
Avere il coraggio. Non ce ne vuole molto, perché, se si comincia, non se ne può fare a meno. Potremmo metterci d’accordo: basta falsità, accomodamenti, omologazioni inopportune e non richieste.
La prima tappa è il silenzio: una rivoluzione. Ci sentiamo obbligati, a parlare. Nessun medico lo ordina, tranne lo psicanalista. Il silenzio fa scendere dentro, cercare in cantina il Dio che trasforma ancora l’acqua in vino. La chiacchiera è liquido inodore, insapore. Ogni parola dovrebbe – potrebbe – nascere da una lunga attesa, come fosse un dono da porgere con attenzione. In principio era la Parola, dunque è qualcosa d’importante. La letteratura le dà peso, la mette in primo piano, come sulla scena. Potremmo accordarci anche su questo: niente chiacchiere a vanvera. Come disse Gesù: di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del
giudizio. Questo gioco della parola e del silenzio è l’alba della civiltà. All’inizio le parole non venivano sprecate: osso delle mie ossa, si chiamerà išša perché da iš è stata tolta. Roba essenziale. Avere il coraggio dell’intensità . Non ce ne vuole molto. Se cominci a eliminare il superfluo, non ne puoi fare a meno.

Eliminare il superfluo,…e il mondo ritroverebbe quella quiete come “dopo la tempesta”!
La sola VOCE di una eco tornerebbe a riverberare,e scandire il tempo di quella Nuova Creatura: «’âdhâm,…dove sei? Non nasconderti più…»…
E tutto riavrebbe un nuovo inizio!…
Come in musica è il gioco tra note e pause a creare la melodia, così dovrebbe essere nel linguaggio. Il silenzio è lasciar posto al mistero, all’altro da se’.
E il coraggio di cantare fuori dal coro, in un tempo in cui la volontà di omologare ha raggiunto livelli degni del romanzo di Orwell, è impagabile.
Senza il pour parler alcune persone resterebbero completamente mute. Il linguaggio asciutto e senza fronzoli è roba per pochi. L’essenziale, il vero costa fatica e sincerità, cose dell’altro mondo.
Grazie amici miei.