di Giannino Piana
ANITA PISCAZZI, L’erranza, peQuod, Ancona 2023, pp. 65.
Poesia e mistica hanno una radice comune. Ad accomunarle è il modo di guardare la realtà circostante, e ogni evento umano in particolare, non con gli occhi superficiali di chi ragiona in termini utilitaristi e strumentali, ma con un atteggiamento improntato alla gratuità, scendendo in profondità dentro la realtà per coglierne il senso vero e rispettarne il mistero che l’avvolge. Lo sguardo interiore risale poi nella mistica – è questa la sua specificità – fino all’ultima sorgente, al Dio della rivelazione che si manifesta nello splendore della natura e nell’intimità dell’io – l’intimior intimo meo di Agostino di Ippona – anticipando il momento in cui – come ci ricorda Paolo di Tarso – “Egli sarà tutto in tutti”.
Questa fusione di mistica e di poesia è la “cifra” peculiare del significativo libretto di Anita Piscazzi che qui recensiamo, le cui intense pagine attraversano – lo afferma nella bella Prefazione Andrea de Consoli – “universi lontani” e “abissi interiori”. Un “canto religioso” dunque, che fa della contemplazione il cuore dell’identità cristiana. Un canto visionario e allusivo che risponde a quella che Levinas definisce la “ragione dell’infinito” che egli contrappone alla “ragione della totalità” sia ideologica che strumentale.
Il libro si compone di tre sezioni dai titoli originali e suggestivi Assolo, L’erranza e Postlude, strettamente legate tra loro dal filo rosso di un racconto autobiografico che si distende nel tempo con uno scavo irrituale volto a mettere a fuoco le varie sfaccettature esistenziali dell’esperienza mistica.
L’accostamento al divino esige anzitutto – lo mette bene in evidenza l’autrice del libro – anzitutto il silenzio, un silenzio “Mutevole. Altissimo”. E’ questa la condizione che rende infatti possibile disporsi all’ascolto di Dio che ci viene incontro con la sua Parola e che dobbiamo accogliere a cuore aperto, riconoscendo il nostro limite creaturale, la nostra indigenza e il bisogno che abbiamo di lui. Un ascolto che si trasforma in desiderio di conoscerlo di dargli un volto e assegnarli un nome che ne definisca l’identità. Ma proprio qui si fa strada il tormento interiore: il Dio della rivelazione è un Dio sfuggente, enigmatico, che rifiuta ogni tentativo di rinchiuderlo entro i nostri schemi mentali; un Dio che reagisce a ogni forma di cattura. E’, per definizione, trascendenza assoluta; è il “Tutto” e il “Nulla” della grande mistica che la Piscazzi non esita a fare suo. L’a vita contemplativa, che non va confusa – come talora avviene – con l’inerzia e la passività, si addentra nei meandri di una realtà sempre opaca, difficile da decifrare, perché ha a che fare con l’invisibile e l’indicibile. Non resta che invocare – come fa la Piscazzi – l’aiuto dall’alto con atteggiamento implorante, nel quale la fiducia si traduce in atto di pieno affidamento: “Di quella terra, vidi cose che non so dire. Tu che sei il tutto, che conosci/ il mio suono, Tu che stai/ Ti inseguo. Ti farò da coperchio. /La mente sarà risorsa. / Nel petto la tua strada”. (p. 43).
Il cammino interiore, che esige purità di cuore e rinuncia a ciò che si possiede con il rischio di essere posseduti, è la via che ci conduce trasfigurati a percepire gli “influssi dello spirito” e a cogliere l’immortalità dell’anima “che si unisce all’uno, alla luce originaria” (p. 51), La tensione mistica raggiunge nelle ultime pagine del libro livelli di profondità inaudita, alla ricerca di quello “spirito immateriale”, che riscatta le tenebre del tempo, “per imparare dal mare e dai fiori, per restare in una stanza trapassata di memorie,/ vedermi dall’alto nei campi elisi/ coperti di gigli in fiore, quando/ i miei coaguli sono luce” (p. 64), scoprendo che “ ogni cosa parla del segreto dell’universo e dice ‘Questo solo posso darti’. / L’occhio cerca nel mondo il suo profumo/ per vedere l’invisibile [—]. L’indicibile sortilegio/ nell’uno sempre presente, / sopra la notte la bocca è muta, / nel silenzio esondo, resto, affondo”. (p. 63).
Questa di Anita Piscazzi è più che una meditazione; è una testimonianza personale di quanto il silenzio e la coltivazione della vita interiore, radicate “nel giardino del cuore”, ci inoltrino nella comprensione (che non è spiegazione) del “mistero assoluto”. La vita assume così i connotati di un’esperienza che anticipa il futuro del Regno, quando Dio non lo vedremo più “enigmaticamente e come in uno specchio”, ma potremo contemplarlo faccia a faccia, così come egli è”.

