Antonio Francesco Perozzi, Lo spettro visibile

a cura di Alberto Fraccacreta

Antonio Francesco Perozzi, Lo spettro visibile, Arcipelago Itaca

Caduta

Quindi è cieca – e questa
cecità per ora la chiamiamo
attesa. C’è una base; la certezza
no: è un’altra cosa. Prima ancora
di fare la corda serve sporcarsi
le mani. Ora la prova si incentra
sulla differenza tra ricordo e chilometro,
che al buio sono uguali; sul senso
della caduta. Sono tentativi.

*

Visione

Allora è come se l’oceano si formasse
dentro l’oscurità dell’uovo. Carcasse
sono le immagini sfogliate che provi
a toccare, i resti. «Vieni». Obbedisco
e c’è un cane levriero a scucire
ordalia per ordalia questo buio; l’iride,
la rada chiara, l’alba che si leva.

*

Lo spettro visibile

È apparso il giorno come una cosa
frontale, e prima del previsto. Lecci da poco
si scartano dalla collina che è l’occhio
di noi, le case salite, la strada che.
Mai si sarebbe pensata tutta l’aria
– scarsissima – evaporata tra gli organi
che guardano fuori e appunto il fuori
ora così reattivo alla pelle, grosso, dentro cui.
Difficilissimo spiegare come (droga
degli angeli) si è fatta la pietra (reale), la valle
(reale), la scommessa ormai presa per viaggio.
Così chilometri nell’orizzonte uno scarabeo
si verifica: è lui, primavera di carne che
entra per sempre. È lui, è spostato
qualche secondo in avanti rispetto
al proprio spettro.

*

Pianta, animale, vortice, Dio

Prima o poi si marcisce al sole,
si compare in quattro cinque maniere
di malattia.

Quella che indossi è l’animale,
un sicuro esaurimento di risorse
fiutate prodotte assunte con l’uso
delle mani del pensiero spesso.

Poi c’è la vegetale, un demonio
che trattiene sopendo la linfa e un segreto,
cava spuma dai metalli e sta
tutta la vita da una parte.

Il resto è minerale o agita
i frammenti della realtà antartica,
non solo: vortici dietro il cristallo
nascosti chiamarli chema oppure Dio.

Ci chiediamo che fare. Una risposta
– diciamo un quesito – nasce in chi obbedisce
al disordine, guarda di traverso e ricorda.
Prima o poi si marcisce al sole e fuori
da questo accadere non importa.

Antonio Francesco Perozzi, Lo spettro visibile, introduzione di Pasquale Pietro Del Giudice, Arcipelago Itaca

*

 

  1. Ghilardi, ci ricorda come per il filosofo francese delle Memorie di cieco “vedere non è solo vedere: ogni sguardo necessita di un occultamento, di un velo che in parte lo ostruisce. Ogni luce, che veicola la vista, partecipa di una dimensione di notte, di ombra; non soltanto come il suo risvolto complementare, ma come intimo sdoppiamento che impedisce di fissare e di fissarsi su un’esperienza che sia pura, primigenia, incondizionata”. È di questa e in questa ambiguità insita nel cuore stesso del vedere che Lo spettro visibile di A.F. Perozzi vive; qui, dove lo sguardo/telecamera del poeta sembra cancellarsi e rivelarsi, di volta in volta nell’ente, nella forma di vita inquadrata e inghiottita. 

 

Da Cosmo di cosmi. Su Lo spettro visibile di A. F. Perozzi di Pasquale Pietro Del Giudice

 

*

Antonio Francesco Perozzi è nato a Subiaco nel 1994 e vive a Vicovaro, in provincia di Roma. Insegna italiano nella scuola secondaria ed è autore del romanzo Il suono della clorofilla (L’Erudita, 2017) e della silloge Essere e significare (Oèdipus, 2019, prefazione di Francesco Muzzioli). Gestisce il blog di scritture “La morte per acqua” e suoi articoli, racconti, poesie sono apparsi in riviste e antologie.

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