PAOLO BUCHIGNANI, L’ORMA DEI PASSI PERDUTI, TRALERIGHE LIBRI, LUCCA, 2021, EURO 16
di Fabiano D’Arrigo
A Lucca dalla casa editrice Tralerighe libri è stato pubblicato il volume “L’orma dei passi perduti” di Paolo Buchignani, che raccoglie in una silloge i racconti “L’orma dei passi perduti”, “L’orma d’Orlando” e il romanzo corale “Santa Maria dei Colli”.
Ai più il prof. Buchignani è noto per le sue opere saggistiche, dedicate prevalentemente ai totalitarismi novecenteschi, dove espone argomentate tesi che stimolano la ragione e inducono alla discussione, una discussione aliena dal “politicamente corretto” e un poco contro-corrente.
La ricerca storica, per il Nostro, non è mera erudizione acquisibile dalla consultazione di “carte polverose”, ma “una realtà viva e concreta, grondante lacrime e sangue” in grado d’incidere “a fondo sulla vita delle persone, sui destini individuali e collettivi”; talvolta, forse, anche in grado di allontanare dalla “grigia monotonia del presente”. Essa, comunque, difficilmente scava nell’animo delle persone mostrandone i sentimenti reconditi e mai diventa epifania del mistero della vita, mistero che può essere ricercato, “in solitudine”, in luoghi romiti e impervi rivelatori dell’arcano.
E allora la narrativa, come pure la poesia, viene in soccorso e chiama lo scrittore Paolo Buchignani a ricercare i luoghi del passato ripercorrendo con la memoria le strade perdute, le strade dimenticate che conducono alla riscoperta delle proprie radici e della propria identità allo scopo di illuminare quel mistero della vita offuscato dal relativismo e dall’appiattimento di ogni tempo.
Cinque racconti e un romanzo consentono a Buchignani di sconfiggere il “tempo inesorabile che tutto travolge e precipita nella morte” per trovare la “roccia cui aggrapparsi”: l’infanzia, la memoria dei morti, il ricordo dei “maestri”, l’interesse per la storia materiale, la contemplazione della natura e … chissà forse l’apertura a un, o al, Mistero.
L’infanzia riemerge grazie alla figura di nonna Esterina, dei contadini e di altri personaggi realisticamente collocati nell’Oltreserchio lucchese a Santa Maria dei Colli: paese fatto di “tante corti sparse nella campagna” dove “stazionavano i carri e gli aratri… razzolavano le galline” e c’era un’aria dall’”odore di letame, e, d’estate, tante mosche”; paese con la bettola di Annibale; paese con la “secentesca chiesa parrocchiale, il muro intonacato, il campanile in pietra”; paese con un “antico monastero trasformato nel XVIII secolo in reclusorio per i matti” che “liberi di entrare e di uscire dal cancello aperto, si aggiravano traballanti e laceri per le strade del paese”.
E proprio a Fregionaia viveva, scriveva e lavorava Mario Tobino che il narratore Buchignani ricorda con filiale riconoscenza -quella tipica del discepolo verso il maestro- allorché racconta le passeggiate del medico scrittore davanti la propria a casa, il suo primo incontro da adolescente e le successive frequentazioni: “continuavo ad accompagnarlo nelle sue passeggiate e a discutere con lui di tutto, anche di politica”.
Entrambi erano affascinati dall’”amatissimo padre Dante”, il cui nome è legato al passo sul monte “per che i Pisan veder Lucca non ponno”, e dalla Commedia (Tobino la teneva sul comodino)… sapevano bene che Dante è un poeta cristiano che, senza alcun timore, racconta una storia straordinaria.
Poi Buchignani instaurò con Romano Bilenchi un rapporto amicale: da lui ebbe un ulteriore incoraggiamento a raccontare storie.
La grande storia del Novecento, con le sue tragedie, è presente e fa da sfondo alle narrazioni: il fascismo, la guerra, la Resistenza, la ricostruzione condizionavano la vita precaria, ma ancorata a solidi principi, di coloro che abitavano il microcosmo lucchese amabilmente descritto da Buchignani.
La natura è sempre presente non solo perché ad essa è legato il contadino, ma perché essa rasserena e consola l’animo tormentato dei protagonisti.
Il lirismo narrativo, che accomuna la narrativa del Nostro a quella tobiniana, emerge quasi all’improvviso dopo paragrafi più o meno concitati e consente una pausa di riflessione e di contemplazione: “restavano poche nuvole sparse, sospinte dal vento, inseguite dai raggi di sole”; “il vento faceva stormire le fronde degli alberi ancora lucidi e stillanti per la pioggia recente”; “i bagliori infuocati… si spegnevano nell’immensa distesa del mare”; nel celeste del cielo, una piccola nuvola bianca… naviga solitaria, spinta dal vento”.
Ma la natura viene anche sconvolta da cataclismi e dalla violenza umana: l’armonia è rotta e può essere ricomposta con fatica.
“Dalla pianura, lontano, arriva a tratti l’abbaiare lamentoso di un cane. Poi, di colpo, una raffica di vento si abbatté violenta sulla boscaglia, la agitò, la sconvolse, strappò a quegli alberi secolari urla di dolore… e il temporale si scatenò furioso” su una natura inquinata e deturpata dalla plastica dei consumi. In questo crescendo di drammaticità, all’uomo non resta che farsi un “segno di croce” per un “retaggio dell’infanzia”… o forse per una “sete di assoluto” e per un briciolo di fede che emergono “di fronte al mistero della morte” e a quello del dolore.
Infine la vita -simboleggiata dalla “stanza” descritta al termine del breve romanzo corale- viene “invasa… dal chiarore dell’alba”. Cessa la pioggia; si disperdono le nubi; il cielo comincia a sbiancare; le stelle illanguidiscono; la luce si annuncia “nel profilo dei monti, a levante di Lucca”.
