Si vis pacem, para pacem. Con la soppressione di scuola e sanità sai quante armi ci si può comprare!

Alcuni giorni fa un “pesce d’aprile” annunciava la soppressione del Ministero dell’Istruzione. Propongo un commento di Giovanna Lo Presti allo scherzo di Pasquale Almirante apparso su La Tecnica della Scuola. Scherzo ma non troppo, osserva Giovanna Lo Presti. Infatti, viste le politiche governative, è inequivocabile che per chi ci governa la scuola non serve a niente. Siamo ancora ai tempi in cui un ministro della Repubblica dichiarava che “Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia“. La celerità e l’unanimità con cui si aumenta la spesa per le armi non ha termine di paragone. Non si è mai vista né per la scuola né per la sanità. Anzi, dopo l’esperienza della pandemia che ha mostrato tutte le pecche dei nostri sistemi scolastico e sanitario, la realtà è che il DEF vede la spesa pubblica per la scuola in calo nei prossimi anni. Così come è in calo la spesa sanitaria. Parafrasando il detto di quel famoso ministro della Repubblica, ci cureremo con un carro armato e ci istruiremo con un porto d’armi.

Un bel “pesce d’aprile”, con un amaro fondo di verità
di Giovanna Lo Presti

Venerdì 1° aprile, Pasquale Almirante ha gettato alle ortiche la tonaca di esperto dei problemi della scuola ed ha fatto il burlone, memore del fatto che l’uomo è un animale che ride.

Il suo “pesce d’aprile” annunciava la soppressione del Ministero dell’Istruzione e il conseguente doloroso pianto del Ministro Bianchi. Quanti saranno stati meravigliati per la notizia? Quanti avranno letto l’articolo dopo però aver pensato “non è possibile”? Fatto si è che, da buon conoscitore dell’attuale momento politico, Almirante ha contornato la “notiziona” esclusiva con una serie di osservazioni all’insegna del più severo realismo.

Di sicuro Di Maio e Giorgetti, l’uno per un atavico legame con l’ignoranza, l’altro per un pragmatismo imprenditoriale che non considera certo essenziali cose fumose come la “cultura” non sarebbero dispiaciuti per la scomparsa di un Ministero con un bilancio così pesante per le casse dello Stato. Certo, si addolorerebbero in pubblico (come si fa sempre per le buone cause) ma si rallegrerebbero in privato.

Più di loro sarebbe contento il “salvatore della patria”, quel Mario Draghi per il quale si è intonato da tempo un coro unanime di apprezzamenti e consensi. E con la soppressione del Ministero di viale Trastevere sai quante armi ci si può comprare! In realtà penso che quasi tutto il nostro Parlamento gioirebbe, nel proprio foro interiore, per l’abolizione della scuola; lo deduco dal fatto che quasi all’unanimità hanno votato per l’invio di aiuti sotto forma di armi all’Ucraina ed accolto benevolmente la proposta di Draghi di alzare in modo sensibile l’impegno italiano per le spese militari.

Quindi, è inequivocabile che per loro la scuola non serva a niente. A scuola si dovrebbe trasmettere conoscenza; dopo i disastri del Novecento si è capito che conoscenza e cultura che non mettano al bando le armi, la guerra, la sopraffazione dell’essere umano sull’essere umano non servono a niente. E quindi se si mandano armi come strumenti di “difesa umanitaria” e si aumenta la spesa per gli armamenti, la scuola non serve a niente. Peggio ancora, la scuola non insegna nemmeno a leggere e a interpretare correttamente enunciati semplici.

Lo dimostrano tutti i nostri parlamentari che hanno votato perché l’Italia si armi, dimentichi di aver giurato fedeltà ad una Costituzione che, in un suo articolo, afferma inequivocabilmente che l’Italia ripudia la guerra.

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SPESA PER LA SANITA’

Ucraina, Rosy Bindi: “È paradossale ed eticamente inaccettabile anteporre spese militari a quelle sanitarie e sociali”
di F.Q.

“Siamo ormai in un’economia di guerra ed è paradossale che, dopo due anni di covid e di emergenza sanitaria, nei prossimi anni vedremo aumentare le spese militari e diminuire la spesa sanitaria rispetto al Pil. Qui scatta il grande tema dell’eticamente inaccettabile, perché non possiamo anteporre le spese militari alle spese per l’istruzione, per la ricerca, per la salute, per il superamento delle diseguaglianze e soprattutto per costruire una cultura di pace”. Sono le parole pronunciate a Radio Popolare dall’ex ministra Rosy Bindi, firmataria di un appello rivolto al governo Draghi e al Parlamento e promosso anche da altri politici ed esponenti della società civile e religiosa.

Bindi sottolinea: “Dobbiamo smetterla di pensare che prepariamo la pace, costruendo armi, aumentando le spese militari e non firmando il trattato contro ogni forma nucleare. No. La pace si prepara con strumenti di pace. Francamente mi impressiona molto questa mancanza di lungimiranza politica nell’affrontare i temi della sicurezza e della pace in un momento drammatico come quello che stiamo vivendo. Dalle forze di governo io mi aspetterei questo tipo di ragionamento, non l’affrettata rincorsa con il palliativo della spalmatura nel 2028, a fronte di spese sociali che diminuiranno”.

L’ex presidente della Commissione Antimafia spiega le motivazioni dell’appello al governo e al Parlamento: “Lo abbiamo promosso non perché sottovalutiamo l’importanza della sicurezza e del bene comune, ma perché a noi è sembrata una decisione estemporanea presa sotto l’effetto di questa guerra devastante in Ucraina, ma che non c’entra niente in realtà con questa guerra. O quantomeno non dovrebbe entrarci. Noi riteniamo che si debba affrontare seriamente il futuro della Ue anche attraverso il rafforzamento della sua politica estera e la capacità di assumere il tema della sicurezza comune – conclude – La corsa agli armamenti dei singoli Stati rafforza di fatto il nazionalismo ed è impressionante che questo avvenga in Germania, che lo fa per la prima volta dal 1945. Questo finisce per ritardare il processo di unificazione dell’Europa dal punto di vista della ripresa della sicurezza. E aggiungo un’altra cosa: questa tragedia che stiamo vivendo potrebbe essere anche l’occasione di ripensare la funzione della Nato. La corsa all’aumento delle spese militari in questo senso non aiuta”. (da qui)

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Sanità, l’Italia spende il 40% in meno dei grandi Paesi Ue

In 2019/2020 finanziamento Italia cresciuto l’1,5% in meno di Ue. Per curarsi spese catastrofiche per 630mila famiglie

Nonostante gli aumenti di finanziamento per far fronte alla pandemia, nel 2020 il gap tra la spesa sanitaria pubblica italiana e quella dei 14 paesi dell’Europa occidentale raggiunge circa il 40%.

Lo dice il XVII Rapporto del Crea (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità) dell’Università Tor Vergata di Roma, presentato oggi.

Nel Rapporto si evidenzia come tra il 2019 e il 2020 la crescita del finanziamento della sanità italiana sia stata “ingente, pari a circa il 5%”, tuttavia non sufficiente.

Il confronto storico con la media dei Paesi dell’Europa Occidentale mostra come tra il 2012 e il 2019 la spesa sanitaria sia cresciuta ad un ritmo del 3,3% medio annuo contro lo 0,8% medio annuo italiano. Nel 2020/2019, malgrado l’accelerazione del finanziamento, la crescita italiana è rimasta ancora inferiore di 1,5 punti percentuali rispetto alla media europea.

Anche il gap della spesa privata è andato incrementandosi: “In maniera netta – osservano i ricercatori del Crea Sanità -, per effetto della battuta di arresto del 2020 (evidentemente dovuta alla posticipazione o alla rinuncia alle cure)” a causa della pandemia da Covid-19.

In prospettiva, evidenzia il Rapporto del Crea Sanità, “il finanziamento integrativo di 2 miliardi di euro previsto per gli anni 2022-2024 si innesterà sul finanziamento 2021”, che è pari a circa 122 miliardi di euro. Per i ricercatori del Crea Sanità, “il finanziamento aggiuntivo per far fronte alla pandemia appare, quindi, definitivamente inglobato nel Fondo per la Sanità, modificando nettamente il trend storico”.

Rapporto Crea Sanità, Italia Paese che ricovera meno in Ue
Più che posti letto, in alcune discipline manca il personale. Siamo il Paese dell’Unione Europea che fa minore ricorso al ricovero in rapporto alla popolazione, ma con durata media di degenza più alta. È quanto si evidenzia nel XVII Rapporto del Crea (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità) dell’Università Tor Vergata di Roma, presentato oggi, che spiega come la riduzione delle ospedalizzazioni sia stata accompagnata dalla progressiva riduzione di posti letto, “sebbene con una significativa variabilità regionale”.

I tassi di occupazione dei posti letto, si fa notare nel rapporto, “rimangono in media su livelli che non sembrerebbero indicare un particolare rischio di stress sul lato dell’offerta, se non fosse che la distribuzione non è affatto omogenea: se i letti di Terapia intensiva, prima della pandemia, risultavano occupati sotto il 50%, risultava invece elevatissima l’occupazione dei posti letto delle Pneumologie e nei reparti di Malattie infettive, oltre che nelle Medicine interne, ovvero nei reparti maggiormente chiamati in causa dal Covid”. In alcune discipline, tuttavia, “più che i letti sono carenti gli organici”.

Sanità, per curarsi spese catastrofiche per 630mila famiglie
Atteso peggioramento futuro per sospensione cure durante Covid
Le famiglie italiane, specie le “meno abbienti”, soffrono di “un crescente impatto dei consumi sanitari sui loro bilanci”. È quanto evidenzia il XVII Rapporto del Crea (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità) dell’Università Tor Vergata di Roma, presentato oggi, che spiega:

“Seppure con lievi segnali di miglioramento, l’impoverimento continua a colpire oltre 410.000 famiglie, la catastroficità (spese rilevanti rispetto ai budget familiari) oltre 630.000 ed il disagio economico per cause sanitarie oltre un milione”.

Questo è un segnale di minore capacità del sistema di tutelare le fasce di popolazione più fragili. Le Regioni del Sud appaiono le più colpite. In alcune, soprattutto la Campania, la situazione è resa ancora più critica dall’osservazione di una coesistente presenza di alti livelli di rinunce ai consumi sanitari.

In prospettiva, i ricercatori del Crea Sanità evidenziano come la pandemia in atto ha sicuramente avuto un pesante impatto sui più fragili: “Per il prossimo anno ci si aspetta quindi un ulteriore peggioramento degli indicatori di equità, soprattutto di quello del disagio economico, a causa del fenomeno delle rinunce e/o di un possibile maggior ricorso da parte dei ‘meno abbienti’ a strutture specialistiche private, dovuto alla sospensione delle attività non urgenti nelle strutture pubbliche”.

Pnrr: Crea Sanità, rischio sprechi per fare in fretta
Occasione importante ma ‘disastrosa’ se scelte saranno sbagliate
I tempi stretti di realizzazione PNRR potrebbero far sì che “si tenda ad ‘aggirare’ le criticità” e che, al posto di ottimizzare i processi, “si contraggano/depauperino le fasi di progettazione e valutazione che, di contro, sono essenziali per evitare che le risorse vadano sprecate”. È l’allarme che arriva dal dal XVII Rapporto del Crea (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità) dell’Università Tor Vergata di Roma, presentato oggi. Il PNRR, per i ricercatori del Crea Sanità, “è una occasione irripetibile, il cui esito (come sperabile) sarà quello di rilanciare il Paese; ma potrebbe anche essere ‘disastrosa’ qualora le scelte di investimento fossero quelle sbagliate”. (da qui)

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Indietro tutta sulla spesa sanitaria nel biennio 2022-2024
di Maria Chiara Giorgi

Nel tanto parlare di green pass e di terza dose del vaccino, si è persa la questione fondamentale che dovrebbe occupare l’agenda politica: lo stato di salute del nostro Servizio sanitario nazionale (Ssn). Ovvero dello strumento che garantisce a tutti e tutte, indistintamente, la tutela della salute, a partire dall’assistenza territoriale e dalla prevenzione, volto a perseguire gli obiettivi di uguaglianza, universalismo, omogeneità territoriale, globalità delle cure.

Questa è la preoccupazione che ha portato l’Associazione “Salute diritto fondamentale” a presentare ieri presso la Fondazione Lelio e Lisli Basso a Roma un documento critico delle attuali politiche, alla presenza di Rosy Bindi, Nerina Dirindin, Marco Geddes da Filicaia.

Più segnali mostrano quanto sia all’ordine del giorno un disegno di privatizzazione della sanità italiana, incentrato sul rafforzamento del privato, dei meccanismi e delle logiche del mercato. Contro questa deriva si è espressa l’Associazione, offrendo risposte in grado di consentire il rafforzamento del servizio sanitario pubblico.

Sono quattro i segnali che mettono a rischio di indebolire ulteriore il Ssn, già da anni penalizzato dal de-finanziamento, dai tagli dei posti letto e di personale, da politiche che hanno inciso pesantemente sulla tenuta dei servizi territoriali e di prevenzione, e da ultimo messo a dura prova dall’emergenza della pandemia.

Anziché realizzare un rilancio della spesa sanitaria pubblica, le previsioni di spesa in questo campo mostrano una riduzione continua dal 2022 al 2024 secondo i documenti del governo.

Il primo segnale, riportato nel documento dell’Associazione, riguarda il fronte del personale, già drasticamente ridotto nel numero dei medici, degli infermieri e in generale degli addetti alle professioni sanitarie. Allo stato attuale, dati i limiti previsti nella spesa corrente e nella mancata rimozione dei vincoli che limitano le assunzioni a tempo indeterminato, non si registrano inversioni di tendenza, mentre continua la fuga all’estero del personale sanitario italiano ed è carente la programmazione della formazione universitaria.

Il secondo indizio concerne la lentezza nella ripresa dell’attività ordinaria, con il rischio che i cittadini si rivolgano sempre più al privato (che avendo partecipato solo marginalmente alle attività emergenziali non richiede riorganizzazione e ristrutturazione), evitando le strutture pubbliche in affanno.

Qui si nasconde uno dei pericoli più gravi, altrettanto presente rispetto alla destinazione delle risorse del Pnrr. I 500 milioni stanziati per smaltire le liste di attesa e i fondi del Piano per l’assistenza domiciliare integrata rischiano infatti di essere destinati ad erogatori privati, anziché, si afferma nel documento prodotto dall’Associazione, «rafforzare la presa in carico globale e integrata da parte dei servizi pubblici». Con il risultato che mentre va indebolendosi l’offerta pubblica, aumenta il potere di mercato di molti soggetti privati.

Una ulteriore spia allarmante proviene dalle proposte di riforma per aumentare la concorrenza nel settore, avanzate al governo dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato nel marzo scorso, le quali sollecitano maggiore apertura “all’accesso delle strutture private all’esercizio di attività sanitarie non convenzionate” e l’eliminazione del “vincolo della verifica del fabbisogno regionale di servizi sanitari”.

Su tutto, ciò che rischia di imporsi con grande rapidità e nel vuoto della politica, di una cultura politica capace di opporsi a concezioni privatistiche, è il modello sanitario lombardo. Un modello che da anni ha cancellato la rete dei servizi territoriali pubblici e ha messo in campo una concorrenza tra pubblico e privato sleale, squilibrata e a favore di quest’ultimo.

Proprio alla vigilia della legge di bilancio 2022 e delle annunciate misure sulla concorrenza, si rende più che mai necessario “correggere questi indizi” – afferma l’Associazione. Serve rilanciare mobilitazioni per la tutela e la promozione universale della salute, individuale e collettiva; porre al centro dell’attenzione pubblica e dell’agenda politica il ruolo imprescindibile della sanità pubblica. (da qui)

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SPESA PER LA SCUOLA

L’Italia è ultima in Europa per spesa in istruzione, condannata a una società ingiusta e analfabeta 
di Francesco Nasi

I dati di Eurostat parlano chiaro. L’Italia è il Paese europeo che, in percentuale rispetto alla propria spesa pubblica, investe meno in “educazione”, una categoria che comprende la scuola dell’obbligo, l’università, servizi sussidiari all’educazione e altri tipi di formazione. L’Italia destina l’8,0% della propria spesa pubblica in questo campo, posizionandosi all’ultimo posto della classifica dopo la Grecia (8,3%). La media Europea è del 10,0%. Paesi come la Svizzera e l’Islanda doppiano le nostre cifre, assestandosi intorno al 16%. Altri grandi Paesi europei comparabili con l’Italia hanno tutti percentuali nettamente più alte: 9,6% la Germania, 9,5% la Spagna e la Francia. Nonostante un leggero miglioramento rispetto al passato in termini assoluti, l’aumento degli investimenti resta comunque troppo basso rispetto agli standard europei. Nel 2019, l’anno più recente per cui sono disponibili i dati, l’Italia ha devoluto per l’istruzione 70 miliardi di euro, rispetto ai 122 del Regno Unito e ai 128 della Francia, Paesi con una popolazione di poco maggiore della nostra.

Andando a scomporre le singole voci di spesa, emergono altri elementi interessanti. Per quanto riguarda l’istruzione primaria e pre-primaria l’Italia spende il 2,9% della propria spesa pubblica, un numero appena inferiore della Germania (3,0%) e della media europea (3,4%), ma superiore ad altri grandi Paesi come Francia (2,5%) e Regno Unito (2,4%). L’Italia è anche in linea con la media europea per quanto riguarda l’istruzione nelle scuole secondarie (3,7% il nostro Paese e 3,8 % l’Unione Europea). I dati peggiorano per quanto riguarda università ed educazione terziaria, per cui l’Italia si trova di nuovo in fondo alla classifica. Spendiamo appena lo 0,6% della spesa pubblica in questo settore. La Francia quasi ci doppia, con l’1,1 %, mentre Regno Unito e Germania spendono rispettivamente l’1,5% e l’1,7%. I Paesi Bassi, uno Stato con 17,4 milioni di abitanti, circa un terzo dell’Italia, spendono in termini assoluti quasi il doppio dell’Italia.

Non si tratta soltanto di una questione di quantità, ma anche di qualità dell’investimento. Non solo spendiamo poco, ma spendiamo male. Il sistema di finanziamento va infatti a privilegiare scuole e università già avvantaggiate, incrementando ulteriormente le disuguaglianze e venendo meno alla missione fondamentale della scuola: fornire a tutti le stesse opportunità. Il principale strumento per finanziare l’università è il Ffo (Fondo di finanziamento ordinario), il quale distribuisce i fondi in base ad alcuni parametri discutibili. La maggior parte del Fondo (4 miliardi di euro sui 7,8 totali del 2020) dipende dal “peso” di ogni università, ovvero dal numero di studenti e personale. Altri 2 miliardi circa sono invece destinati alle università che ottengono migliori risultati in termini di impatto della ricerca e preparazione degli studenti. Questi due elementi da soli, però, vanno a esacerbare le disuguaglianze già presenti sul nostro territorio, creando dei circoli viziosi per cui chi ha più risorse può essere più accademicamente performante e attrarre maggiori investimenti, mentre chi ha meno risorse è destinato a sprofondare sempre di più, come dimostra il crescente divario tra università del Nord e università del Sud. Soltanto il 2,8% del FFO, circa 175 milioni di euro, è poi destinato a fini perequativi, ovvero a cercare di ridurre le disuguaglianze tra atenei.

Questi numeri raccontano un Paese in cui la scuola è all’ultimo posto nelle priorità sia dei media che della politica. Eppure, durante il periodo pandemico non è stato così. Le polemiche sulla ministra del governo Conte II, Lucia Azzolina, e le problematiche per l’uso massiccio della didattica a distanza avevano, per la prima volta dopo tanti anni, riportato la scuola e l’educazione al centro del dibattito pubblico. Con l’arrivo del Next Generation EU – il piano di ripartenza economica promosso dalla Commissione Europea, che destina all’Italia circa 191,5 miliardi di euro tra prestiti e sovvenzioni a fondo perduto – si era poi presentata la possibilità di dedicare nuove risorse alla scuola. Sembra però che non si stia cogliendo questa opportunità come avrebbe meritato. Se si va ad analizzare il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) con cui il governo Draghi ha deciso come devolvere i fondi dell’Unione europea, ci si accorge che le risorse destinate non bastano a recuperare l’enorme ritardo accumulato dal nostro Paese in anni di sottofinanziamento all’educazione. Il PNRR destina 30,88 miliardi di euro al settore istruzione e ricerca, di cui 19,44 al potenziamento dell’offerta dei servizi di istruzione dagli asili nido alle università. Questi fondi coprono un periodo che va dal 2021 al 2023 e vanno perciò distribuiti nel corso di 3 anni, per un totale di poco più di 6 miliardi aggiuntivi all’anno. Significa portare la spesa totale del settore a circa 76 miliardi, ancora troppo poco rispetto alle cifre raggiunte dagli altri Paesi europei. Anche se l’analisi fatta dal PNRR sui problemi della scuola coglie alcuni degli aspetti più critici dell’attuale sistema e alcune aree di intervento vanno nella giusta direzione (come l’incremento delle borse di studio o degli alloggi per studenti), questi fondi non saranno probabilmente in grado di risolvere i tanti problemi che derivano dal sottofinanziamento e dal mal-finanziamento del mondo dell’istruzione.

Sono problemi sotto gli occhi di tutti, ma che non si ha il coraggio di affrontare. I numeri dell’abbandono scolastico, per esempio, ovvero dei giovani che lasciano la scuola prima di aver ottenuto un diploma di maturità, sono drammatici. Nell’anno scolastico 2018-2019, ben 102mila studenti avevano lasciato gli studi, di cui 86.620 nelle scuole superiori. È un dato che si fa ancora più grave quando incontra cause di disuguaglianza già esistenti, come quella tra Nord e Sud, tra centro e periferie, o tra alunni italiani e non. Una scuola sottofinanziata non riesce a prevenire queste situazioni e a volte non può evitare di perdere lungo la strada migliaia di giovani che si vedono così limitati nelle proprie possibilità di crescita umana e intellettuale.

Le conseguenze si vedono anche nel basso numero di laureati che escono dalle nostre università. L’Italia è infatti il Paese che, dopo la Romania, ha il minor numero di laureati nell’Unione Europea. Il 20,1% della popolazione tra i 25 e i 64 anni, rispetto al 32,8% della media europea. Un sistema universitario che deve finanziarsi attraverso una delle tassazioni più alte d’Europa, spesso privo di adeguate borse di studio o alloggi per studenti, finisce per trasformarsi in un sistema elitario dove molto spesso a laurearsi è chi esce da un liceo o ha genitori a loro volta già laureati o comunque benestanti. È una situazione che si pone in contrasto con la Dichiarazione Universale dei diritti umani delle Nazioni Unite, che all’articolo 26 dichiara che “l’istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito”.

Gli scarsi finanziamenti nella scuola hanno anche conseguenze sugli stipendi degli insegnanti. Secondo uno studio dell’Ocse, la retribuzione dei docenti italiani si aggira tra i 30mila e i 32mila euro a seconda del grado scolastico. Il gap con gli altri Paesi si fa particolarmente forte alle superiori, dove l’Italia viene superata dalla maggior parte degli altri Paesi sviluppati, inclusi Portogallo, Francia, Israele e Scozia, insieme ai soliti Paesi del Nord Europa come Svezia, Finlandia e Norvegia. La scarsa retribuzione degli insegnanti ha effetti negativi non solo sulla psiche del docente (che si sente ovviamente meno valorizzato rispetto ai colleghi degli altri Paesi), ma anche sull’appetibilità della professione. In questo modo, la scuola fatica ad attrarre talenti che vedono nel mestiere dell’insegnante non solo una vocazione, ma anche un lavoro ben retribuito che gli permetta di raggiungere la stabilità economica. Si va così a diminuire la qualità dei docenti, con il ruolo di insegnante che non ha più il prestigio di cui poteva godere in passato.

Infine, una scuola sottofinanziata è una scuola che non riesce a preparare adeguatamente i suoi studenti. Nonostante la retorica sulle eccellenze dei licei, la verità è che l’Italia si classifica costantemente sotto la media dei Paesi Ocse per quanto riguarda competenze logiche, matematiche e linguistiche. Il dato che forse la dice più lunga sullo scarso livello di preparazione sta nell’altissimo livello di analfabetismo funzionale del nostro Paese. Con questo termine si indica “l’incapacità totale o parziale di un individuo nel comprendere e valutare in maniera idonea le informazioni che quotidianamente elabora”. Uno studio condotto dall’Ocse calcola che in Italia il 46,3% della popolazione tra i 16 e i 65 anni rientrerebbe in questa definizione, il 20,9% in maniera grave e il 25,4% in maniera non grave.

A questo si aggiungono altri problemi. L’incapacità di preparare adeguatamente per il mondo del lavoro, edifici fatiscenti, la fuga di cervelli e tante questioni che, come italiani, abbiamo imparato a conoscere. Ciò a cui bisogna guardare, però, non sono i singoli problemi, ma il filo rosso che li unisce. L’istruzione è il primo strumento attraverso cui si può costruire un Paese più equo e giusto e il mezzo privilegiato per rendere più forte il suo tessuto democratico. Una scuola incapace di educare ai più basilari valori democratici o di fornire le competenze per comprendere un testo è una scuola che sta condannando le prossime generazioni di cittadini all’ignoranza, all’incapacità di comprendere la situazione politica nazionale e internazionale e, di conseguenza, all’impossibilità di agire per cambiare le cose. Una scuola che invece di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano lo sviluppo di un individuo abbandona 100mila giovani all’anno a loro stessi e accentua ancora di più le fratture del nostro Paese è una scuola che istituzionalizza e normalizza le disuguaglianze invece che combatterle. La questione dell’istruzione non è allora un fatto che riguarda soltanto la scuola e l’università, ma una delle realtà che va a incidere più in profondità sulle ingiustizie sistemiche del nostro Paese, danneggiando irrimediabilmente le fondamenta della nostra democrazia. Ogni riflessione e azione mirata a cambiare veramente l’Italia non può quindi che partire da qui. (da qui)

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L’Italia della scuola continua a investire poco e a farlo male
di Eugenio Bruno e Claudio Tucci

Puntuale come ogni settembre, con il suo rapporto annuale Education at a glance, l’Ocse ci ricorda che l’Italia spende ancora troppo poco in istruzione. Un vecchio problema che con l’arrivo della pandemia sembra aggravarsi. Con il suo 4,1% di spesa sul Pil (dato 2018, l’ultimo disponibile) il nostro Paese resta nel gruppo dei 10 Stati che investono meno nell’education. Se è vero che con gli stanziamenti aggiuntivi degli ultimi due anni il quadro di input convogliati su scuola e università potrebbe anche essere migliorato, dal punto di vista degli output i benefici non si vedono. Sempre secondo i dati pubblicati dall’organizzazione parigina il conto più salato della crisi lo stanno pagando i Neet e le donne. I soggetti notoriamente più deboli. In un quadro reso ancora più complesso dai nostri atavici divari territoriali che, con la crisi sanitaria, sembrano acuirsi.

Partiamo dai 18 mesi di pandemia, a cui l’Ocse dedica una corposa appendice, e dall’impatto che ha avuto sull’istruzione in presenza. C’è un numero che balza subito agli occhi: l’Italia ha chiuso le scuole superiori per 90 giorni contro una media di 70 dei Paesi Ocse; in Europa peggio di noi hanno fatto solo Slovacchia (115), Turchia (113), e Polonia (110). A risentirne sono stati, in via diretta, gli apprendimenti degli studenti, come ci ha raccontato l’Invalsi a luglio, e in via indiretta gli sbocchi occupazionali. Non è un caso che, nei Paesi industrializzati, i Neet sono passati dal 14,4 % del 2019 al 16,1 % del 2020, mentre da noi, nello stesso arco di tempo, sono cresciuti dal 24,2 % al 25,5 per cento. Tant’è che anche l’apparente buona notizia, per l’Italia, del calo di un punto del tasso di disoccupazione (20,3%) per gli under 25 senza diploma – mentre negli altri è salita di due punti (15,1%) – non lo è già più perché si spiega con un incremento degli inattivi.

Altra nota dolente è il gender gap che si acuisce. Pur avendo il 35% di laureate rispetto al 23% dei loro coetanei uomini (contro una media Ocse che è, rispettivamente, del 52 % e del 39%), sono ancora troppo poche le ragazze italiane che scelgono un percorso Stem. Con i risultati retributivi che vediamo: le nostre connazionali in possesso di un’istruzione terziaria percepiscono una retribuzione pari al 71% di quella dei loro colleghi maschi, mentre tra le diplomate tale percentuale è del 79 per cento. E, come se non bastasse, solo il 30% delle donne con un’età compresa tra i 25 e i 34 anni (e in tasca solo la licenza media) ha trovato un impiego nel 2020 rispetto al 64 % degli uomini. Altrove la media è del 43% per le prime e del 69% per i secondi.

E veniamo allo spendere poco e soprattutto male da cui siamo partiti. Anche l’edizione 2021 di Education at a glance conferma la tradizione italiana di ridurre gli investimenti per l’education man mano che i livelli formativi salgono. Nel 2018, l’Italia ha speso l’equivalente di 11.202 dollari per studente nell’istruzione primaria, secondaria e post-secondaria non terziaria, 748 in più rispetto alla media (che è stata di 10.454 dollari). Quando si passa a parlare di università, invece, scopriamo che il nostro Paese ha investito 12.305 dollari per studente, ossia 4.760 in meno che nel resto dell’Ocse. Numeri che, insieme a quelli elencati in precedenza, portano la ministra dell’Università e della ricerca, Cristina Messa, a dire che «è l’intera società, partendo dal mondo del lavoro, che deve decidere di invertire rotta e dimostrare, anche sotto il profilo economico dei salari medi offerti alle donne, che riconosce il valore della loro formazione. Altrimenti – chiosa – la diceria secondo la quale la laurea è solo un pezzo di carta continuerà, in Italia, a resistere, e le nostre laureate a cercare lavoro altrove».

La parte maggiore della spesa corrente per l’istruzione, come in tutti i Paesi, va alla retribuzione dei docenti e del personale non docente e nel 2018 in Italia è stata pari al 72 % contro il 74% medio. Anche perché in Italia gli insegnanti sono un numero elevato (e solo il 23% è un uomo). Ciò spiega, in parte, la retribuzione mediamente bassa (e che cresce solo per anzianità) e che rende la professione meno attraente di altre. Con un duplice corollario: scarso appeal per i giovani, ed età media in cattedra piuttosto elevata (6 prof su 10 hanno almeno 50 anni). Le retribuzioni dei docenti ammontano a 38.978 dollari a parità di potere d’acquisto nella scuola dell’infanzia e nella primaria, a 41.800 dollari nella secondaria di primo grado e a 44.464 dollari nella secondaria di secondo grado. Tutte retribuzioni sotto le medie Ocse che sono pari, rispettivamente, a 40.707, 45.687, 47.988 e 51.749 dollari. Ma va detto che è sotto la media anche il numero medio di ore di insegnamento l’anno. In Italia sono 918 nell’infanzia, 746 alla primaria, 610 nella secondaria di primo grado e nelle superiori. La media Ocse varia dalle 989 ore per l’infanzia alle 791 della primaria, dalle 723 della secondaria di primo grado alle 685 alla secondaria superiore. (da qui)

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l patrimonio edilizio scolastico in Italia è “vetusto”. Metà delle scuole è senza certificato di agibilità. Il report di Legambiente

Nel complesso della situazione nazionale emerge un patrimonio edilizio scolastico vetusto e poco sostenibile. Nella Penisola un edificio su due non dispone ancora del certificato di collaudo statico (46,8%), di agibilità (49,9%), prevenzione incendi (43,9%).

Sale al 41% la percentuale degli edifici che necessitano di manutenzione urgente contro il 29,2% del 2019. Pochissimi i nuovi edifici costruiti con criteri di bioedilizia, sono lo 0,9%. Appena 387 quelli classificati in classe energetica. (vedi qui)

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