La parola ai poeti. Rosa Salvia

Cos’è la poesia? Un interrogativo che intriga, inquieta. Credo che essa prenda forma da una dialettica (irrisolta) tra tentativo di colloquio, visione e congedo.

La visione come estremo ‘prestito’ dantesco, come possibile eredità da raccogliere.

Scrive Eugenio Montale nel suo saggio “Dante ieri e oggi”: “Il nostro mondo non conosce più visioni, ma il mondo di Dante è ancora quello di un visionario”, p. XIX. 

Prendendo spunto da queste preziose parole, la poesia è come una rigorosa disciplina spirituale che nasce in un silenzio attraverso cui la parola diviene forma privilegiata del viaggio interiore, del complesso viscerale intreccio vita-morte: non si possono fuggire le ombre, né imbrigliare gli echi da ripercorrere fino alla fonte. È dunque una via di fuga verso il territorio del mistero, l’unico luogo in cui possiamo ritrovare il senso della nostra vita perché tutto matura / per lontane arie di suono / ma a portata di mano. 

C’è da dire che ho cominciato a dedicarmi alla poesia piuttosto tardi, totalmente assorbita dal mio lavoro di insegnante di Filosofia e Storia nei licei romani. Su una lavagnetta sono ancora visibili i miei primi versi: leggera / della leggerezza dell’amore impossibile / la penna non mi pesa. Ricordo con infinita tenerezza le mie prime esercitazioni poetiche perché all’epoca (negli anni novanta) ingenuamente credevo che la poesia potesse diventare per me un caldo rifugio in cui crogiolarmi per dimenticare per qualche ora il mio complesso lavoro di insegnante o i miei problemi privati. Invece, traendo nutrimento dai capolavori del passato come anche dai grandi poeti del Novecento, non solo italiano, compresi che la poesia è al di qua dei linguaggi della storia, è l’emblema di quella feroce fugacità del tutto che tutto abbandona, è altitudine e abisso.

Ripercorrendo poi il pensiero poetante degli eclettici ‘filosofi’ presocratici che avevo ampiamente approfondito con il professore Eugenio Garin negli anni dei miei studi universitari a Firenze, mi lasciai sedurre in primis dalla cifra aforistica della poesia.    

E così, leggendo e rileggendo, scrivendo e rivedendo e rivedendo ancora, la penna ha cominciato a pesare…Nel tentativo di far cantare ogni parola, mi angustio per ore, per giorni: nulla è mai perfetto, ma nessun autore che ami realmente la poesia, può permettersi di diventare compiacente.

A conferma di ciò, il poeta saggista Massimo Morasso, a conclusione del suo prezioso saggio “L’amore, il silenzio e la bellezza”, AnimaMundi Edizioni 2020, scrive: Non si dia alcun credito alla mitologia della mitezza in poesia: non ci sono esseri più duri dei poeti, che devono portare a incandescenza la materia spirituale con la quale osano trattare. 

Compito, ahinoi, assai arduo! Come arduo è trovare quel giusto equilibrio fra contenuto e forma che l’arte classica ci ha tramandato.

Altra lezione che ho appreso con il tempo è la necessità che l’io venga letteralmente subordinato al noi, che da un lato divenga alterità radicale, dall’altro entri a far parte di un’altra dimensione: il luogo di una rinnovata interrogazione sulla lingua attraverso un percorso di “sottrazione”, affinché essa possa significare, sullo sfondo di immagini che talora restino per così dire “in sordina” o “in sospeso”, ma nella cui presenza-assenza sia trattenuto ed espresso il respiro dell’universo, perché l’Assoluto è ovunque / immobile nella sua vertigine.

Certo è che la società in cui viviamo ha privato l’uomo della sua naturalezza e, imponendogli la gerarchia di un sistema costruito sulla parola a fini di potere, ne ha fatto un essere scisso, sempre più proiettato all’esterno, all’apparire piuttosto che all’essere. Tutto è estemporaneo, volatile, si parla a ruota libera, il linguaggio è quello dell’informazione spicciola, mentre la forza del dubbio, della ricerca di una purezza linguistica originaria è sempre più un granello di sabbia. 

Perciò riconoscere la necessità della poesia è come aprire la chiusa di un fiume. Diversi sono i poeti e le poetesse contemporanee che ammiro, che studio, e, molto più che in passato, i poeti giovani che illuminano con i loro splendidi versi le mie giornate. Evviva!

Quanto a me, dal 2007 al 2021 ho pubblicato sei raccolte di versi, continuando a chiedermi se ho scritto qualcosa di sostanza, ma forse quel che veramente importa è crederci fino in fondo, resistere, nonostante tutto, insieme a coloro che navigano sulla stessa onda. 

Perciò eccomi qui ad informarvi della mia nuova silloge dal titolo In questo mondo e accanto che a breve uscirà per le Edizioni Ensemble con l’accurata prefazione del poeta critico Augusto Pivanti, il quale, con attenzione e rigore, apre una porta d’ingresso al libro (comprensivo di un copioso numero di componimenti) senz’altro molto utile al lettore.  

Ne riporto solo qualcuno

 

*

 

In questo mondo e accanto

un ronzio incerto, ineguale,

offerto in dono dalla cenere –

 

la sensazione che tutto è sogno,

mentre lo sguardo si abitua alla notte –

gravita all’interno –

 

nel crepuscolo dei fiori, dei frutti,

si abbandona –

come sa fare la farfalla bianca. 

 

Dalla sezione Bisogna che impari di nuovo a vivere   

*

Era quella l’infanzia nella grande casa,

arida casa, estasiata di sé stessa,

nella solitudine –

 

era un’infanzia che aspettava il buio

perché nel buio il dolore non si vede,

quando finanche i gatti stentavano

a orientarsi –

 

un’infanzia in cui la neve lasciava

una scia di timidi ghiaccioli

lungo le grondaie

tra l’ossessione delle campane a morte –

 

un’infanzia perduta,

adesso che saprei come essere bambina,

come guardare la danza delle api

dentro gli alveari,

come abitare il corpo, la voce, le parole.

*

Il mio corpo è l’albero dell’assenza –

ho svuotato le parole dai loro infiniti

controsensi

e guardo le mie ferite come fossero

piume di colombe.

 

Tra apparenze e trasparenze

il mio sangue fluisce 

                            come una preghiera.

 

Non mi adiro più per le mie lacrime

che hanno illuminato il buio

e consumato me.

 

Passo il tempo giocando con le ombre.

Quello che in esse brulica è in verità

lo sbriciolarsi.

Ed è certo possibile che sia il segno

della forza –

 

e che sia pietra viva

vuoto nel vuoto della carne

sublime attimo di libertà –

 

il mistero negli abissi profondi

che mi chiama per essere svelato

e tuttavia rimanere sospeso.

 

Dalla sezione Questa nostra transitoria madre

*

La neve

aerea mandante di cattura

scivola sul bordo vivo delle cose.

 

È parola bianca della terra –

ogni fiocco suona e manda accenti,

invia i pensieri come sono in ciò che sono.

 

Le nostre conversazioni sono brevi

e brevi i nostri sguardi che s’incrociano.

 

Ma, mio caro, a te lo posso dire,

lei non è sfuggente, come può sembrare –

questa nostra transitoria madre.

*

Anche nel rifugio dei miei spigoli

la tua voce mi raggiunge sempre,

la mia ansia placando, con i modi

invisibili del cuore, lontano dal gioco

delle parti. Che entrino sempre in noi

la notte e il giorno, l’odore della neve,

il pane caldo dell’aurora, qualcosa di

preciso, fatto d’acciaio o altro, che

abbia azzurre luci – come se

esistessimo.

 

Dalla sezione Ad memoriam

                                                                                      A Giovanni Capasso,

                                                                                      illustre favolista nato  

                                                                                     a Picerno (PZ) nel 1873 

*

Raccontami ancora. Negli occhi sono cresciute

le ragnatele e nei rigidi inverni mi visita la neve.

Siediti con me a guardare fuori dal balcone

i bambini che cinguettano con le loro rosse

corna natalizie e in un bisbiglio muore la sera

sui tavolini del caffè. Solo resta il tuo ricordo.

 

Nel piccolo cimitero la lapide dice che sei

morto. La mia mano sfiora il tuo nome

e toglie le foglie secche che lo coprono.

 

Così diradate e perse sono le ombre e più

luminosa ora brucia la mia infanzia, quasi

un piccolo cero poggiato su un lieve rumore

di fondo, con gli echi delle tue favole

che ritornano

                       fino a spegnersi.

 

Dalla sezione Digressioni

*

Bisogna scrivere senza un perché,

con la leggerezza di peso della neve

e il sale d’ombra che increspa

l’infinita pazienza della luce.

*

Costruire una fortezza da un mucchio

di petali e di sassi, nell’ombra raccolta

che non si sottrae al fuoco –

venire dal silenzio nei movimenti a deriva

nelle parole   sospese in scintille

senza avverbi di tempo –

 

ascoltare l’odore del corpo

nel biancore schiumante del suo

  divenire –

 

nascondersi – viaggiare in cerca di dignità

dietro l’eco di un martellio, omerico,

tanto vago quanto esatto

come venisse giù frusciando

sul muro

e tra le chiome innevate degli alberi

o più lontano nel chiaro della notte

dove vivi e morti sono tutti da ricordare.

 

Dalla sezione Così il ripetersi dei giorni

*

L’astuzia della ragione utilizza

la fiera delle umane vanità

per cambiare il volto della storia –

 

Avanza su di un terreno angusto

fra il rumore delle bombe

e poi, un mattino, è là,

davanti a una diga che sprofonda,

cupa, in un tempo morto,

con la polvere che scende

a galleggiare sulle acque

lucide di scorie e di cadaveri –

 

Cosa rimane ad un eroe 

che gli impedisce ancora di morire?

Quale forza lo fa ancora parlare

fra i suoi muri?

 

*

 

Tutto quel che accade, ti riguarda:

la miseria e la guerra, cecità e paralisi,

la morte in molte forme, il dolore che divora,

   la paura che attanaglia –

 

La terra raccoglie molte croci –

alle ore incerte

è un canto senza tema

simile a una luce – né bianca né grigia –

che vapora dal Tevere –

 

Dentro di te ogni cosa vorrebbe inchinarsi,

come il tuono al proprio limite,

offrirsi in sacrificio, sul monte della Verna,

ma più invecchi e più cresci in ignoranza –

 

Com’è strano che tu viva ancora

l’esilio della veglia,

dove le pietre si fanno lago e lo sguardo

   si traduce in silenzio.

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