Lia Albricci, Una storia di guerra e d’amore

Per Pina, amica luminosa e amatissima,
che ha combattuto guerre terribili,
amava profondamente la terra dove era
nata, e questa storia le sarebbe piaciuta.

Una storia di guerra e d’amore
di Lia Albricci

Siamo spettatori. Di questa ultima guerra che stiamo vivendo troppo vicino e troppo lontano sappiamo quasi tutto. Abbiamo mappe, foto aeree, rappresentazioni grafiche precise al millimetro. Conosciamo il numero dei proiettili usati e l’aspetto tecnologico degli strumenti di distruzione più innovativi e brutali. Sappiamo di ogni bombardamento in tempo reale, delle perdite umane e logistiche, vediamo le immagini delle città distrutte e delle fosse comuni, vediamo le file dei profughi alle frontiere, vediamo i morti nelle strade, vediamo sui volti la paura e il dolore, la fierezza o la disperazione. Vediamo ancora una volta l’umanità che fa paragoni col proprio passato e si appresta a cancellare il futuro.

Ascoltiamo corrispondenze dai fronti, commentatori politici e militari, esperti di umanità varia e cialtrona, le voci della gente che vive sotto le bombe, leggiamo diari e appunti, testimonianze e dolore. Leggiamo di vite interrotte e di storie di solidarietà. Sentiamo raccontare, poco, di storie d’amore. Che rimane, comunque, ingrediente fondamentale e imprescindibile della vita, anche durante le guerre. Sono scritte e saranno in futuro scritte poesie e romanzi che hanno come sfondo questa guerra, perché scrivere e raccontare ciò che è accaduto, o che si pensa sia accaduto, è uno dei modi che l’umanità ha inventato per esorcizzare i propri fantasmi, per riuscire a superare l’orrore di ciò che ciclicamente produce e passare oltre. Per lasciare testimonianza e ricordo, come scriveva Cardarelli, “queste ombre troppo lunghe del nostro breve corpo / questo strascico di morte che noi lasciamo vivendo”.

E noi scivoliamo nel tempo, ormai lontano ma ancora prossimo, il tempo di un’altra guerra che ci avevano detto sarebbe stata l’ultima, un tempo di guerra lontano ottanta anni fa.

Vicino all’autostrada delle Calabrie, nel Vallo di Diano, c’è un luogo di magica e antica bellezza, riportato al suo splendore nel corso degli ultimi cinquant’anni, pieno di tesori di arte e di memoria, la Certosa di Padula. Grande centro monastico fondato nel 1306 da Tommaso Sanseverino, conte di Marsico e contestabile del Regno di Napoli, inglobò il preesistente monastero benedettino di San Lorenzo e crebbe nei secoli in potenza e autorità. Luogo di spiritualità e lavoro, di potere economico e politico fu arbitro dell’economia del Vallo per secoli, poi conobbe decadenza e abbandono, mentre il tempo ricopriva con la sua nebbia le architetture magnifiche e un sistema di vita e lavoro ormai dimenticato. Fu campo di concentramento per prigionieri di guerra tra l 1915 e 1918, sede di Comando della VII armata nell’ultima guerra, campo di prigionieri inglesi nel 1942-43 e campo di concentramento di italiani prigionieri degli inglesi. Le guerre non risparmiano niente e nessuno.

Ma… e qui comincia la piccola storia che vogliamo raccontare, nella storia grande, non quella di cui parlano i libri, quella vera, anche durante le guerre c’è posto per altro, perché la gente continua a nascere e a morire e si innamora, non può proprio farne a meno, anche sotto le bombe.

Nel 1943, non sappiamo i mesi, a Padula con l’esercito italiano c ‘era Renzo, poco più che ventenne, veniva da un paese del Veneto vicino ad una piccola città. Era nato in campagna e nel corso di questa dura e terribile guerra di cui non sapeva quasi nulla come milioni di suoi coetanei, se non la fatica, la paura e l’assurdità della maggior parte degli ordini a cui si doveva obbedire, era arrivato fino a questo luogo sperduto, pieno di rovine, sotto montagne brulle. Faceva la guardia ai prigionieri inglesi, forse riusciva a parlare con loro, non sappiamo, nel suo tempo libero osservava ciò che gli era intorno, girava per il paesino che si attorciglia sul colle sopra la Certosa come un gomitolo di spago lungo la strada che sale a spirale verso la cima. Guardava la campagna che aveva altri colori dalla sua terra, ma di cui capiva il lavoro e la fatica dei contadini, era più caldo che a casa sua, pioveva di meno, le montagne lontane erano più alte e remote, alcune coperte di boschi fitti, altre nude come selle di roccia. E come tutti i ragazzi della sua età, guerra o non guerra, Renzo guardava le ragazze del paese, o meglio cercava di guardarle perché uscivano poco, quasi mai da sole, col fazzoletto in testa e gli occhi bassi, come a casa, insomma, ma… Linuccia l’aveva notata subito, è così che succede. Noi non sappiamo come e quando, perché nessuno ce l’ha raccontato, ma in un qualche modo i due ragazzi riuscirono ad incontrarsi e a conoscersi, almeno un po’. Il tempo che serve ad innamorarsi, a fare progetti nei loro cuori, a provare a pensare ad un futuro che era così incredibile da non avere un nome. Loro non sapevano cosa e come fare, ritagliati in uno spazio senza tempo nel mezzo di una guerra spaventosa ma che li aveva fatti incontrare, non avevano in comune una terra, una tradizione, niente se non la voglia di stare vicini e probabilmente altro, ma questo non ci permettiamo di immaginarlo. L’incertezza di ogni giorno era totale, lontano, ma non abbastanza nella piana si vedevano gli sbuffi dei bombardamenti, si sentivano e si vedevano gli aerei passare, le notizie erano confuse e contraddittorie.

E poi arrivò la notizia più temuta, l’esercito si sarebbe mosso perché il fronte si spostava a nord. Non c’era più tempo per sognare, Renzo sarebbe partito. Non sappiamo come e quando ma riuscirono ad incontrarsi e salutarsi e si dissero… non sappiamo neanche questo – ti vorrò sempre bene – ti aspetterò – ti scriverò (ma come e dove ) -, parole povere ma immense, come quelle che si scambiarono, si scrissero, si mandarono col pensiero milioni di persone a cui la guerra aveva stracciato la vita e il futuro, nell’immaginazione e nella realtà. Nuccia rimase sola col suo sogno e la paura.

Renzo partì con l’esercito, risalì l’Italia tra fatica e scontri, incalzato dai nemici e dalla tristezza. Ma dentro gli rimaneva accesa una fiammella di amore e di speranza, contro ogni realtà attorno a lui e ogni possibile futuro. L’8 settembre lo trovò non troppo lontano da casa, riuscì a raggiungerla, rassicurò i suoi, indossò abiti civili, mise qualcosa in un a sacca e, libero ormai dagli ordini degli ufficiali, parti verso il luogo dove sapeva di voler in tutti i modi tornare. Il suo luogo si chiamava Nuccia, l’indirizzo era lontanissimo, e quasi sconosciuto, ma lui parti, da solo col suo coraggio e il suo sogno.

Attraversò un paese dominato dalla guerra e dal caos tra i resti pericolosi di un esercito sbandato e dissolto, senza più treni o mezzi di trasporto, senza segnalazioni e lontano dalle strade maestre perché più rischiose, ogni incontro un possibile nemico, fascisti e tedeschi rabbiosi per la disfatta. Attraversò paesi distrutti e bruciati, morte e desolazione dovunque, dormendo nascosto di giorno e camminando a piedi di notte. Alcuni lo aiutarono. Ora dopo ora, chilometro dopo chilometro, una collina dopo l’altra e boschi e pianure, un giorno dopo l’altro e settimane lunghe mesi camminarono insieme a Renzo sulla sua strada della speranza, più di ottocento chilometri nelle sue gambe e nel suo cuore. Una mattina, non sappiamo quanto tempo dopo la sua partenza dal nord, Nuccia apri la porta di casa e lo trovò seduto sulla soglia, sorridente, coperto di polvere e di gioia. Le domandò dove fosse suo padre, voleva chiedergli il permesso di sposarla.

Non sappiamo se, come nelle fiabe, vissero felici e contenti. Forse sì. Sappiamo che si sposarono, vennero al nord a lavorare, ebbero dei figli e dei nipoti.

Da vecchi, quando qualcuno veniva a sapere di questa storia e chiedeva loro di raccontare, di spiegare, Renzo borbottava scontroso qualcosa, non voleva parlarne. Lei lo guardava sorridendo appena, scuoteva piano la testa, le sembrava chiedessero una storia di quelli della televisione. Non la sua vita.

Lia, 23 dicembre 2022.

2 pensieri su “Lia Albricci, Una storia di guerra e d’amore

  1. Francesco Marmo

    Ciao Lia. Certo che sì, alla mia e tua cara Pina sarebbe piaciuta, lei che amava la sua terra, la pace e metteva l’amore sopra ogni cosa. Tranquilla, lassù l’avrà sicuramente letta, e, amando la tua persona, ti avrà mandato mille baci, per ringraziarti. Storia commovente e ,purtroppo, molto contemporanea ma l’amore alla fine trionfa sempre. Un abbraccio forte con profonda stima e gratitudine sempre!

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