La parola ai poeti. Luca Mozzachiodi


Inizialmente la mia ricerca in poesia era volta al recupero di una dimensione collettiva. Vedevo, confusamente ma non senza ragione, la poesia contemporanea impantanata in una lirica autobiografica di corto respiro come riflesso di una atomizzazione sociale, cui volevo rispondere con un linguaggio poetico che fosse essenzialmente narrativo e descrittivo, capace di attingere criticamente ai “grandi codici” della tradizione, elaborare racconti universali. Molto del primo poemetto
Le strade di Gerico è animato da questo intento.

Nel successivo libro, L’arte della sconfitta, edito da Qudulibri e che resta il mio preferito, la storia fa da padrona, i problemi si condensano in racconti, immagini, reportages in versi e allegorie che hanno per sfondo una riflessione generazionale sulla storia e sulla sconfitta (che è, bisogna dirlo, certo una sconfitta “esistenziale” ma anche la storica, reale, sconfitta dei movimenti socialisti e di emancipazione del Novecento).

Un terzo libro, Tempo stellare sarà pubblicato spero a breve e comprende le poesie e i poemetti più recenti e testi che risalgono al periodo tra i primi due libri. Se dovessi dire che cosa è cambiato potrei indicare soprattutto la fiducia nell’immediata universalità del fatto poetico, che qui è molto più problematica (le Lettere ai senza classe fanno sì riferimento a una condizione sociale collettiva, ma sono pur sempre fittivamente immaginate come scambi tra due singoli).

Trovo che però più che le differenze siano importanti le affinità di fondo. Una volta ho scritto che la poesia è quella forma di scrittura che può accogliere in sé il massimo di contraddizione senza per questo divenire falsa, aggiungerei che è proprio in questo modo anzi che si invera, vale a dire che essa può essere pensata, progettata, scritta come dialettica.

Gli elementi di cui mi servo in questo tentativo, più o meno ricorrenti, sono il prevalere di registri narrativi, ragionativi, o drammatici su quelli lirici (del resto ho una mai sconfessata predilezione per l’epica e la tragedia tra tutte le forme letterarie), la complementarietà nella rappresentazione dei piani temporali che non perdono la loro profondità, ma sono, diciamo, inscritti e stratificati nella rappresentazione, l’utilizzo di personaggi e persona loquens (le ultime cose che ho scritto sono infatti drammi in versi senza più nemmeno la “giustificazione della cornice lirica), le ampie strutture tramite il montaggio di veri e propri capitoli, nei poemetti, e sezioni, nelle raccolte.

Dico questo perché è evidente che, con una tale ossessione architettonica, non è mai stato per me compito della poesia esprimere uno stato d’animo soggettivo o indurre una qualche specie di sentimento nel lettore, quanto rappresentare stati di cose, esporre concetti, enunciare fatti e posizioni che spesso sono desumibili solo dall’insieme dell’opera e non dal singolo testo.

La poesia non è affatto qualcosa di ontologicamente speciale, è una forma di linguaggio codificato, talmente codificato da codificare persino le infrazioni alla norma che senza la norma non avrebbero senso, tuttavia questo linguaggio codificato ha, culturalmente e storicamente, delle possibilità e risorse che ad altre forme sono meno accessibili; risorse di tipo morfologico, far veicolare il senso dal suono ad esempio, ma anche di tipo relazionale o contenutistico, per me spesso nascondere i salti dialettici non in quanto è scritto, ma negli spazi bianchi, contenere una pluralità di significati che giocano in cooperazione tra loro per definirsi, molto del biblismo che c’è nei miei versi è in questa dimensione che trova un suo senso. 

Di quello che scrivo è stato detto che è imparentato con i classici del modernismo ed è sicuramente così per letture, formazione, gusti. Più spesso è stato sostenuto che si tratta di poesia civile e invece direi proprio di no, non solo perché non credo che esista la poesia civile in quanto tale (ridurla a genere, cioè a cliché contenutistici, è anzi un modo per svuotarne quasi tutte le potenzialità collettivo-politiche che con quel termine si vorrebbero indicare), ma soprattutto perché quella civis che dovrebbe esprimerla non esiste socialmente e culturalmente. Spesso ciò a cui si fa riferimento è poco più che un generico sentimento liberale dei diritti umani. Una poesia contro l’esecuzione di prigionieri in guerra è generalmente considerata poesia civile, ma (esagero, ma non troppo) una poesia contro il possesso privato di aziende è ancora poesia civile?

Cosa ci si aspetta che faccia il poeta, o cosa ci si può legittimamente aspettare dalla poesia? Oggi direi soprattutto che compito del poeta è scrivere buone poesie, cosa difficile perché spesso scelte come scrivere tanto, pubblicare frequentemente, adattarsi ai concorsi (che richiedono limiti nel numero di componimenti o di versi ad esempio), procacciarsi recensori, palcoscenici, agenti, contatti che sono tutte condizioni necessarie a svolgere la funzione sociale dello scrittore (cioè sono in qualche misura forzose se si vuole essere letti e comunicare) sono, e bisogna dirlo chiaramente e senza fingere, in antitesi alla ricerca e scrittura di qualità che richiede tempi, ricerche e approfondimenti spesso in antitesi con un piccolo mercato basato sul presenzialismo, la visibilità e (spesso) la rapidità e sensazionalità della lettura pubblica più che sui tempi lunghi della rilettura privata.

Qualche volta, penso a tutta una tradizione da Lukács a Sánchez Vázquez, questa è stata letta (naturalmente su fenomeni complessi e di vasta scala) come un’antitesi tra arte autentica e mercato. Potremmo uscirne con una posizione moralistica del tipo scrivere la grande poesia e lasciare che essa abbia il suo corso (cioè verosimilmente nessun corso), o con una di tipo cinico: cioè fare quello che “si deve” fare, che è necessario per poter essere poeta e dare leggibilità ai propri versi, facendo finta di non sapere che quando si adotta questa logica, anche nelle versioni pro tempore o del giusto e difficile mezzo, della poesia come riuscita estetica e non come risultato mediatico ci siamo già dimenticati senza riserve perché il processo di adattamento non può non modificarla.

La sola posizione possibile, dato che questo tipo di orizzonte ricomprende tutti dall’autore Einaudi a chi stampa con la copisteria sotto casa e non esiste un “fuori” da questa logica, è fare un ragionamento serio sullo statuto di poesia e sulla sua fruizione, produzione, distribuzione.

È un altro modo di chiedersi, in fin dei conti, a quale immagine di mondo voglio che i miei versi alludano? Se si è capaci di rispondere c’è da aspettarsi che vengano da soli ma controllabili, lavorabili, come un prodotto umano e non come incontrollata e incontrollabile ispirazione (che è troppo spesso il costume romantico dell’ideologia).

*

DEL FARSI REGALARE UN ATLANTE STORICO

I
Presto ho cominciato il gioco della geografia
e quando andavo a scuola
i cattivi erano quelli con le insegne
gialle e nere dell’Austria-Ungheria,
con i tedeschi non c’era da scherzare,

delle divise grigie si ricorda il nonno
nei soldatini sotto il sole dell’estate,
ripetevo con pazienza le cose imparate:
l’elenco delle capitali, gli errori normali
se a leggere impari man mano,

in Nigeria non si parla il nigeriano,
corresse poi il bambino la mia
enciclopedia di seconda mano,
non seppe mai la prima
che cambiò la bandiera sul Cremlino.

II
Se muovi il dito più in là cambia anche colore
e quanto dolore per spostare la linea.
Presto ne avevo abbastanza, cercavo
l’uguale azzurro dei grandi laghi,
il bordo della pagina che finisce: Pacifico.

Non fu tutto così né sempre se gettava
una mano trepida una manciata di stelle
intorno a Madeira, le lacrime di roccia
dei marinai scorbutici o tracciava,
come in un sogno, America.

noviter reperta. L’oceano
ancora parlava ai tempi di de Gama
e ad ogni vita si fa nuova
quest’ansia di chiudere il cerchio
nel fondo smeraldo dei flutti.

III
L’adulta umanità conosce tutti
i continenti che traccia ad arte
e sa che non difendono fuori dalle carte
come quattro dita di Dio dal gelo
dell’Artico le terre di Mercatore.

L’imperatore drago ha appreso anche lui
che il centro del mondo è un denso
globo di fuoco, vieni, facciamo ancora il gioco
delle date: nel millesettecentonovantuno
il re delle Hawaii affonda a cannonate

le canoe di giunchi dei principi rivali,
ai coralli si impigliano le ossa;
ricorda un cronista il fumo,
nella battaglia della Bocca Rossa
gli uomini si uccidono da uguali.

IV
L’anno dopo a Valmy il primo
esercito di cittadini sconfigge
la nobiltà d’Europa e che colore ha
il mondo che cambia in una nebbia di spari?
Gli spazi bianchi tremano sulle carte

inseguiti dai treni, fa progressi
l’arte dell’aeronautica, si discute
nei grandi convegni mondiali
se esista la nazione degli oppressi,
per sicurezza scrivo no sul foglio.

A diciott’anni campeggiava già
un ritratto di Raynal sulla scrivania,
ricordato male con la mano su un teschio
come un cristo barocco, i lumi feriscono
le vuote orbite del figlio dell’uomo.

Regalami un atlante storico
non ne ho mai abbastanza.
Dove getteremo se non dietro le spalle
i continenti che mancano al numero,
dove nasconderemo la speranza?

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