Incontri I

Tutto

di Hilde Domin (Germania 1909-2006)

Non pronunciate la bellezza,
Tacete l’amore,
Non toccate Dio,
Eravate molto giovani quando
Avete sbrigato la vostra morte.
Ora il mezzogiorno porta il viso della notte,
Ogni passo il gesto del cadere.
Ora che il vuoto si è fatto largo intorno a noi,
Cosa ci può succedere ancora?

Le cicatrici

di Piedad Bonnett (Colombia, 1951)

Non c’è cicatrice, per quanto crudele sembri,
che non racchiuda in sé la bellezza.
Una storia precisa che racconta
un dolore. Ma anche la fine del dolore.
Le cicatrici, dunque, sono cuciture
della memoria,
un finale imperfetto che ci guarisce
con un danno. La forma
che il tempo trova
perché noi non dimentichiamo le ferite.

Alles

Sprecht sie nicht aus, die Schönheit,
Verschweigt die Liebe,
Rührt nicht an Gott.
Sehr jung habt Ihr Euern Tod
Hinter Euch gebracht.
Jetzt trägt der Mittag das Gesicht der Nacht,
Jeder Schritt die Gebärde des Falles.
Da wir im Leeren stehen,
Was kann uns noch geschehen?

Las cicatrices

No hay cicatriz, por brutal que parezca,
que no encierre belleza.
Una historia puntual se cuenta en ella,
algún dolor. Pero también su fin.
Las cicatrices, pues, son las costuras
de la memoria,
un remate imperfecto que nos sana
dañándonos. La forma
que el tiempo encuentra
de que nunca olvidemos las heridas.

Le traduzioni sono di Susanne Detering e Stefanie Golisch.
Il quadro è di Dino Valls.

3 pensieri su “Incontri I

  1. paolo valesio

    Queste due forti poesie danno vita a un importante incontro, e i testi nelle due lingue sono un’ottima idea.

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  2. Marina Petrillo

    E’ l’indicibile, il non detto, a trovare rifugio in ” Alles”. L’ombra degli eventi aleggia come spettro delle coscienze e dirama il suo diniego alla vita. La bellezza si sottrae alla liturgia umana e Dio non può essere tangibile. La morte corona il sogno giovanile e, lì sospesa, anima il nuovo tempo ad esperienza, forma assunta da ogni dolore a sua dimenticanza. In continuum ideale, “Las cicatrices” accoglie il lascito e, come scavo inciso a morte, delinea la cicatrice primigenia, non pronunciabile , eppur sovrana di beltà. Le sponde lambiscono il binario cosmico esistenziale in cui l’essere si muove: dal vuoto, alla forma che il tempo richiede per divenire significante, cielo indomito di ogni poetico interrogarsi.

    “Un cielo scomposto, la cui lucenza addensa sfere. Non conoscere nulla mai del proprio corpo adiacente il destino. Sommo il canto sfinisce i pazienti alberi. A rami intagliati sbiadisce raggi: ultimo scrigno sedato da un sogno latente”(da: indice di immortalità, Marina Petrillo).

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