Il libro che state per leggere è esemplare, perché cerca di rispondere a una domanda che nei giorni e negli anni che vengono non potrà più es sere elusa e ciascuno di noi dovrà a suo modo porsi, perché dalle risposte che riusciremo a dare dipenderà la sopravvivenza della cultura umana sulla terra. Questa domanda è: che cosa significa abitare? Sappiamo an cora che cosa significa abitare un paese, una città, un territorio? E che cos’è un paese, se lo si pensa a partire dall’abitare?
Attili risponde a questa domanda indagando la storia di un luogo cer tamente eccezionale, Civita di Bagnoregio, un borgo del Lazio nel qua le, per la sua particolare situazione geomorfologica su una piattaforma d’argilla sempre in atto di sprofondare nel vuoto, la stessa possibilità di vivere e di abitare s’intreccia da sempre indissolubilmente a una pro messa di morte «regolarmente e invariabilmente mantenuta». In questo senso il borgo laziale è per Attili, come dice il suo nome in un certo senso mancante, la civitas, la «città» per eccellenza, «senza aggettivi e senza altre specificazioni»: l’exemplum perfetto per l’indagine che l’autore si propone.
L’inchiesta si articola conseguentemente in tre parti, ciascuna delle quali coincide con un periodo della storia di Civita. La prima ha carattere propriamente storico-archeologico: con una paziente, minuziosa ricerca negli archivi e nel liber consiliorum di Bagnoregio, a cui si affianca un’altrettanto attenta inchiesta antropologica, Attili ricostruisce la volontà dei civitonici nel corso dei secoli di abitare la loro terra, la meravigliosa cocciutaggine con cui continuano a restare attaccati al loro «cucuzzolo di tufo» sospeso sul vuoto e a mantenere intatta e, se possibile, a migliorare la forma di vita che le generazioni si trasmettevano. «I civitonici hanno fatto della loro terra un tempio abitabile, costruito su penombra e burroni. In questo tempio hanno creato e continuano a forgiare qualcosa, senza la quale sembrano avere un certo disagio: la propria presenza. Si tratta di un processo creativo, attraverso cui si ritraggono dalla morte per scortarla. Il borgo di Civita, che svetta fiero in cima alla sua rupe, sarebbe oggi solo un cumulo di detriti in assenza di una comunità operosa capace di costruire e preservare il proprio spazio di vita» (infra, p. 30). Entrando nel 1935, in una casa di Civita, Bonaventura Tecchi sembra cogliere qualcosa di questa ostinata capacità di abitare nei gesti della donna che lo accoglie. «Il tintinnio dei bicchieri, quando furono posti in tavola, l’aprirsi del tovagliolo bianco, il balenare del cristallo, erano come pre si e allungati da una forza misteriosa, forse da quel rumorio lontano e segreto dei fossi, forse da quel senso vasto di solitudine e di vuoto che era nell’aria. Tutto in quella casa, anche le cose più umili e le parole più comuni, prendevano un valore, una intensità, un gusto strano di vivere e di durare nell’attimo» (infra, p. 32). Per noi che viviamo in un momento storico in cui gli uomini sembrano aver perduto la capacità di abitare, la tenacia con cui questi uomini hanno saputo abitare il loro borgo – cioè crearvi abiti, abitudini e forme di vita – è particolarmente istruttiva.
Non meno istruttiva è la seconda parte della ricerca, Terra d’adozione, che coincide con l’arrivo a Civita nel 1963 di Astra Zarina, un’architetta di origine lettone. In quegli anni la popolazione del borgo si era ridotta a sessanta abitanti e le consuetudini di vita dei civitonici erano minacciate dallo spopolamento e dal progressivo declino della civiltà contadina. Astra, insieme a due suoi amici, si innamora del borgo e decide di abitarvi stabilmente. Com’era accaduto molti anni prima a Carlo Levi ad Aliano, la giovane architetta si apre alla comprensione di un mondo diverso che sembra condannato a scomparire. «Astra» scrive Attili «mette al lavoro curiosità e ascolto. È capace di entrare in risonanza col sentire più profondo dei civitonici, offrendo attenzione e capacità di cura. Il suo cuore antico risuona con quello di Civita. La sua sete di conoscenza squarcia l’iniziale diffidenza. Astra vuole sapere tutto della storia di questo territorio, vuole conoscere le biografie che l’hanno attraversato, vuole capire il rapporto controverso e doloroso con una natura ostile. Per fare questo, si immerge nei racconti dei civitonici, ne accarezza la memoria, ne trattiene il respiro. Non solo. Con umiltà, Astra studia le tecniche locali di costruzione: travi, malte, tufo e cocciopesto. […] È affascinata dalla sapienza attenta delle mani. È incantata da un’artigianalità locale che è riuscita a sedimentarsi nel corso dei secoli e che ha reso Civita quel cumulo di bellezza che ora si dispiega sotto i suoi occhi. […] Curiosa e attenta ascoltatrice dei racconti del passato, Astra cerca costantemente di entrare in contatto con l’anima di questo luogo. Ne interpreta i segni, ne custodisce i mormorii, ne celebra le voci. La sera in piazza, gli anziani le raccontano di come si viveva a Civita. Astra accarezza queste memorie, le trattiene, le rielabora e le trasforma in materiale di progetto. Propone ai civitonici di riportare in vita una serie di attività che rischiavano di addormentarsi nel c’era una volta. Henrik, suo assistente per moltissimi anni, ricorda con commozione il momento in cui Astra, colta da un’improvvisa intuizione, si rivolge ai civitonici: “Perché no? Perché non rifare le cose che voi facevate? Perché non strappare alla dimenticanza quello che eravate?”. È in quel momento che la processione dell’Assunta torna a innervare la vita del borgo» (infra, pp. 131-132, 139). Non si tratta soltanto di una riscoperta del proprio passato. Astra riesce a creare a Civita una scuola residenziale denominata Hilltowns Program, che vede stabilirsi a Civita per qualche mese ogni anno, ospitati dalle famiglie del luogo, studenti di architettura e urbanistica delle Università di Washington e di Pittsburgh. È come se un nuovo modo di abitare il borgo prendesse forma accanto all’antico: l’esperimento è particolarmente interessante perché mostra che dei forestieri possono stabilirsi in un luogo non da estranei, ma abitandolo a loro volta accanto agli antichi abitanti, in uno scambio fecondo di abiti e abitudini di vita: «Ogni domenica sera, gli studenti accompagnano le donne al forno comune che viene acceso per celebrare un rito, che trasforma il raccolto dei campi in cibo da condividere […] Espressione di una cultura legata al territorio che si rinnova in una cerimonia collettiva. Le tavole, apparecchiate nei vicoli del borgo, celebrano la promessa di appartenersi. Di essere comunità» (infra, pp. 135-136). In questo modo, «Civita riprende meravigliosamente a vivere con i suoi 60 abitanti, tutti attratti da questa nuova avventura» (infra, p. 145).
La terza parte del libro, Terra di spettacolo, documenta come per una serie di prevedibili circostanze il piccolo borgo diventa progressivamente una delle mete di elezione del turismo di massa, fino a trasformarsi oggi, come molti altri centri storici d’Italia, in un parco di divertimento per turisti, cioè in un non-luogo. «Dove un tempo ferveva la vita, e umani scorbutici e frettolosi si facevano largo nel mondo e si calpestavano e spintonavano, ora fioriscono paninoteche, bancarelle ovunque uguali di prodotti tipici, di mussoline, batik, cotonine, parei e braccialetti. Quella che era una vicenda piena di grida, strepiti e furori, ora è tutto racchiuso in un prospetto di agenzia di viaggio» (infra, p. 298).
Anche in questa prospettiva l’inchiesta su Civita è paradigmatica, perché riguarda, come scrive Attili, l’esito estremo «di rivoluzioni che investono, radicalmente, un’intera epoca storica. Da questo punto di vista attraversare la specificità di questo borgo significa costruire una possibilità di imparare: l’occasione di leggere, a partire dalla inaggirabile individualità di un piccolo contesto territoriale, trasformazioni più ampie e profonde che attraversano il nostro modo di stare al mondo» (infra, p. 265). Civita, in questa prospettiva, «potrebbe trasformarsi nel luogo simbolo di una sfida in cui la vulnerabilità territoriale possa diventare il volano di un progetto di fuoriuscita dallo sfruttamento mercificante dell’industria turistica. In una fase storica in cui molte delle aree depresse del nostro paese vedono nel turismo l’unico possibile orizzonte di rilancio economico, la paradigmaticità di Civita può essere occasione per stimolare un’immaginazione politica di cui l’intero territorio nazionale ha bisogno» (infra, p. 310).
Non si tratta di un problema limitato e parziale, la cui soluzione possa essere affidata a dei tecnici. Se, chiudendo le pagine di questo libro così ricco, volessimo provarci a suggerire una prospettiva per una ricerca ulteriore, questa non potrebbe, infatti, non confrontarsi con un decisivo problema antropologico. Il turismo non è semplicemente una questione amministrativa, che si risolve trovando la corretta proporzione fra il nu mero dei turisti e quello degli abitanti. In questione è, piuttosto, il modo della dimora degli uomini sulla terra. Se il turismo è così distruttivo, è perché esso coincide con una trasformazione del rapporto fra gli uomini e la terra. Lo sfacelo di Civita, trasformata, come molte altre città italiane, in un non-luogo, fa parte di un processo più vasto, che possiamo definire come la perdita della capacità umana di abitare. Non è questo il luogo per indagare le cause di questo processo: ma è certo che se il turismo ne costituisce uno dei sintomi più appariscenti, è perché in questione in esso non è un’altra relazione possibile fra gli uomini e la terra, un altro modo possibile di abitarla: è semplicemente l’esperienza dell’impossibilità di abitare, di creare abiti, abitudini e forme di vita. Dovunque si trovi, il turista esperisce la stessa impossibilità di abitare che aveva conosciuto nella sua casa e nella sua città. E se tutta l’umanità sta scivolando nella condizione di turista, comprendere che cosa significa abitare diventa la questione più urgente.
La storia di Civita è, in questo senso, doppiamente paradigmatica. Non molto tempo fa un filosofo che era stato anche sindaco della sua città, ha affermato che credere che si possa oggi riportare gli abitanti invece dei turisti nelle loro città è un discorso da anime belle. È significativo che il concetto stesso di abitazione sia in questo modo considerato obsoleto. E tuttavia, se le comunità umane non sono destinate – come proprio oggi molti segni sembrano suggerire – al puro e semplice disfacimento, se la vita degli uomini è, nelle parole di Hölderlin, una «vita abitante», gli uomini dovranno necessariamente provarsi a ritrovare o a reinventare un modo di abitare le loro città e la loro terra.
