È possibile che la poesia alimenti le mie manie. Procrastinare il presente, incorniciarlo, passarci sopra un fissante. “Gobbo obbedire alla voce narrante”. La poesia è la lingua perfetta per il filtro narrativo che applico ad ogni cosa che accade. È perfetta perché si assolve da sé, perché appartiene alla sfera della predestinazione infantile, incollando l’età del mito a quella della prassi. Scrivere mi dà l’illusione che qualcosa si compia, nel momento stesso in cui cadono le parole. Un compimento biografico, comunicativo. La mia comunicazione è pura malafede. “Acqua di acquario, fuoco di posacenere”. Fatico a capire le poesie degli altri. Fatico perché alle poesie altrui non applico la malafede. Quando le capisco le capisco al volo, cioè mistifico, invento. Posso fare a meno della poesia, come si fa sempre a meno delle cose importanti. I miei ultimi versi sono meno avvenenti di quelli vecchi ed é normale che sia così. Il mio percorso si sta allontanando dalla facilità, dalla gratuità, che per me sono già retoriche. Per retorica intendo la vita e la poesia che si prendono l’una con l’altra alla lettera. Nei decenni sono tornato alla lettura di Lavorare stanca. Le prime volte mi colpiva quella scrittura dimessa, ripetitiva. Quella scrittura dava ai gesti ripetitivi una solennità che appartiene al mito. Erano gesti che immaginavo senza parole. I gesti senza giorni, che perdono senso nel ripetersi, acquisivano invece in Pavese un spessore da litosfera. Tutti i miei versi sono segnati dall’impazienza. La stessa impazienza che mi porta a voler cristallizzare in un attimo una poesia, la tiene anche sospesa per anni, come stesa al sole. Le poesie ancora da scrivere abitano nella mia mente nello stesso luogo dove divago, dove faccio finta. Un giorno cadono le parole una per una dalla mente, con una facilità elegante e al contempo irritante e ricomincia a girare la ruota. Continua a leggere
La parola ai poeti. Nader Ghazvinizadeh
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