Ogni poeta ha con la poesia un legame unico, profondo e personalissimo che sfiora l’indicibile e per descriverlo ci si serve di parole che mai riescono a dirne la pienezza. La poesia è dunque qualcosa che vive nelle profondità della mia anima e la apre alla molteplicità e alla complessità della realtà. Qualcosa di intimo e personale che, tuttavia, amplia e feconda il rapporto con il mondo e con gli esseri che lo abitano, uno stare esposta a quanto del e dal mondo mi giunge. Mondo che pur essendosi fatto più piccolo non ha però diminuito la distanza tra gli esseri umani. Distanza che ha molte fisionomie, alle quali la poesia tenta di dare un volto in cui poter rispecchiare il nostro volto e sentire che quelle distanze sono fallaci creazioni della stupidità umana, di dirci che non è lì che sta la nostra umanità, la nostra verità di esseri umani chiamati alla fratellanza, alla sorellanza
La poesia allora può essere un modo per colmare distanze e incomprensioni perché crea relazioni nuove, vivifica quelle esistenti, dà loro nuova linfa. Indaga la rete di relazioni che intercorrono tra tutto il creato e nulla del creato le è estraneo. Per questo per me è vitale non solo scrivere poesia, ma anche leggere poesia, perché porta nuova aria nel chiuso del nostro essere proprio come quando in casa si spalancano le finestre ed entrano aria e luce che vengono ad ossigenare e ad illuminare l’aria stantia delle nostre stanze interiori. In una poesia di “L’ospite indocile” (Passigli, 2012) dico che scrivere è togliere spazio al male e questo per me è il primo compito non solo della poesia, ma di ogni essere umano. Ognuno con i propri mezzi e capacità. Simone Weil , filosofa francese, che amo molto e che leggo e rileggo diceva che “è bene ciò che dà maggiore realtà agli esseri e alle cose e male ciò che gliela toglie”. E la poesia fa proprio questo, dà maggiore realtà agli esseri e alle cose perché opera una sorta di spoliazione prima del poeta che sprofondando in sé raggiunge il luogo dove l’io incontra e si fonde con il noi e poi, direi anzi insieme, della realtà, liberandola da ciò che la appesantisce, ossia dal male. Così quella che approda sulla pagina bianca è realtà privata del male, ma non delle sue ombre perché il nostro potere è limitato ma è pur sempre un potere. Un po’ come la dodicesima fata della fiaba della bella addormentata che non può annullare l’incantesimo della fata incattivita dal mancato invito al battesimo, ma lo può mitigare così la neonata principessa non morirà, ma si addormenterà. Togliere potere al male. Credo sia questo il compito dell’arte. Credo sia questo il compito più urgente a cui siamo chiamati tutti.
Fa le notti alle aurore avare di luce
la pazienza ribelle
a un silenzio acquiescente.
Scavalca la storia ammutolita
per lei cerca nuove parole e di gioia
accende il tempo dei cortili
perché avvampi ciò che è tiepido
e sia tracciato il segno tra il limite e l’oltre
così che noi si stia nell’aldiquà
dell’infinito.
*
E’ tornato maggio coi suoi deserti asili
e gli impensati vuoti
abbracciati al silenzio dei cortili
quando non c’è altra musica
che lo sfrecciare alto delle rondini
il loro garrito che rammenda l’aria
lacerata dalla paura di chi tra quattro mura
sente che la vita è vita condensata
e come gli atomi perdendo energia
emette luce. E luce allora sia
e illumini ciò che ci fa umani
mostri che non è radice il male
ma lo recide l’essere amati e amare
– l’impegno quotidiano
di chi con le parole dalle cose
estrae splendore.

