Cos’è la poesia, per te? È una domanda ad altissimo rischio di retorica nella risposta, ma non è retorica se dico che, al di là della sua pura e semplice bellezza, la poesia è secondo me un modo, al tempo stesso, per sentire più forte che mai l’attaccamento alla vita e per guardarla da una giusta distanza. L’attaccamento alla vita: perché la poesia ha molto a che fare con i sensi, con la sensualità, è il tentativo di afferrare quello che Robert Frost chiamava il “suono del senso” – e credo che la vita possa e debba essere vissuta e sentita proprio attraverso i sensi, la sensualità, prima ancora che attraverso la ragione. La giusta distanza, al tempo stesso (e per lo stesso motivo): perché la poesia ci libera dal vincolo e dall’ossessione di dover dare sempre un significato a ciò che accade, a tutte le nostre azioni. La parola della poesia, a differenza di altre, non pretende di dominare il mondo, ma al contrario: prende atto dell’irriducibilità del mondo ad unità, e l’accetta. Non pretende risposte assolute alle proprie domande, perché non ne cerca.
La poesia è dunque anche una salvezza, tanto più in un’epoca votata all’efficienza come la nostra. Non teme lo sperpero, la gratuità, non teme di investire sul vuoto, perché non è interessata a relazioni di scambio ed è con il vuoto che si misura, non con l’efficienza o con l’utilità o con altre categorie di commensurabilità. Le sue parole non vogliono altro che essere pronunciate, che offrirsi, che fare dono di sé, qualunque fosse la loro sorte e dovunque andassero a perdersi o venissero ricevute; comprese o non comprese, accolte o respinte che fossero. La poesia non reclama il successo, non cerca vittorie. Semmai accetta aprioristicamente il fallimento, e su tale accettazione preventiva costruisce il senso della propria esistenza.
Ed è esattamente da questo punto di vista, se ci pensiamo bene, che la poesia può essere fatta coincidere tout court con la vita e con l’esistenza, con le quali condivide o dovrebbe condividere una medesima tensione: e cioè quella, da cui tutti siamo attraversati, di trovare una conciliazione fra il mondo da un lato e, da un altro lato, le parole che lo nominano, lo descrivono, lo raccontano. Fra noi e le cose, fra ciò che sta dentro di noi e ciò che sta fuori.
Secondo me la poesia è questo, in definitiva: un modo per abitare il mondo. Un modo per abitarlo poeticamente, appunto (per parafrasare un celebre verso di Hölderlin): nella pienezza dei suoi possibili significati, riscattandone la casualità, l’accidentalità e l’indifferenza. Un modo per appropriarsi della vita riconducendola a sé giorno dopo giorno, e giorno dopo giorno costruendola dentro un orizzonte di riferimento.
Da Quasi una cosmologia, Interno Libri, 2021:
È tutto nei sensi, è tutto carnale. Questa terra, questo mare. Questa luce e la sua ombra, questo vento, questa croce. La tua voce. Il vedere, il sentire, l’assaporare. Il toccare, l’odorare. Il passato, il futuro, il ricordo di te, la nostalgia di ciò che ancora deve accadere. La solitudine, l’assenza, la presenza. Questa stagione che brucia, che preme, o questa che passa, che scorre, che non viene. Il tuo ridere, il tuo piangere. La gioia, i suoi lampi, il dolore, le sue pene. L’ebbrezza di un momento, o lo smarrimento. Il tempo. Anche il pensarti, il pensare. È tutto carnale – anche il bene, anche il male.
Dentro una mattina di luce che filtra dalle persiane. Quasi più buio che luce. Fuori, il bosco. È l’età ancora dell’inconsapevolezza, della pura presenza, di un gesto, di un tocco. È l’età in cui la pura presenza, un gesto, un tocco ancora bastano, ancora non hanno bisogno di altro. Avverti una presenza, vieni sfiorato da una carezza. È l’inizio di una memoria, è l’inizio di una storia.
Ciò che testimonia la nostra fedeltà al contempo la esige: verità sommerse che il vivere, nel suo traffico quotidiano, dimentica e cela; volti nell’ombra, che la vita ci chiama a cercare – e che prima o poi, nel suo aprirsi alla luce, rivela e disvela.
Prolungarci nella notte, senza temerne le ferite.
Siedi su una panchina, nel mio paesaggio interiore – sotto un pergolato di glicine in fiore.
La vita ora e qui, nella pienezza dei sensi, nello spettacolo di ogni stagione; ma intanto, altrove, la giungla, l’inferno, la disperazione – sull’isola di Lesbo i bambini si suicidano, nella dannazione.
Siamo corpi immersi nella Storia.



D’accordo con la visione della poesia, ma non con quella della vita. Di quella cosa lì (la vita , l’esistenza), meglio non accettare “aprioristicamente il fallimento”.