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Istinti


Che ne facciamo degli istinti?

Prendiamo in esame un esempio facilmente comprensibile. Agli uomini – generalmente – piacciono le belle donne: come gestire l’inevitabile attrazione? Gesù lo spiega dal vivo, nell’incontro, al pozzo di Sicar, con una samaritana molto bella, collezionista di mariti. Le chiede da bere: lei è sorpresa, per i motivi che sappiamo, ma soprattutto perché quest’uomo non fa avances. Non solo, ma lascia intravedere un potere sconosciuto, un’acqua che zampilla per la vita eterna, una realtà superiore che si chiama spirito. La donna è affascinata, dimentica i noti rituali, è entrata in un’altra dimensione.

Gesù ci insegna che l’attrazione per la bella donna non si supera con qualche forma repressiva, ma suscitando un desiderio più completo. La questione non è guardare la bellezza: è che la bellezza è tutta un’altra cosa.

Maggioranza


Che possiamo fare per contrastare la barbarie? Nulla. Ma quel nulla è prezioso, perché la vita sa prendere le offerte della povera gente per costruirvi il tempio del significato, di ciò che in mezzo alla babele del mondo è verità.

Cos’è la verità? direbbe Pilato lavandosi le mani, nel gesto che siamo sempre tentati di ripetere quando cogliamo l’inutilità dell’impegno, l’inanità dei nostri sforzi. Eppure, fermiamoci un momento: non è vero che la babele del mondo è arginata dalla scelta del silenzio, dall’ascolto della profondità?

È arginata in me, e questo basta. Se fosse arginata anche in te, con l’apporto e il supporto della verità, saremmo maggioranza.

Perdipiù


Avere il coraggio. Non ce ne vuole molto, perché, se si comincia, non se ne può fare a meno. Potremmo metterci d’accordo: basta falsità, accomodamenti, omologazioni inopportune e non richieste. 

La prima tappa è il silenzio: una rivoluzione. Ci sentiamo obbligati, a parlare. Nessun medico lo ordina, tranne lo psicanalista. Il silenzio fa scendere dentro, cercare in cantina il Dio che trasforma ancora l’acqua in vino. La chiacchiera è liquido inodore, insapore. Ogni parola dovrebbe – potrebbe – nascere da una lunga attesa, come fosse un dono da porgere con attenzione. In principio era la Parola, dunque è qualcosa d’importante. La letteratura le dà peso, la mette in primo piano, come sulla scena. Potremmo accordarci anche su questo: niente chiacchiere a vanvera. Come disse Gesù: di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del
giudizio. Questo gioco della parola e del silenzio è l’alba della civiltà. All’inizio le parole non venivano sprecate: osso delle mie ossa, si chiamerà išša perché da iš è stata tolta. Roba essenziale. Avere il coraggio dell’intensità . Non ce ne vuole molto. Se cominci a eliminare il superfluo, non ne puoi fare a meno.

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Lassù

di Fabrizio Centofanti

Oggi come oggi, non si parla più di Paradiso. Non se ne può parlare. Sì, proibito. Anche per una certa Chiesa. È il quaggiù che conta, le opere, il sociale. Guai a pensare a un minuto dopo la propria morte. Il monachesimo aveva distillato, alla fine, questa idea: vivi ogni giorno come fosse l’ultimo. Significa non vivere il presente? No. Che tutte le energie si debbano rivolgere a ciò che verrà dopo? Nemmeno. Anzi: chi vive ogni giorno come l’ultimo raddoppia l’intensità della gioia e del dolore, ossia della vita. È l’unico modo per vivere davvero. Ma guai a parlarne. È il quaggiù che conta. Ecco la terza parola, quella che completa il quadro. Lo scenario della vita è integro quando sono presenti le tre dimensioni che fanno di un essere un umano: laggiù, quaggiù, lassù. Il profondo , il presente, l’eterno. Quindi parlo, sì, del Paradiso. Raccomando d’immaginarlo, a volte, come penitenza della confessione, perché fantastichiamo sulle cose più turpi e trascuriamo di farlo sulla vera identità, quella che, dopo gli ottanta-cento anni, sarà nostra per sempre. Lasciateci sognare, tenetevi il vostro stress da social media. Oggi come oggi, non si parla più di quello che saremo; ma io ne parlo, e invito anche te a parlarne un po’.

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Quaggiù


di Fabrizio Centofanti

Si parte. Non ho mai pensato che spostarsi equivalesse a cambiare, perché non sono i luoghi – né i tempi – a decidere la storia. Però fa sempre effetto: qualcuno si libera di me, qualcun altro mi perde. Chissà quanti viaggi ha fatto il Cristo, portandosi dietro la sua divinità: guariva, predicava, indicava la strada difficile e semplice della felicità che per noi, così spesso, è un’utopia. Dio ne conosce i meccanismi: per questo conviene fermarsi e contemplarlo, per farci consegnare, ogni giorno, i ferri del mestiere. Non riesco più a capire chi non prega. So che si vive benissimo non credendo in Dio. So bene che ci si può accontentare degli ottanta, cento anni che ci spettano quaggiù. Ma il problema è laggiù. Come fare a non sentire quella voce, come credere che al fondo della vita ci siano i brontolii dell’intestino? Laggiù c’è Dio, bisogna dirlo con chiarezza: così chi non crede può fare una scelta più decisa, può dirsi ciao guardandosi allo specchio. E chissà che un giorno, di fronte, non risponda un’altra Voce.

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Laggiù

di Fabrizio Centofanti

Laggiù. Si può intendere in due modi: in basso, nell’abisso, magari all’inferno; oppure nel profondo, in interiore homine, agostiniananente, nel Sé, junghianamente. Il titolo, ovviamente, opta per la seconda ipotesi, ma non è escluso che si debba attraversare una regione infera che – oggi come oggi – occupa quasi tutto il territorio del pianeta. 

In ogni caso, da laggiù si vede meglio: tutto, per favore, ma non la maledetta superficie che  – oggi come oggi  – è un obbligo sociale. Superficiale e sociale sono ormai sinonimi, e l’uomo a una dimensione è da tempo la realtà di tutti i giorni. Come si possa vivere senza alcuno spessore nessuno l’ha capito, ma è quello che accade, e sui fatti non è lecito discutere. 

Laggiù mi sento meglio: vedo il mondo vorticarmi intorno, con la sua quota di follia sovvenzionata dallo Stato e dalla Chiesa, che non risparmia le sue contraddizioni. Scandalizzarsi non risolve. Ci vorrebbe un personaggio al di sopra delle parti, qualcuno per nulla interessato al parere della gente. Che so: un Giovanni Battista, un Romero, o in versione più casalinga un don Tonino Bello, o il Turoldo della Ballata della speranza, che fa venire i brividi ogni volta che parte la voce calda e roca di Corsanico.

Laggiù: basta la parola per tirarti fuori dalla tiepidezza, dal branco con l’etichetta approvata mensilmente, dalla tristezza tipica della gente senza volto, a cui qualcuno deve pur ricordare che il problema – oggi come oggi – non è più il morire, ma il non aver vissuto.

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