioni. Quelle di argomento storico hanno richiesto un paziente lavoro di studio, di ricerca documentale preliminare, durante il quale annotavo frasi, parole, suggestioni, immagini evocative. Il risultato mi pare un testo compatto, ma questo lo lascio alla valutazione di chi legge.

 

Sei una persona discreta, ma al tempo stesso molto informata di quanto accade nel campo della poesia. Cosa pensi dei canali di cui la poesia oggi si serve per farsi conoscere? 

 

È da un po’ che mi occupo di questo tema in occasione di convegni dai quali sono scaturiti dei saggi. È difficile riassumere in poche righe un tema ampio sotto moltissimi aspetti, antropologici, psicologici, sociali e infine letterari. L’interazione fra poesia e mezzo ha modificato profondamente non solo il modo con il quale diffondiamo la poesia (attraverso i social), la valutiamo (attraverso un conteggio di visualizzazioni, commenti e likes) ma anche la modalità con la quale la scriviamo per intercettare efficacemente i primi due elementi. La poesia si è adeguata al mezzo, si è fatta più breve, si è adattata ai post, al pollice che fa scorrere giù la schermata dello smartphone, quasi mai è in grado di stare da sola ma ha bisogno di elementi di appoggio come una foto non di rado ammiccante o sensuale per chi se lo può permettere. Il mio non è un giudizio di valore, anzi non è nemmeno un giudizio in quanto io stesso vivo e agisco come poeta e come individuo nella stessa dinamica. I prossimi anni ci diranno quanto la dimensione social avrà influito nella produzione letteraria, tenendo conto della rapidità dell’evoluzione dei mezzi e della loro sempre più intrinseca e pervicace capacità di influire nella relazione.

 

Nella tua esperienza personale, quali sono gli input (artistici e non) che ti hanno maggiormente segnato? Ci sono stati punti di svolta? E conferme che ti hanno rassicurato sul percorso già intrapreso? 

 

Nella vita di tutti i giorni, sono sempre in affanno nel tentativo di conciliare un lavoro impegnativo con la cura dei figli e degli affetti, con la conseguenza che l’ozio letterario si riduce a volte alla lettura di poche pagine o a nulla. La conseguenza di ciò è che difficilmente la mia poesia si nutre di letteratura, ma affonda le sue radici in terreni assai distanti da essa. Sono contento di questa situazione e di avere interessi disparati – la cura dell’orto, la musica, l’archeologia – altrimenti mi troverei nella condizione di un cuoco che dopo aver cucinato passa il resto del tempo ad ingozzarsi al solo fine di carpire il segreto degli ingredienti delle prelibatezze che gli mettono davanti, senza cogliere il piacere del gusto. L’altro vantaggio è che ogni volta apro un libro di poesia con lo stesso piacere e la stessa incandescente curiosità dei primi anni, quando di poesia non sapevo nulla e ogni testo era un tuffo e un’immersione nell’ignoto.

Sul piano strettamente poetico i nomi del Novecento sono molti, a partire da Campana, Ungaretti, Bemporad, Merini, Spaziani, Serrao, Lucini fino ad arrivare ai contemporanei Fiori, Pusterla, Buffoni, Maffìa, Franzin, Tomada, Ferramosca, Ferrari, Argentino, Filia, Cipriano, Fazio per citarne solo alcuni. Il fatto è che le mie letture non sono mai state sistematiche, ma guidate dai fili rossi della curiosità, delle esigenze della vita, dalla passione, da uno studio più matto che disperato.

Conferme ne ho avute poche. Mi hanno istruito maggiormente le cocenti delusioni, come quei 4 a scuola che mi hanno segnato e insegnato più dei (rarissimi) 8. Del resto, imparare dai propri errori e sapersi rialzare può essere la chiave del successo, in poesia come altrove.

 

Che impatto ha (o ha avuto) la pandemia nella tua quotidianità? Come genitore molto attento, immagino che la sua incidenza sia anche legata al modo in cui percepisci gli eventuali cambiamenti nella vita dei tuoi figli…

 

È una domanda scivolosa che vorrei evitare. La prima ragione è che si tratta di un avvenimento che stiamo vivendo ma del quale sappiamo ancora poco nei suoi riflessi futuri, è quindi complesso prevedere le conseguenze economiche, sociali, tecnologiche e psicologiche del covid, soprattutto nei giovani e nei bambini. La seconda e più importante ragione – sono quasi a disagio nello scrivere di questo argomento – è che mi sembra che la pandemia stia diventando un evento che ha come effetto quello di metterci gli uni contro gli altri. Per trovare un’epoca di simili contrasti dobbiamo risalire alle tensioni degli anni ‘70 e dei primi anni ‘80. Oggi il virus e i vaccini spaccano amicizie, famiglie, relazioni, rapporti di lavoro, collaborazioni. La risposta alla pandemia è quella di una piccola guerra domestica, combattuta in casa, nei condomini, sugli autobus o nelle stanze d’ufficio prima ancora che nelle aule della politica o nei laboratori di scienza. Si percepisce una sostanziale sfiducia nel pensiero scientifico, in un contesto dove ogni opinione, ogni studio, ogni grafico, ogni curva, ogni indice, ogni istogramma, ogni valutazione, ogni intervista vengono messi sullo stesso piano, generando una confusione dove le luci sono spente e ogni gatto è nero. L’impressione è che i miei figli si muovano in quest’epoca buia e pre-scientifica, subendo il conflitto più che viverlo, con conseguenze che faccio fatica a prevedere.

 

Hai qualcosa in cantiere in questo momento o progetti a cui pensi di dedicarti in futuro?

 

“Istruzioni per la luce” è uscito da poco e vorrei avere la possibilità di diffonderlo e leggerlo. Vorrei fare una cosa che non ho mai fatto in passato, cioè del marketing, promuovendo me stesso e la mia poesia. Mi piacerebbe occuparmi della poesia estera, delle traduzioni, cercando di riannodare alcuni fili che si sono sfilacciati nel tempo. Dal punto di vista della scrittura, non credo riprenderò la penna in mano molto presto. Non ne sento l’esigenza, anzi mi sto godendo una certa quiete creativa.

Sulla scrivania ho poi una pila di libri da leggere alta un paio di spanne. Borges affermava di andare più fiero dei libri letti che di quelli scritti e credo avesse ragione. Mi dedicherò volentieri alla lettura.

 

*

 

Cinque poesie:

 

Treno 4250

 

(nome)

 

Forse darò un nome a questa terra

che separa il binario tre dal mare

e inciderò i segni e i colori

sul selciato della pensilina

nel taglio degli occhi che mi attende

all’altro capo della linea.

Darò un nome a questa attesa

agli annunci, alla fila delle stazioni

che scorre rossa sul monitor

mentre arriva il mio convoglio.

Si parte così, ascoltando il vento

che porta il suono della sabbia

scolpita dai passi di questa ostinazione

del ritornare all’orizzonte

dei nostri volti.

 

*

 

(banchina)

 

Sulla banchina siamo in pochi

a sfidare la corsa dei convogli

a pochi centimetri dal cuore,

la ragazza bionda che guarda il cellulare

il nigeriano che specchia il futuro negli occhiali

l’impiegato con la maglietta blu

che scende sempre a Marzocca

e il mio stare fermo sulla linea gialla

come a una frontiera

in attesa del tuo lasciapassare

che ci riporti nella pace

all’ultimo arrivo della luce.

 

*

 

(preghiera)

 

Sayed è salito con la camicia

stretta ai polsi e lo sguardo perduto

all’orlo delle banchine.

Si toglie le scarpe,

mentre la voce annuncia Marotta

e prega toccandosi il cuore

con gli occhi di chi conosce l’attesa

e la pelle che pare carbone e grano.

Guarda il mare e poi la mia borsa

mentre il vagone sembra sentire

il peso del cielo

e le onde che fanno paura

nella luce stanca

che chiede riposo anche alle stelle.

 

*

 

(ragazzi)

 

Adrian raccoglie i piedi al petto

mentre guarda la linea dritta dei binari

e Ioanna gli toglie il bianco della calce

dalla fronte.

Quella linea è l’occhio della ragazza

il gesto preciso delle mani ventenni

la firma sul contratto,

le mura di Fano, l’arco e il suo trionfo

i fiori sulla tovaglia a casa,

quel grembo stretto

che è lievito e pane

e riposo, come questo mare

che apre lo sguardo al nostro cielo.

 

*

 

(arrivando)

 

Mi chiami sempre a Senigallia

con i tre fischi delle porte

a ricordarmi di tornare.

Dove sei? mi chiedi

come se questo orizzonte alla mia destra

fosse un vuoto spietato da colmare.

Da qualche parte rispondo

e la risposta ti basta,

come le costellazioni sul terrazzo

il bacio, la mano forte che ti stringe

il passero che ruba

la nostra casa di molliche

dal mio palmo al ristorante.

 

***

 

Luca Benassi è nato a Roma nel 1976 dove vive e lavora. Ha pubblicato sei raccolte di poesia, l’ultima delle quali, Istruzioni per la luce, è uscita per Passigli nel 2021. Ha pubblicato antologie poetiche in giapponese (insieme alla poetessa Maki Strfield, edizione e-book, 2016), spagnolo (2018), macedone (edizione bilingue, 2019) e serbo (2019). Ha tradotto De Weg del poeta fiammingo Germain Droogenbroodt (Il Cammino, 2002). Nel 2010 ha dato alle stampe la raccolta di saggi critici Rivi strozzati poeti italiani negli anni duemila. Ha curato le opere antologiche complessive di Cristina Annino (Magnificat. Poesia 1969 – 2009, 2009), Achille Serrao (Percorsi nella poesia di Achille Serrao, 2013) e Dante Maffìa (La casa dei Falconi, poesia 1974-2014, 2014).

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