Parlerò di Estranea (canzone), ultimo libro, ristampa riveduta e ampliata, con Puntoacapo, settembre 2022. Perché l’ho scritto e lo ripubblico, oggi.
In un istante “cominciò la mia terza età”, dice di sè Teresina di Lisieux, accennando alla nascita della coscienza.
Io lo avvertii, nel passaggio dal novecento al secondo millennio, che mi trovavo “nel mezzo del cammino” più profondo della mia esistenza, e che, dopo avere rischiato di perdere la mia vita una volta, avrei tentato di rinascere. La mia trasformazione di donna non derivava soltanto da fatti della realtà, quale mi era data di vivere. ma da uno status simbolico in bilico, universale, anche in poesia; in cambio avrei ricostruito una visione del mondo, e dato voce ai sogni.
Una grazia lieve ed aspra ci aspettava, noi, all’uscita da una giovinezza “eternatura” , anche linguistica, per generare un ordito linguistico e simbolico maturo. Epicamente volevo recitare la narrazione del tempo come mio, ma non sapevo come: una strana lingua inventata, antica e inedita decise per me, e si aprì un’altra stagione del cantare.
Da un semplice movimento, agli albori del tempo stesso, faccio partire un’onda “tiepida e contenta”, che diventa “quello foco” e una “tenera scintilla” fino ad approdare a canzoni, che si presentano truccate, “bistrate a fuoco”, “non più a lutto, canzoni” e che mi introducono a un convito.
Ma sopraggiungono le guerre che, fra i sereni e forti, (due poeti molto amati da me) si fa “spettacolo commosso” ma di che cosa ? La “storia del presente, cui parlare” e “le donne , i cavalieri, le armi gli odori” sono figurine di carta rispetto al compito di trovare il centro, una permanenza, un “sempre modo nel sempre mondo” anche a cavallo di un “agile ippogrifo“, il figlio.
Specialmente capaci di arare di nuovo lo spazio: “un’incantevole tenera / e scintilla”, una canzone “fotograffita e ribaciata di balsamo e stazione”, per ritornare a casa, a un ”centro acuto di memoria e annuvolata”.
Ecco, nella padana bassezza della sua madre terra, incontrare la madre antica che si sdoppia: una di lei bambina, che cresciuta, sarà pronta a generare l’agile ippogrifo , perché alla fine di quel movimento emerga, a salvezza, “ la forma al centro, sola” di “un mite-mare”, adornata da pulzelle, dedite a rifàcere (in lingua napoletana ) la canzone. Un viaggio dove ogni vicenda è introdotta e tradotta nella parola canzone. Infine, pubblico l’ultimo canto de Le moradas, (1996, Empiria) con la dedica “agli invisibili”, il libro che precedendo Estranea terminava con un prologo, di apertura al nuovo libro: perché in quegli anni scrivevo l’avvio del successivo alla fine di ogni libro, prefigurando la continuità di una forma. Forse per una tensione alla forma romanzo, o poema in prosa? che sarebbe sopraggiunta nella trilogia famigliare, il futuro decennio. Di Album feriale, China, I Compianti.
La dedica “agli invisibili, che non presero la parola” è nata dal mio osservatorio di scrittura, per coloro che non poterono scrivere, alla lettera: o perché affondati, e scomparsi nella magmatica storia, senza l’autorizzazione a dirla,
rimasti impigliati nella corsa, impegnati a vivere un tempo intensamente nostro, poi divenuto “senza tempo”, eterno. Quei testimoni, sono anche le nostre muse, e fratelli. Credo che una fiaba allegorica, in questo tempo di mezzo, sospeso, dovesse fare i conti, inoltre con un neo lingua fatta per essere attiva, non per essere significata, ma per significare. Creare parole attive, quindi intrecciate fra arcaico e neo, lingua di combattimento, e di vita, per spostare i significati in uno “spazio o tempo non più colonizzato, / e dedito a riempire di sé ogni silenzio innato al sottacere/al sentirsi isolate, non più parte”.
In fondo alfine giunto fosse
un mite mare (dal centro)
e dall’incedere
(mare)la forma al centro sola
zolla che al forte e piu terreno dire,
intanto intente giovani in puntello,
sedute in braccio e forti
strette e avvinghiate, (ripetere)
la storia che lei gustando dentro
al cuore, muta intesa
stringere rifacere (canzoni).
*
Maria Pia Quintavalla, nata a Parma e vive a Milano. Suoi libri: Cantare semplice, ‘84; Lettere giovani, ’90; Il Cantare, ‘91;Le Moradas,’96; Estranea (canzone)2000, nota di A.Zanzotto; Corpus solum, 2002; Album feriale, 2005; Selected Poems, Gradiva 2008 N.Y.; China, 2010; I Compianti, 2013/ 2015; Vitae, 2017; Quinta vez, 2018, Estranea (canzone), 2022. Antologie, ultime: Braci, Bompiani 2020, La Poesia italiana degli anni ottanta, IV a cura di Sabrina Stroppa. Pensa edizioni, Torino, 2022. Dal 1985 cura la rassegna Donne in poesia, di cui le antologie, e i seminari: Le silenziose dal 2013 a Book City Milano, Le curatrici, Scrivere al buio, Muse / Autori / Resurrezioni. Ha curato Bambini in rima, Atti su Alfabeta 1988. Pluritradotta. Collabora a Poetry Sound Library a cura di Giovanna Iorio e Italian Poetry Review. Conduce Laboratori di scrittura a Lettere, Università agli studi di Milano.



Caro Marco, che bella iniziativa. non conoscevo questo Blog,e ne diventerò un lettore appassionato
Questa appassionata auto-presentazione di Maria Pia Quintavalla ci accompagna, passo passo, alla ricerca di quel “centro”, che sembra quasi irraggiungibile.
Grazie dell’informazione e un affettuoso abbraccio.