Vincenzo Aveta, Poesie scelte.


di Giorgio Linguaglossa

Vincenzo Aveta, Poesie scelte, Progetto Cultura, Roma, 2022.

Vincenzo Aveta è un cavaliere dell’Apocalisse dei nostri giorni,vola con parole semplici a cavallo del suo Ippogrifo e viaggia tra le stelle:

Come il Re Balor ho vissuto
mille sogni in un solo tempo
e sono stato mille Re su un solo trono.
Tu sei stato mio Maestro
nell’arte del potere dell’occhio magico,
ma chi sei stato
ed in quale tempo
a che io ti riveda ora?
I nostri nomi erano già
su colonne iscritti a Dendera, non so.
Oh come grandi astri nascenti,
nuovi all’orizzonte ora
sorgono pure Andrea e Camilla.
Dal loro vero nome per me arcano.
Vivo in quest’orbita che s’evolve come
parabola in iperbole
e sì che rivedo i fuochi votati a Dio.
In alto con me per un’ellissi senza tempo
il bimbo d’allora si ritrova:
chi siamo stati per essere ciò che siamo.
Nel tempo dell’inganno universale
s’abbatte su di me
la tempesta di dolore e sofferenza.
Gridai la verità e arso da vivo il crocefisso
per questo anch’io sono stato.

Ma Aveta è anche un giocatore di scacchi che muove le sue pedine con occhio onniveggente che intravede le migliaia di combinazioni di tutte le mosse possibili e di quelle immaginabili, che riesce ad immaginare le combinazioni più impensabili, che immagina e sogna il nulla dell’infinito e la molteplicità del finito, perché un’arte priva di opere e un’opera priva di «reale» è un controsenso. Come il grande Re Balor è un veggente, Aveta vede con la mente uno spazio infinito, una prateria illimitata: la «realtà», i suoi sedici pezzi neri avanzano trionfalmente e si ritirano in rigida linea verticale a contatto con i sedici pezzi bianchi di un avversario immaginale in una sfida che ha del commovente. Il possibile sfida l’impossibile, l’impensato aggira il pensiero più audace.

A volte, ho l’impressione che Vincenzo Aveta sia intento a una scherma con i suoi mitologemi come un veggente cieco con i suoi pezzi bianchi alla ricerca del vello d’oro dello scacco matto su una scacchiera immaginaria dove l’avversario è uno sconosciuto Signore in maschera. Le pedine bianche avanzano inesorabilmente mentre anche le pedine nere della «realtà» vanno incontro alla Torre nemica, al Re e alla Regina in uno scontro frontale e in un accerchiamento.

Aveta pensa  una poesia vertiginosamente apollinea ed erranea, ardita, irta di pinnacoli e di circonvoluzioni del pensiero; pensa con pensieri-mitologemi mediante categorie del tutto «esteriorizzate», delle quali reinventa perfino la semantica. Le parole, per Aveta si tratta di mitologemi che i poeti si appuntano al petto come un generale si appunta le sue medaglie. Ma essi, i poeti, non sanno di essere affetti da cecità, perché l’occhio che impara a sognare è quello affetto da cecità, coglie la presenza assente. E che cos’è questa parola misteriosa: la poesiaPer Vincenzo Aveta la vita è sogno se il sogno è vita.

Forse il mondo ha cessato di essere significativo, e al poeta di oggi non è concesso l’accesso alle esperienze significative, ma è emblematico che alla poesia di oggi tocchi in sorte di dover stendere in versi l’epicedio esistenziale forse più lucido e disincantato della poesia di matrice novecentesca, quando si parla dell’indebolimento della soggettività con la tranquilla consapevolezza che ciò che possono dare le parole poetiche forse non è granché ma è pur sempre qualcosa di importante.

Il fatto è che non si può uscire dal «sortilegio», o dall’«immaginario» direbbe Lacan; non possiamo sortire né entrare in un luogo linguistico se non mediante un trucco, un dispositivo, un cavallo di Troia, perché la città del «senso» la puoi prendere soltanto con un trucco, con un sortilegio, un atto di raggiro, di illusione, perché il poeta è ragguagliabile ad un illusionista che illude con le parole ed elude con le parole, perché«la poesia è magia liberata dalla necessità di essere verità», (Adorno).

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