Le testimonianze personali sono sempre difficili da pensare; il rischio è quello di concentrarsi su una propria autobiografia intima e persino diaristica. Però, per un poeta, le cose sono un poco diverse: il poeta ha un doppio specchio nel quale riflettersi; il primo è quello del racconto della propria storia personale; il secondo quello della propria opera.
E’ sempre una domanda aperta per un poeta decidere a quale “specchio” dare maggiore testimonianza, tanto che la questione si potrebbe ridurre agli esiti di una tenzone, persino pensabile in termini di scontro, tra le pulsioni di un ego bulimico che tutto vuole inglobare, e l’ “altro” fuori di noi che chiede l’abbassamento dei toni, il dileguarsi, infine, della nostra stessa immagine. Avendo ridotto il Narcisomondo – come lo chiamo io – a un istinto di morte che passa attraverso le fascinazioni della propria immagine e non dell’immagine globale del mondo, ormai per me il problema si è ridotto a un’antica questione mai risolta: lo scontro mortale tra l’essere e l’apparire; vedere o essere visto; amare o essere amato.
In realtà, se nella sostanza di un panteismo universale che tutti abbiamo perduto – o che non abbiamo mai percepito pienamente come pura intimità dell’essere tutto, queste dicotomie non esistono veramente – il tempo che viviamo ci costringe a una divisione drammatica; e cioè alla percezione di un continuo pericolo, di una perenne invasione dell’altro, persino di una natura che ci si rivolta contro.
Che fare, dunque? Come può scrivere, che cosa può scrivere un poeta? Il compito di un poeta non è vivere – vivono tutte le creature, per compito – il compito è che cosa scrivere e come scriverlo; come sentire l’altro, come dire del suo dolore, della sua tirannia, della sua fragilità. Che cosa sente veramente un poeta spalancando le maglie della propria percezione dentro e fuori le mura della città, la costrizione delle Leggi, la clausura delle prigioni? Da quale zona del corpo passano le sue parole? Credo che la questione rimandi alla condizione del poeta; al luogo, al tempo.
Per scelta me ne sono andato, ho deciso di vivere lontano, discosto. A parte, non di parte. In ascolto, non sordo. Da questa prossimità i drammi del mondo arrivano come una bastonata, le voci non abbassano i toni, i visi imbellettati appaiono sempre più difformi. A distanza, la realtà non si mostra più lontana, meno suadente, meno persuasiva. Al contrario; a distanza la realtà appare sotto le maglie di una lente d’ingrandimento difforme: ancora più drammatica, più blasfema, più grottesca.
Ho scritto questo libro a distanza: LUCE DELLA NECESSITA’. Un libro che qualcuno, con una bella intuizione, ha definito fenomenologico. E’, cioè, un libro scritto con lo sguardo aperto, immerso nelle voci della natura, nelle improvvise parusie del divino; dentro un sentimento di pericolo e di nostalgia del perduto; dentro il pericolo della crescita dei bambini, dell’abbandono definitivo dell’infanzia. Da qui, insomma, si è costretti alla lentezza, necessaria per assistere alla costruzione dei fiori, per decifrare i passi degli animali.
Non so se questa sia la mia piccola e definitiva rivoluzione, ormai; so con certezza che tutta la poesia e tutti i poeti da troppo tempo si sono contorti dentro uno spleen che affonda le sue radici nel groviglio delle città, nella corsa senza regole e timori che tutto sta trascinando e distruggendo. Io sento di dovermi fermare e ascoltare più profondamente. Magari il silenzio, il vuoto delle forme, la nostra personale inconsistenza… e infine, il suono in diretta del nostro scomparire per dissipatio.
*
luce della necessità
la campagna è bianca
ha leggeri riflessi di verde sotto il manto della brina
è presto per le parole del ritorno
ogni cosa s’adombra della linfa dolcissima delle fate
le vedo in un sogno
volare sicure con le mani indaffarate
fare di questo paesaggio una pittura numinosa
ed io, minuscolo
un puntino arancione che corre e va via
… o è per la cura, solo per la cura …
addio e arrivederci, acerbi frutti della prima vera
appesi ai rami sono rimasti i torsoli delle mele
le nespole mature che non ho raccolto
cadute tra le foglie dei noccioli
un dono per gli esseri da niente
proteggete questa casa dai rigori
amici senza occhi, e mani
dalle crepe dove si annidano i nemici
da me stesso, che chiama sempre l’ombra e
disorienta la luce delle cose buone
nel tempo che verrà negli occhi finalmente grigi
tra il bagliore aurorale della vita e il disinganno della sera
proteggete, fratelli che nutro
queste mura da ciò che sarà in me, in noi
e date a queste parole la luce di una necessità
(tratto da “Luce della necessità”, Hebenon 2022)



Bella e profonda la dichiarazione, e bella la poesia.