La parola ai poeti. Nader Ghazvinizadeh

È possibile che la poesia alimenti le mie manie. Procrastinare il presente, incorniciarlo,  passarci sopra un fissante. “Gobbo obbedire alla voce narrante”. La poesia è la lingua  perfetta per il filtro narrativo che applico ad ogni cosa che accade. È perfetta perché si assolve da sé, perché appartiene alla sfera della predestinazione infantile, incollando l’età  del mito a quella della prassi. Scrivere mi dà l’illusione che qualcosa si compia, nel  momento stesso in cui cadono le parole. Un compimento biografico, comunicativo. La  mia comunicazione è pura malafede. “Acqua di acquario, fuoco di posacenere”. Fatico a  capire le poesie degli altri. Fatico perché alle poesie altrui non applico la malafede.  Quando le capisco le capisco al volo, cioè mistifico, invento. Posso fare a meno della  poesia, come si fa sempre a meno delle cose importanti. I miei ultimi versi sono meno  avvenenti di quelli vecchi ed é normale che sia così. Il mio percorso si sta allontanando  dalla facilità, dalla gratuità, che per me sono già retoriche. Per retorica intendo la vita e la  poesia che si prendono l’una con l’altra alla lettera. Nei decenni sono tornato alla lettura  di Lavorare stanca. Le prime volte mi colpiva quella scrittura dimessa, ripetitiva. Quella  scrittura dava ai gesti ripetitivi una solennità che appartiene al mito. Erano gesti che  immaginavo senza parole. I gesti senza giorni, che perdono senso nel ripetersi,  acquisivano invece in Pavese un spessore da litosfera. Tutti i miei versi sono segnati  dall’impazienza. La stessa impazienza che mi porta a voler cristallizzare in un attimo una  poesia, la tiene anche sospesa per anni, come stesa al sole. Le poesie ancora da scrivere  abitano nella mia mente nello stesso luogo dove divago, dove faccio finta. Un giorno  cadono le parole una per una dalla mente, con una facilità elegante e al contempo  irritante e ricomincia a girare la ruota. 

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Il pomeriggio si calava
come una scure sulle nostre nuche
avevamo mangiato senza fame
tutto era provvisorio non eravamo a nostro agio
lo stomaco pieno come un discorso già fatto
il viaggio di ritorno in treno come un vestito stretto
questa era per me la letteratura
panna rafferma per me aeriforme

Ho memoria dei pomeriggi acefali
quando il piede simile al pane al latte
si appoggia sul pavimento di legno
come un bambino che dentro all’armadio
trattiene il respiro, evapora il pensiero

Allora devo sentire il dolore
che si prova davanti a una diapositiva senza colore
solo nel tempo perduto si vive la gioia
sempre nella gioia si vive il dolore.

Da tanto tempo non siedo
presso l’oste buio
imbalsamato, buttando fuori il respiro
come un capodoglio tutto di un tratto
lasciando parlare la stanchezza che dice
‘sai tutto, non capiscono’
Da quando siedo come un cadetto
al bar nuovo facendo il conto alla rovescia
non parla la stanchezza
parla la colpa e se tace
parla la paura.

C’era un bambino mascherato
per Carnevale e fanno pena i bambini a Carnevale
cogitabondi in parata per la corsa all’oro
da sonnambuli si percorre un ricordo
spogliandoli le madri troveranno i coriandoli
sui loro petti d’uccello
li avevano vestiti da maschere della commedia dell’arte
coi copricapo da Napoleone
é proprio cosi
per tutta la vita, la caccia al tesoro.

Da bambini si partecipa senza crederci alla caccia al tesoro
increduli si vince
increduli si aspetta da soli alla premiazione
si crede a quel che accade solo quando nulla accade
si invecchia da soli sulla giostra arrugginita
la vita come un promemoria
la poesia per lamentarsi della vita

questo cortile di ippocastani
mi aspettavo venisse demolito
come aspettavo di morire giovane

qui dietro eccomi assieme alle maestre
che sposto le panche nella legnaia
e laggiù ecco il me stesso che vomita
che si suicida per un’ossessione
per nausea di sé, come uno scorpione

un neonato nella controra
fumo di cuccuma, di donna che stira
Il mare come una pentola
di pastasciutta che affumica il muro

abbandonare l’infelicità
significa seminare gli amici di scuola lungo la strada
parlare la lingua degli adulti al bambino

ecco, mi voglio ammazzare di botte
ripetendo a me stesso e a voce alta
i motivi della condanna a morte

Biografia

É nato in Italia nel ‘77, da padre iraniano e madre italiana. Ha pubblicato i libri di poesia Arte di fare il bagno Metropoli; i libri di racconti I Cosmonauti Addio vint. Ha scritto saggi di etnologia urbana (La città disincantata) e calcio (Valeri Lobanovski, il Colonnello Socrates e la dittatura della telecronaca). È stato giornalista per la radio e la carta stampata. Ora è docente presso l’Università Primo Levi e presso il collegio Kinder College di Bologna. Insegna tutte le materie umanistiche, tiene laboratori di scrittura nelle scuole pubbliche di Bologna.

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