La parola ai poeti. Raffaela Fazio

Non mi interessa la poesia. Non mi interessano i poeti. 

Mi interessa chi riesce a rendere il mondo più ospitale, più umano, proprio quando il tessuto connettivo si indurisce o si opacizza o minaccia di spezzarsi. Mi interessa chi è capace di risvegliare la realtà celata dentro la realtà, solleticando all’interno di ogni cosa quella voce composita che, mai accondiscendente, somiglia sia a una scossa, sia a una promessa. E lo fa non creando ponti verso l’invisibile, ma scardinando ciò che ha davanti, aprendolo, facilitando l’irruzione di ciò che è esperibile diversamente, più intensamente, lasciando spazio allo stupore. Mi interessa chi permette di continuo un cambiamento di prospettiva, senza rinunciare alla ricerca di un orientamento, come messa a fuoco dell’essenziale, non come camicia di forza, nella consapevolezza che il senso già dato non cessa di darsi, così come il tempo, pur dispiegandosi, è ricapitolato dentro ogni singolo istante, e il pulsare di un’intera vita è fedele alla sua più piccola parte.

Per questo, mi interessa chi predilige l’attenzione alla prestazione insaziabile, ma anche alla comoda cecità, chi sa evitare sia la frenesia sia lo stallo inerte grazie a quello stato di ricettiva vigilanza che si confronta con la realtà attraverso il canale luminoso dei sensi. E dopo aver ascoltato il mondo, dopo averlo fiutato e toccato, dopo averlo osservato con insistenza ma senza forzature, desidera darne testimonianza.

Ecco, mi interessa la testimonianza che diventa urgenza e poi voglia di condivisione. E tra le tante forme di testimonianza, è vero, c’è la poesia. 

Allora sì, così mi interessa la poesia, come una delle svariate modalità di rendere testimonianza (e persino di rendere grazie). Ma questa testimonianza non sarà rivelazione dell’“essenza” delle cose. Forse l’ “essenza” neppure esiste. E se esiste, è fondamentalmente incomunicabile. Ciò che esiste è l’esperienza: l’esperienza di qualcosa che si stacca dal fluire indistinto degli eventi, l’esperienza di un fuoco. 

Qualsiasi esperienza trasformativa (come quella dell’amore o del lutto, della bellezza o della verità – piccola o grande che sia) è apertura a una nuova “intelligenza”, che non è semplicemente razionale e cumulativa: è inedita, perché non deducibile dal nostro sapere precedente. E, poiché sollecita la persona nella sua interezza, essa entra in contatto anche con zone d’ombra e con regioni inesplorate, magmatiche. La testimonianza del poeta è allora un tentativo di dar voce a un’esperienza che insieme vivifica e spinge a confrontarsi con la parte più oscura, sul crinale del dubbio, in uno sforzo ermeneutico che mai si esaurisce.

La poesia che mi interessa è questo perenne work in progress: una domanda che il poeta si pone senza potere o volere dare una risposta definitiva. L’uomo stesso è un work in progress. La sua identità è in divenire, grazie a una libertà sia ricevuta, sia scelta di continuo. Questa libertà è riconosciuta ad esempio nella cultura ebraica, fin dall’inizio. È lo tzim tzum: Dio si ritrae dopo la creazione per lasciar spazio all’uomo, affinché diventi sé stesso. E l’uomo – miracolo di precarietà che lotta, dubita, sogna – costruisce passo passo la sua specificità sulla base delle scelte compiute, ma, al contempo, intuisce che la sua unicità ha anche un fondamento originario. È suggestivo che, nella lingua ebraica, la lettera “he”, caratteristica del Nome divino e ricordo (anche per la sua pronuncia) del soffio di vita, ha la funzione di articolo determinativo; come a dire che ogni realtà, per apparire nella sua identità differenziata, ha bisogno di quel soffio misterioso che le permette di uscire dalla confusione indistinta e anonima del tohu-bohu.

Per rendere testimonianza dell’esperienza di questo divenire, il linguaggio poetico è fisico e lieve: privilegia l’allusività della parola, che permette il salto oltre il detto. La leggerezza della poesia è la stessa del gioco, che non parte dall’utile, ma rimane un processo libero e innovatore. Come il gioco, la poesia consente sia di frequentare l’ombra, per darle voce o per esorcizzarla, sia di sovvertire misure e tempi, arrivando persino a combinare gli opposti. Essa opera infatti qualcosa di straordinario: concilia precisione e ambiguità. 

In fondo, la parola poetica è un viaggio dal silenzio al silenzio: nasce dal silenzio della riflessione e si congeda col silenzio del non-detto. Quando penso alla parola poetica come a un attraversamento, nel silenzio, di distanze e di solitudini, mi torna in mente il termine ebraico “midbar”, che significa deserto. Midbar si scrive aggiungendo una sola lettera, la mem, a “dabar”, che vuol dire parola (la scrittura ebraica è solo consonantica). Il deserto è dunque il luogo dove la parola nasce e cresce. E riesce a rigenerarsi, a creare qualcosa che prima non esisteva.

Nel dare testimonianza della propria esperienza, infatti, il poeta crea anche qualcosa che in quell’esperienza originaria non c’era. L’atto poetico, mentre si delinea, innesca meccanismi imprevisti nell’interiorità di chi scrive. E ne risveglia altri ancora, in chi legge. Dalla brace si sviluppa una scintilla e dalla scintilla un nuovo fuoco, diverso dal primo.

Le scintille che la poesia accende e che poi si propagano indipendentemente dalla consapevolezza di chi le ha originate potranno essere benefiche solo se parti di un orizzonte più ampio, di una rete capillare di “cuori pensanti”, come fu quello di Etty Hillesum. Etty, che non rientra in alcuna antologia poetica, annotava nel suo diario il 30 settembre del 1942, un anno e due mesi prima di morire ad Auschwitz: “…dovunque si è, esserci al cento per cento […]. Quanto vorrei scrivere. Da qualche parte in me c’è un’officina in cui dei titani riforgiano il mondo.” La forza della parola di Etty dipende soprattutto dal fatto che è sostenuta dalla sua radicale testimonianza: condividere sino in fondo il destino degli altri, continuando ad amare la vita. Lei stessa lo dice: “fuggire o nascondersi non ha il minimo senso […] è meglio rimanere con gli altri e cercare di essere per loro quel che ancora siamo in grado di essere”. “Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite”.

Cercare un balsamo per le piccole o grandi ferite, senza edulcorarle o, al contrario, assolutizzarle: mi pare che questo sia un modo “umano” di stare al mondo. Un modo profondamente poetico.  E non appartiene esclusivamente (né necessariamente) a chi scrive poesia.

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2 pensieri su “La parola ai poeti. Raffaela Fazio

  1. Giorgio

    Gran bel testo, Raffaella, che ho letto solo adesso. Mi piace quest’alta idea della poesia e questa nobile idea dell’uomo. Grazie, e complimenti!

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