La poesia è un’infermiera, ovvero colei che somministra il farmaco. Ci viene in soccorso per lenire il dolore delle ferite della vita, quelle che non guariscono, quelle che restano sempre oscenamente aperte, che tentiamo di nascondere, di cui cerchiamo di ricordare l’origine. È dunque un’infermiera che non può curarci realmente, né tantomeno salvarci l’anima ma può offrirci, questo sì, un unguento prezioso che ci aiuta a sopravvivere, ad avere il coraggio di guardare e interrogare la ferita. Lei è l’infermiera di chi scrive ma si prende anche cura di chi legge, proponendo lo stesso unguento anche al lettore (quando parlai di questa infermiera a Vivian Lamarque durante la presentazione del suo libro più intimo – Madre d’inverno, Mondadori, 2016 – ne rimase colpita e condivise con entusiasmo).
Il farmaco dunque è la poesia stessa, quella scritta dal poeta, il primo ad averne bisogno; egli si nutre della propria scrittura, anche se amara, come fa lo scienziato coraggioso che sperimenta prima su di sé il vaccino appena inventato. Ho raccontato di recente – https://liminamundi.com/2022/06/08/una-vita-in-scrittura-antonio-fiori/ – che la mia poesia è frutto di un trauma preciso, legato a un cambio di lavoro (e forse anche di traumi nascosti, ancora da elaborare). Quasi tutte le biografie dei poeti, d’altra parte, confermano l’origine traumatica della scrittura; certo è che, man mano che prende corpo, la poesia comincia ad avanzare le sue pretese, a chiedere al suo genitore di guardarsi intorno, di uscire da sé, di guardare anche il mondo. Senza dunque mai dimenticare la propria ferita, la poesia cresce, si trasforma, diventa denuncia civile, voce prestata ai senza voce, canto d’amore. Anche la mia si è modificata: pur mantenendo in prevalenza la forma di epigramma, ha cercato forme dialogiche, toccato temi teologici, cercato altre strade (come quella borgesiana dei poeti del sogno, con biografie e poesie immaginarie).
Voglio concludere ricordando l’insegnamento del grande Czes?aw Mi?osz (Nobel 1980 della letteratura) il quale, ormai ottuagenario, annotava nel suo diario: «Penso anche che, se potessi ricominciare da capo, ogni mia poesia sarebbe il profilo o il ritratto di una persona concreta, o più precisamente, un lamento sopra il suo destino». Una lezione indimenticabile di umiltà e un supremo compito assegnato alla poesia, laddove il poeta – cresciuto e maturato nei propri dolori – scompare alla fine dal testo per darci il ritratto di uomini, donne e bambini incontrati lungo le strade della vita.
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Sai bene tu, nemico, quanto tristo
ad entrambi, sia procedere
nelle proprie trincee, inchinarsi
per non esser bersaglio dell’altro
del cecchino che siamo
e che sbaglia di rado
sapere che nessuno dei due
può uscire dicendo: “ti amo”.
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dalla silloge In merceria, Delfino ed., 2012



Un cammino dall’io a tu, un approdo all’amore attraverso la bellezza dei versi.
Sempre all’altezza.molto orizzontale, e rivolto al creaturale modo terreno, del suo essere umano e poeta, sempre a noi caro Antonio Fiori.
Maria Pia Quintavalla