Si vis pacem, para pacem. La guerra toglie di mezzo la ragione e il pensiero critico

Ci avviamo al terzo mese dal suo inizio e la guerra in Ucraina non occupa più 14 pagine di giornali ma 4. Digerito il suo bagaglio di nefandezze (vedi qui e qui) e deliri (vedi qui), emergono nuovi obbrobri che vedono protagonisti strutture dello stato e organi d’informazione. Ci sono voluti quasi tre mesi perché il New York Times scoprisse che “L’Ucraina non può vincere“. E’ probabile che a guerra finita ci si domanderà a cosa sarà servita, oltre a causare morte, impoverimento per l’Europa e profitti per le lobby delle armi principalmente USA. E un aumento della disponibilità di armi per la criminalità organizzata. Basterebbe questo per rendere evidente che occorre perseguire vie diplomatiche, perché la guerra “toglie di mezzo la ragione”, equivale a un crimine e una delle sue vittime è il pensiero, come scrive Raffaella Molena negli appunti che propongo.

Appunti su guerra e pace
di Raffaella Molena

La guerra è una modalità relazionale, di tutte le relazioni, personali o internazionali che siano; una modalità “semplificata”, che toglie di mezzo la ragione che si frappone alla visione dicotomica della realtà e del mondo: inevitabile quindi lo scontro.

E all’esito di quello scontro si demanda la soluzione di ciò che ha generato lo scontro, origine e motivazione della guerra. Ogni guerra ha le sue motivazioni, ma queste non spiegano mai niente, sono sempre solo le condizioni che disegnano una tesi che si autorappresenta, una profezia che si autorealizza.

Alla fine ci sarà chi vince e chi perde, o chi si dichiarerà vincitore e chi perdente – covando così le braci della prossima crisi -, chi detterà le pene da comminare e chi le dovrà subire. Sono circoli viziosi che nella storia si sono sempre succeduti e ripetuti sempre uguali nei suoi effetti e conseguenze, sempre drammatiche.

L’uomo ha sempre pensato al mondo come dicotomico, per amore di Dominio; non ha mai imparato niente, tanto è pervicace e pervasiva la postura del dominare.

Come si induce alla sacralità della comunicazione condivisa?

Ogni parte in causa racconta un’esperienza che è una Verità in sé e come tale va sviscerata, accettata: partire da qui per andare oltre, cercare un equilibrio tra parola ed esperienza, senza arrivare alla distruzione dell’altro. È via obbligata per una relazione che contenga l’Autorità di imporsi come relazione Giusta, e perciò, come relazione di Pace: direi così che giusto è sinonimo di pace.

Se c’è un’altra vittima in tempi di guerra questa è il Pensiero, quello che si fa prassi, fonte di equilibrio tra parola e silenzio (in una parola: condivisione di esperienze).

Anche la pace è una modalità relazionale, pratica e prassi che dovrebbe trovare applicazione sempre, a tutti i livelli di relazione e da parte di ogni individuo, proprio per non trovarsi spiazzati da iniziative bellicose. Pace e guerra sono due istanze che si escludono reciprocamente: se c’è una non c’è l’altra e mentre la prima è sempre praticabile, la seconda non avrebbe motivo di esistere. Più semi di giustizia si spargono nel mondo, meno guerre dovremmo veder iniziare.

Esiste una guerra senza crimini?

C’è chi invoca tribunali internazionali per condannare e giudicare i “crimini di guerra”, come se esistesse una guerra che non sia un crimine per definizione. È la guerra il crimine per definizione e ciò che chiamano “crimini di guerra” sono solo la punta dell’iceberg, le sue annunciate e fatali conseguenze, molte delle quali neppure registrate e quindi presto
dimenticate. In guerra si uccide, si uccide chiunque, civili e soldati, donne e bambini. La guerra non ha altri fini se non la distruzione totale di tutto ciò che si frappone lungo il cammino. L’unico prodotto della guerra è la morte comminata in tutte le sue varianti: non si penserà davvero che i trattati di Ginevra abbiano mai impedito massacri… o che i tribunali di
Norimberga abbiano fatto giustizia rispetto a crimini di guerra…

Ma ha poi senso invocare tribunali internazionali come se esistesse una guerra che andrebbe bene a determinate condizioni, solo se…? Non esiste un se, esiste un contesto che la guerra ha consentito che iniziasse e progredisse, devastando le relazioni del mondo intero. Un giudizio deve partire da qui e non dimenticare niente.

È la guerra, dal primo minuto di azione, che grida vendetta al cospetto di qualsiasi dio!

Come possiamo solo riflettere su questo tema se, per la giornata della memoria degli alpini si sceglie la ricorrenza di una battaglia in cui noi eravamo gli invasori, insieme ai nazisti! Dopo le “guerre giuste” ci inventiamo le “battaglie giuste”, anche in un contesto di sopruso e dominio criminale?

Come può l’umanità espellere il meccanismo della guerra come modalità intrinseca di gestire le relazioni e i conflitti, se essa è costruita sul dominio – di un sesso sull’altro -, sulle diseguaglianze socio-economiche erette a sistema, sullo sfruttamento miope della natura e degli altri esseri viventi?

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