Intervista ad Annalisa Ciampalini

di Luca Pizzolitto

  1. Il tuo ultimo libro è stato pubblicato nel 2018 (“Le distrazioni del viaggio” Samuele editore) sono passati quasi 4 anni. Com’è stato il tuo rapporto con la poesia (sia letta che scritta) in questo arco di tempo?

 

In questo arco di tempo il mio rapporto con la poesia è stato molto intenso, e posso dire di essere soddisfatta. Non sono una persona metodica e può succedere che passino mesi senza che scriva una poesia compiuta. Scrivo, prendo appunti, annoto riflessioni, ma so che molti tentativi di scrittura resteranno tali: abbozzi di pensiero, accostamenti di parole. Se la scrittura si presenta in modo frammentario rivelandomi una verità che percepisco precaria, voglio assecondarla, anche perché non potrei fare altrimenti. Mi piace quando gli scritti si accumulano e sono indefiniti, incompatibili e non conclusi, è come stare accanto a una cosa viva, che cresce, e non sai quale direzione prenderà. Col tempo ho imparato ad amare questa fase transitoria, ad affidarmi alla lentezza che mi impone la poesia e alle varie contraddizioni, cerco di stare lontana dall’ansia di dover produrre e vicino a quanto mi dà gioia. Poi, a un certo punto, può accadere che gli appunti trovino una struttura con un senso, i versi crescano e le poesie assumano una forma definitiva, anche se tutta questa compiutezza, alla fine, non arriva mai.

Con la lettura ho un rapporto più continuo. Leggo molto, e difficilmente esco di casa senza mettere dentro la borsa qualche piccolo libro. In questi anni ho scoperto poeti interessanti che hanno riempito le mie giornate dando un senso più profondo a ciò che stavo vivendo. Ho comprato e continuo ad acquistare tanti libri, e quotidianamente leggo le proposte di alcuni blog poetici. La lettura spesso muove i pensieri e mi invoglia a scrivere. I miei libri sono pieni di appunti, note, piccole poesie scritte col lapis. Devo solo ringraziare tutti questi autori per aver ampliato lo spazio attorno a me. 

 

  1. La tua scrittura poetica è una scrittura che si potrebbe definire “intimista”; mi spiego meglio, una ricerca che, anche quando guarda fuori, parte spesso da una dimensione interiore. Quanto sono connesse, in te, la poesia ed uno sguardo interiore, intimo profondo?

 

È giusto ciò che dici, è un’osservazione acuta. Anch’io mi accorgo che la mia poesia è forgiata dal mio mondo interiore. Difficilmente scrivo con l’intenzione di esternare i miei moti di coscienza o esperienze personali; non mi interessa farlo e non mi emoziona scriverne. Ciò che mi dà la giusta tensione per mettermi in ascolto proviene da uno spazio che percepisco esterno.  Sono spesso gli altri e ciò che li coinvolge, i luoghi, o la scia che resta alla fine di qualche accadimento a richiamare la mia attenzione, sono le trame tessute dal mondo a costruire la zona fertile in cui mi perdo e immagino. Eppure, ciò che emerge, alla fine, è una poesia che innegabilmente ha la forma di un’interiorità. Forse, per un meccanismo che ignoro, gli stimoli esterni scivolano dentro, vengono tradotti dalla parte più profonda e riemergono con la forma che mi contraddistingue: quella della mia interiorità. Ma si sa, l’atto poetico è spesso oscuro e difficile da seguire.

Per rispondere definitivamente alla domanda, posso dire che è proprio la forma dei miei componimenti a rivelarmi quanto la poesia e il mio sguardo più profondo siano connessi. 

Non vorrei che fosse sempre così, ma temo sia difficile sfuggire a tale processo. Scrivendo, ho notato che una versificazione più distesa può creare una forma poetica dal respiro ampio, uno spazio dove si percepisce il transito di altri esseri, di altre voci. 

Dato che la mia dimensione interiore sembra essere così presente, mi auguro che sia capace almeno di accogliere quella parte di mondo che ho contrastato, spero che nella mia profondità agiscano forze imponenti, che disorientano, fanno il vuoto, e si scagliano anche contro di me. Vorrei un’interiorità imponderabile e battuta dai venti, simile al paesaggio esterno, non una cavità fatta a mia immagine, nata per proteggermi. Non so se sia paradossale come desiderio, ma credo sia importante aspirare a questa condizione, e non solo per quanto riguarda la poesia.

 

2. Come e in che misura la poesia ha spazio nella tua quotidianità?

 

Sicuramente la poesia ha un grande spazio nella mia quotidianità.  Più si frequenta, più si vorrebbe darle spazio, anche perché può presentarsi in molte forme. Può sembrare banale, ma la poesia si può riscontrare ovunque, sempre che la mente sia abituata a percepirla; pertanto, può essere presente anche quando non leggiamo e non scriviamo. Con me, oltre a qualche libro, tengo sempre un piccolo quaderno in cui annoto frammenti di versi. Ho osservato, ad esempio, che il tempo del viaggio può facilitare la connessione con i versi. Anche il silenzio e la lentezza possono essere amici della poesia. Inoltre, da diversi anni oramai, frequento la scuola “La poesia è di tutti” diretta da Massimiliano Bardotti, poeta e performer. Gli incontri organizzati dalla scuola sono molto vari, e nel corso degli anni abbiamo sperimentato parecchie attività, tutte connesse con la scrittura, la lettura poetica e volte a diffondere la poesia.

Questo modo di vivere e condividere l’arte poetica rappresenta uno spazio prezioso, che non può essere sostituito da altre esperienze.

 

3. Tre poeti (e relative opere) imprescindibili, secondo te, per chi si avvicina, ama o scrive poesia.

 

Questa è una domanda difficile. Non sono una letterata, e ho conosciuto molti poeti e le relative opere fuori dall’ambiente scolastico. Il mondo poetico che ho in mente è sorprendentemente diversificato e formato da voci significative. Credo sia proprio questa varietà ad attrarmi, insieme al fatto che il poeta vero si presenta nella sua autenticità, e con un intenso richiamo. Mi piace pensare a un dialogo immaginario tra poeti, che non cessa mai, e trasforma continuamente le opere che ci hanno lasciato. Chi, tra tutti questi autori, viventi e non viventi, è da ritenersi imprescindibile?  Io sicuramente non lo so, anche perché ho molte figure di riferimento, sia tra i classici, sia tra i contemporanei.

Farò comunque tre nomi, pensando esclusivamente ai poeti non viventi.

Il primo è Omero, con i suoi due poemi, perché spesso mi ritrovo a leggerlo, a evocarlo, perché è vicino al mito, e perché, se penso a tutta quella antichità sommersa, vedo l’azzurro del mare e avverto una sensazione di calda permanenza e nostalgia.

Poi Vittorio Sereni, con “Gli strumenti umani” e “Stella variabile”.

E per concludere Tomas Tranströmer con l’opera “Poesia dal silenzio” (che ho letto tradotta in lingua italiana).

Non ho detto niente citando questi tre nomi, avrei potuto scrivere altre terne. Ma l’accostamento di queste tre figure può dare l’idea della grande varietà del mondo poetico.

Ci sono poeti che mi sono particolarmente cari, e che non nomino, sono un po’ fuori dalla corrente principale, ma il loro sguardo è prezioso, commovente e necessario.

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