La parola ai poeti. Cristina Bove


Penso che la poesia sia un tentativo di sublimare la realtà usando la parola come significato e significante di stati di coscienza che risultano a volte sorprendenti anche per chi scrive.

È come se intervenisse l’aspetto misterico della condizione umana a riproporsi nei momenti più densi di emotività o di lucidità, in una sorta di scissione tra l’agire e il pensare, una modalità in cui l’ispirazione trasforma il sapere in sentire e viceversa, momenti in cui sembra che non si esista solo in questa dimensione nota, ma che si appartenga a una vastità immensa e sconosciuta, altrettanto reale.

Forse il primo tentativo di condividere il pensiero lo ha fatto quell’essere umano che ha raffigurato una scena sulla parete di una grotta, il primo essere umano che ha assegnato un suono a un oggetto, un gesto a una sensazione, e che ha inventato segni e simboli per esprimerli e comunicarli.

Se ne potrebbe dedurre che, se pure inconsciamente, l’uomo abbia sempre saputo di esistere in un contesto di cui non ha totale cognizione, e che perciò ha proiettato il suo spirito nel gesto, nell’azione, nel lessico. Plasmando, scolpendo, scrivendo.

La visionarietà è spesso marchio di follia, quando non si esprima nell’arte, e si è tentati di rifuggirne l’esperienza. Sarà perché non possediamo tutti gli strumenti idonei per decifrarne i simboli, quasi sempre attinenti agli archetipi, che costituiscono il substrato mentale degli esseri umani, sin dagli albori della loro esistenza sul pianeta, e andiamo a fiuto, a istinto, a impulsi emozionali, tentando di far luce sulle nostre percezioni.

Forse la poesia riesce a dare alla parola un senso altro, connotandola talora perfino di una certa ambiguità, funzionale a scuoterci dal piano sonnacchioso e ripetitivo della quotidianità, a trasportarci in una libertà concettuale in cui la mente scova altri spiragli e trova pace.

La poesia è un richiamo inspiegabile verso una dimensione agognata se pure ignota.

Senza rifuggire dall’attraversare il corpo, dal coglierne ogni modalità percettiva che la propria esistenza gli riserva, e per corpo intendo anche la psiche, chiaramente memoria portante delle proprie vicissitudini.

È una chiave che riesce a liberare la parola da ogni preconcetto connotandola perfino di una certa ambiguità, funzionale però all’estrinsecazione del pensiero.

Per quanto mi riguarda, ho accolto le prime avvisaglie di un diverso modo di esistere nei giorni di coma in seguito al mio volo dal quarto piano, Suicidio non riuscito, per fortuna, altrimenti non avrei potuto vivere la magnificenza di essere madre, non avrei saputo cosa significa usare il linguaggio, apprendere la bellezza, comprendere il dolore, e trasferirli sul foglio, sulla tela, sul legno, sulla pietra. E non avrei potuto conoscere tante persone ricche di interiorità commovente, stringere amicizie con scrittori, musicisti, poeti.

Ho imparato da tutti, ho appreso ad analizzare i diversi aspetti delmio vagabondare psichico a cogliere i passaggi segreti non livellati da orizzonti di comodo, tuttavia misteriosi, della mia stessa umanità.

Quando scrivo è come se volassi oltre ciò che è noto, attratta dalle grandezze siderali, di cui mi sento parte, seppure infinitesimale.

Per me la poesia, è l’esternazione più intensa e reale del mio pensiero.

Non so come accade, ma quando i versi cominciano a susseguirsi nella mia mente, sono la prima ad esserne sorpresa e mi pare di essere più consapevole della mia esistenza.

Uso spesso i trattini bassi. Li preferisco alle parentesi e ai trattini alti perché li sento più accattivanti, minuscole e discrete indicazioni a porre attenzione ai versi da essi delimitati, linee di congiunzione tra significati.

Forse questo  stralcio dal saggio sulla mia poetica del critico e poeta Giuseppe Martella ne spiega meglio di quanto sappia fare io stessa:
“[…] L’uso del trattino basso è invece estremamente frequente, nell’intera poesia di Cristina Bove, fungendo quasi da supplemento alla punteggiatura rarefatta e indicandone infine lo sprofondamento nell’abisso della dizione. I trattini bassi, croce e delizia dei suoi editori, non sono certo un vezzo ma costituiscono il tratto distintivo della sua versificazione, il suo svolgersi al limite dello spro-fondamento del discorso, del riassorbimento delle figure della espressione (Ausdruck) sul fondo (Abgrund) della nuda vita. L’uso del trattino basso, il tratteggio ritmico-semantico che funge da basso continuo della sua versificazione,costituisceinoltre la condensazione grafica di quel fraseggio (Ausdruckweise) e di quella lievitazione del dire (Schweben) che ho indicato all’inizio e che caratterizzano in modo inconfondibile la sua poesia[…]

[…] rappresentazione, a costituire quella configurazione ologrammatica del discorso che ne rappresenta un’altra caratteristica saliente.

Alcuni testi da “La simmetria del vuoto” (2018 – Arcipelago Itaca edizioni)

Anticipando l’ora

era trascorsa tanta vita
e chi restava a completare il gioco
temendo in fondo che una storia sghemba
si rifugiasse ancora tra le pagine
s’accomodasse a un tavolo per due
vide seduta l’ombra sul punto di svanire
_una certa bellezza respirava_
sotto l’arco dei glicini

passavano dei treni
andavano a morire in lontananza
non si viaggiava più per esser vivi
si poteva restarsene al di qua
anche se diventati trasparenti
attraversati da malinconie

era trascorsa mentre
se ne stava appoggiata alla finestra
_giù nella strada la verità cadeva a non finire_
e ci si approssimava alla partenza

lo si vedeva scorrere negli occhi
come nei sottotitoli di un film
l’addio dei rassegnati
a salutare chi non può partire _ma nemmeno restare_

Ruggine che assottiglia l’inferriata

S’aggirano fantasmi al verderame
intorno alla giacenza di connotati fuori uso
discariche di vasi e d’inevasi
di tutto ciò che fosse stato troppo
compreso il sacrificio
_talvolta imperdonato, anzi indigesto_
e può sembrare l’oggi un sacrilegio
se non ricade subito il domani
a porre fine

scriverne non assolve l’esistenza
:si sta dove l’incerto che accompagna
è convivente malaccorto
ché se fosse più sveglio andrebbe a capo
tenendo bene a mente che un vocabolo
sarebbe meglio definirlo termine

restarsene seduti
è la beffa dei tempi discordanti
_l’essere stati a danno di sé stessi_
tanto da non saperlo definire
l’amore e le sue immagini distorte
e fermi nell’attesa che si compia
il ciclo delle proprie competenze
(dicasi morte se non fa paura)
ci si perdoni almeno d’esser vivi

Fuori da ogni logica

pieghe di un mondo straccio
monosillabi lunghi _anamorfosi di loquela_
dicerie scivolate sulla strada
… punti di vista obbligatori

a starsene in disparte può finire
che il mare si riduca a una pozzanghera
una linea tortuosa il proprio nome
e tutti i nomi sparpagliati in lettere
denudati di quanto li vestiva
_abiti e abitazioni di ventura_
smettersi prima d’essere dismessi

e si andrà spogli
a suicidarsi in massa come lemmings
_il pifferaio già suona_ in fuga allo strapiombo
giornate cateratte
nessun appiglio entusiasmante, i corpi
ridursi fino al punto
così che mille secchi di vernice
dipingano le false prospettive
sguinzagliando campane ai propri morti

Orto_grafie

cortili in giorni d’afa
si sta seduti sulle proprie gambe
a palpebre socchiuse
cancelli minimali su chi passa

il giardiniere ha seminato zeri
per coltivare piante immaginarie
e spazi vuoti

bottiglie sotterrate a testa in giù
germineranno navi sottovetro
alberi nel sartiame sul mare del comò

tra cocci di pensieri
la sedia arroventata
è una zattera a strisce orizzontali
incagliata tra i panni stesi al sole

Fontaniana

Il varco tra pensiero e corpo
la zona franca aperta sulla tela
/ ci si passa disposti di traverso /
onde o corpuscoli
oltre le direttive degli squarci
ci si racconta nudi e mercuriali
microscopiche sfere inafferrabili
e non potersi veramente scindere
_il male ci dispensa dall’amalgama_

fuori da giorni stretti, fuori da nomi e fatti
sul filo del rasoio
monadi nei macelli senza scampo
enti divisi nello stesso istante
ciascuno il proprio vivere al risparmio
_l’amore è un ballo in maschera_
una pietà inservibile
alla necessità di rassegnarsi

e un punto chiude
la resa matematica e il confine

***

Cristina Bove è nata a Napoli il 16 settembre 1942, vive a Roma dal ’63. 

Si è occupata di pittura e scultura. Ha vissuto da giovane a Tunisi dove fu allestita con successo la sua prima personale di pittura.  È sua la scultura in bronzo dell’hotel Sabbiadoro a San Benedetto del Tronto. Negli ultimi tempi si dedica alla scrittura, alla fotografia e all’arte digitale.
Ha  pubblicato Una per mille (romanzo – 2016 edizioni Fusibilia).   

Per le edizioni Il Foglio Letterario: Fiori e fulmini (2007), Il respiro della luna (2008), Attraversamenti verticali (2009). Mi hanno detto di Ofelia (2012 – Edizioni Smasher)

Metà del silenzio (eBook  2014 –  Edizioni PiBuk).   Antologia di Poetarum Silva (a cura di Enzo Campi),  Auroralia (a cura di Gaja Cenciarelli),  La ricognizione del dolore (a cura di Pietro Pancamo) La versione di Giuseppe  (2011 – AA.VV. a cura di Abele Longo  – Ed. Accademia di Terre d’Otranto) Cronache da Rapa Nui (2013 – AA.VV. a cura di Gianmario Lucini – Edizionicfr.it/Libri )
Sotto il cielo di Lampedusa. Annegati da respingimento (2014 – AAVV. a cura di Pina Piccolo Edizioni Rayuela)

La simmetria del vuoto (2018 – Arcipelago Itaca Edizioni)
Una donna di marmo nell’aiuola (Campanotto editore 2019).
Alcuni dei siti in cui è presente: La poesia e lo spirito    La dimora del tempo sospeso   Neobar    blancdetanuque    Filosofi per caso    Versante Ripido   La Recherche    muttercourage – Anna Maria Curci    Carteggi letterari

Il suo blog personale https://cristinabove.net/

Conduce il blog  http://giardinodeipoeti.wordpress.com/

3 pensieri su “La parola ai poeti. Cristina Bove

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