Si vis pacem, para pacem. La pace non scoppia, va costruita

La guerra in Ucraina è uno di quegli eventi che rompono lo status quo e obbligano ognuno a interrogarsi con una radicalità che scompagina schieramenti precostituiti. Raramente si è vista tanta varietà di prese di posizioni tanto all’interno di ogni partito politico, quanto di ogni compagnia o raggruppamento amicale, come in questa primavera del 2022 a proposito della guerra. C’è da augurarsi che questo non si traduca in una ulteriore polverizzazione della socialità a cui già la pandemia ha dato una accelerazione, ma diventi un appello alla responsabilità personale. Come dice don Tonino Bello “Occorre forse una rivoluzione di mentalità per capire che la pace non è un dato, ma una conquista”. E come scrive Raffaella Molena, in alcuni pensieri che qui propongo: “la pace non è il contrario della guerra, bensì una costruzione”.

La guerra è una modalità relazionale
Nella sua essenza profonda, la guerra è una modalità relazionale (tra persone, tra enti, tra stati), propria di una visione dicotomica del mondo e della realtà, tutta patriarcale, veicolata anche dal linguaggio. Ne discendono semplificazioni inaccettabili per superficialità e inconsistenza, per incapacità di interrogare la complessità.

Le parole, a cui diamo un senso, un contenuto, un significato, non sono mai neutre, non scendono dal cielo, non nascono nel vuoto.

Infatti viviamo un immaginario, un inconscio, colonizzato da immagini di guerra: dallo sport come aggressioni sublimate – reti più o meno inviolate del calcio per esempio -, ai miti e leggende pieni di eroi che muoiono in battaglia, la stima che abbiamo per le uniformi, per il valore militare, alla considerazione della figura del combattente, anche in pandemia e con le malattie in genere – penso alla pubblicità della ricerca contro il cancro fatta con una immagine di pistola inserita in un microscopio, ecc.

Visto che noi non siamo in una guerra in corso, non ancora, partire da qui e da sé significa rendersi consapevoli, e pensare, spingendo il pensiero a modificazioni nella prassi quotidiana delle nostre relazioni. Troppo poco?

Invito a pensare prima di rispondere con un’alzata di spalle.

La pace non è il contrario della guerra
E la pace non è il contrario della guerra, bensì una costruzione che irrompe nel mondo con più giustizia, o non è pace.

Le modalità relazionali, anche fra Stati, non nascono libere in un vuoto pneumatico, ma sono intessute da vincoli, legami; nessuno è autoctono.

L’articolo della nostra Costituzione che recita “l’Italia ripudia la guerra quale metodo di risoluzione nelle relazioni fra Stati”, e di cui andiamo tanto fiere, giustamente, resterà sempre lettera morta se ognuno/a non si sentirà – anche in tempi di pace – coinvolto/a in prima persona, partendo da sé, a fare, pensare, dire qualcosa affinché quelle affermazioni incidano sulla realtà.

Non penso a cambiare la mente dei generali o chiudere le nostre fabbriche d’armi (magari si potesse), bensì a costruire relazioni in un mondo più giusto.

Imparare a gestire i conflitti
Da un lato, imparare a gestire i conflitti – personali e sociali – e dall’altro, favorire e sostenere iniziative che creano e amplificano il grado di giustizia nella società.

In questo caso mi piace citare Gino Strada, perché con Emergency ha favorito davvero la pace nelle relazioni mondiali – e denunciato le nefandezze delle guerre – garantendo assistenza medica e salute a quanti più possibile, quindi realizzando quel tanto in più di giustizia nel mondo.

In questi ambiti le donne hanno detto, pensato e realizzato un sapere e una pratica e per questo meriterebbero ascolto non frettoloso, proprio per evitare semplificazioni troppo comode, che continuano a dividere il mondo in amici e nemici soltanto; abbiamo bisogno invece, di vedere tutti gli aspetti del problema. E non in nome del “politicamente corretto” e tutte le sue aberrazioni, bensì per stabilire le priorità che contano e immaginare un modo per contrapporre collaborazione alla competizione, solidarietà e com-passione al dominio del più forte.

Le semplificazioni di un pensiero dicotomico sono connaturate a una società fortemente diseguale (anche la nostra) che inevitabilmente ha solo la guerra – fredda o calda che sia – nel suo orizzonte relazionale.

La forza non è violenza
La violenza è la forza praticata? Violenza e forza non coincidono; credo che la violenza sia la negazione della forza.

Io chiamo forza quella messa in campo dalle Madres di Plaza de Mayo, scevra da violenza, che consiste in un posizionamento fermo, sicuro, esposto in luogo pubblico, sicure di una ragione che sta dalla parte della giustizia.

Se come spesso succede le parole fin qui dette non contano niente e mi si chiede un posizionamento e un’opinione – inutile a spostare posizioni di potere – rispetto agli eventi attuali, allora, fatta salva la solidarietà e accoglienza degli ucraini scappati e agli altri che lì combattono, io sono contraria all’invio di armi e all’aumento delle spese militari qui.
Come succede ora per la transizione ecologica, dove i nemici sono diventati gli ambientalisti e Greta, qui sembra che i pacifisti siano diventati le anime belle che inutilmente predicano nel deserto col favore dei loro privilegi.

Le responsabilità di tutte le parti in gioco
Poi c’è la Storia, le ragioni che ogni guerra mette in campo, le responsabilità di tutte le parti in gioco – tutta roba da sapere -, ma che non toccano il fondo della questione: spero che almeno possano costringere le parti a trattare come si fa tra nemici in ogni guerra.

Ma senza quel fondo non faremo altro che spostare il problema alla prossima crisi, che, tranquilli, ci sarà.

Qualcuno mi chiede: cosa faresti se fossi in Ucraina oggi? Come la storia, anche le vite personali non si fanno con i se. Non lo posso sapere, mi ci dovrei trovare in quella situazione per saperlo, con quell’ambiente, con quelle relazioni ecc. che avrei lì. È una domanda insensata perché manca di contesto.

Io posso solo partire da dove sono ora e per come vivo ora in questo particolare contesto, investita da qualcosa che mi risuona dentro le cose espresse fin qui, cogliendo tutte le implicazioni – e senza comode semplificazioni.

Come manifestare oggi
Oggi se mi immagino un modo per manifestare in piazza, mi vedrei con tante e tanti, immobili e in silenzio assoluto per un tempo definito: il silenzio esprimerebbe l’estraneità totale, disapprovazione, rifiuto (della guerra), invito (a contrattare). Le parole sarebbero solo ridondanti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *