La parola ai poeti. Giancarlo Stoccoro

La sorpresa di luce nell’abisso

*

La poesia ha una funzione( etica, civile, sociale, etc.. ) o vive per se stessa?


Credo che la poesia sia primariamente <<un’avventura mentale>> (Brodskij) che attraversa gli strati più primitivi dell’inconscio (non solo individuale come intendeva Freud) per tornare con un pensiero più ricco di qualsiasi riflessione intellettuale.
Per chi ne prende parte, sia autore che lettore, l’effetto è scuotente e ogni declinazione è possibile (etica, civile, sociale e finanche salvifica).
Per dirla con Ungaretti la poesia è fatta di <<parole- luce, voglio dire parole che entrano in noi (…) oserei dire per un effetto di miracolo, e fanno in noi la luce e ci mutano>>.
Ci sono versi che attraversano vite intere, altri che sembrano fermarsi poco dopo la sorgente per riaffiorare come torrenti carsici e fungere da inaspettati punti di ancoraggio (boe in mare aperto, corrimano nei luoghi più impervi), altri che si ripetono come un mantra con infinite variazioni.


Qual è il tuo rapporto con la tradizione poetica? Senti di essere nel solco di questa o di aver introdotto elementi di rottura?


Sicuramente l’incontro con la poesia di Ungaretti in terza media è stato folgorante e determinante per la nascita delle mie prime poesie.
Dopo il liceo classico mi sono dedicato agli studi di medicina e poi psichiatria e psicoterapia. La pratica della poesia è andata di pari passo con la mia attività di psicopompo, di strizzacervelli e scrutatore d’anime.
Per me la poesia, pur legata ad alcuni nuclei specifici, non è altro che un modo di accedere al pensiero nascente e alla successiva (spesso pure inconscia) trasformazione in versi con una forma che sicuramente è debitrice della tradizione ma anche frutto del mio lavoro continuo sul linguaggio (inteso come modalità di ricerca di una parola mai appresa compiutamente in ciò che denomina) che sempre mi sorprende.


Perché la poesia non viene acquistata in Italia? È un problema di mercato, di marketing e di immagine, di qualità del prodotto, del numero di opere prodotte, di scarsa educazione al gusto o di cosa, secondo te?

La poesia più della prosa richiede un ingaggio attivo da parte del lettore, l’accesso alla base poetica della mente (per dirla con Hillman) che la nostra società occidentale tende ad oscurare e lasciare appannaggio di sognatori, visionari e palombari, gli unici forse disponibili alla scoperta. Strumenti indispensabili per questa posizione creativa sono la “negative capability” ( già preconizzata da Keats) e la “reverie materna” di Bion che hanno rivoluzionato il lavoro psicoanalitico e concorso allo sviluppo di un nuovo approccio sulla funzione del pensiero e del sogno. Per chi ascolta (per il lettore), il canto della poesia genera più di un sussulto: le parole sempre in fuga e pronte a mutare, pur di guadagnare un nuovo spazio di realtà e giungere a “un paese innocente” (Ungaretti) possono generare sconcerto e portare a liquidare la lettura di un testo con “ non lo capisco” piuttosto che il più plausibile “ non riesco a sentirlo”.
L’apprendimento scolastico, che mira alla padronanza del linguaggio con la presunzione di non cadere nella sua rete, sacrifica questo processo di rivelazione a favore dell’ argomentazione, trasformando “un dado di movimento in un dado di serraggio” (Jabes)
Per questo, credo, il mercato della poesia (la cenerentola) è così misero e quasi limitato a poeti che leggono poeti.


Negli ultimi tempi c’è un proliferare di riviste, di blog, di programmi dedicati alla poesia. Questo indica che un pubblico esiste già?

Non saprei, certo forse si sta aprendo un piccolo varco anche se frequentato dai soliti ignoti.

La poesia sul web è stata molto criticata( aldo nove, ad esempio). Qual è la tua opinione a proposito?

Siamo tutti navigatori digitali e se non naufraghiamo rischiamo di incontrarci e fare anche qualcosa insieme (anche questa intervista è debitrice del web). Trovo assurdo demonizzare questo strumento.

Se tu dovessi indicare una poesia ed un autore che senti particolarmente vicino, che cosa proporresti?


Che cos’è la solitudine

Ho portato con me delle vecchie cose per guardare
gli alberi:
un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota.
Ho freddo, ma come se non fossi io.

Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro
come un uomo con un libro, ingenuamente.
Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.
Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,
il Natale nei racconti,
le stampe su questo parco come un suo spessore.

Che cos’è la solitudine.
La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.

L’ho letto in un foglio di giornale.
Scusatemi tutti.

(Mario Benedetti)

*Intervista inedita che avrebbe dovuto comparire sulla rivista  “Circolare Poesia” di Davide La Mantia

*

Un inseguimento appassionato del reale

La poesia e la cura

Ma là dove è il pericolo, cresce

anche ciò che dà salvezza.

Friedrich Hölderlin

 

Scrivere è una pratica igienica che mi dà salute.

Giorgio Caproni

 

Scrivo perché non sono mai riuscito a essere felice. Scrivo per essere felice.

Orhan Pamuk  

 

La poesia-/ ma cos’è mai la poesia?

Più di una risposta incerta/ è stata data in proposito.

ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo

come alla salvezza di un corrimano.

Wislawa Szymborska

«Cos’è la poesia che non salva / I popoli né le persone? » (60) si chiede e chiede ai suoi lettori Czeslav Milosz, che pochi versi più in là aggiunge: «Che volevo una buona poesia, senza esserne capace, / che ho capito tardi, il suo fine salvifico, / Questo e solo questo è la salvezza» (59)

Fin dai tempi più antichi la poesia accompagna fedelmente l’uomo, è «ordinatrice di archetipi», «inseguimento appassionato del Reale»: sacerdotale, poi epica, psicologica e tragica, cristiana, teologica e sentimentale, neoclassica e infine romantica, essa è stata non solo testimone ma soprattutto dominatrice delle «incessanti trasformazioni del pensiero religioso, politico e sociale».  

Eppure «quest’arte sacra della parola» sembra aver ormai disatteso il suo compito, le «sue terribili responsabilità» di dare forma alle aspirazioni della «grande anima popolare», trincerandosi dentro una sfera «quasi esclusivamente individuale».  

Il ripiegamento nel proprio spazio interiore (la «poesia pura» ovvero il «puro lirismo» – Oscar Milosz, Qualche parola sulla poesia (61)), la progressiva incapacità di spossessarsi del proprio piccolo io, ha portato a una rottura tra il poeta e la grande famiglia umana, trasformando la poesia in «malattia pericolosa» (62), spesso mortale.   Se gli dei tacciono dentro di noi e gli eroi hanno smesso di piangere (63), il canto del poeta diventa «nulla più» che un «sussurro ininterrotto» e un «riso soffocato» (64) incomprensibile al mondo e che nessuno ascolta. Questa presunta deriva narcisistica, malcelata a volte da un’aura di unicità e autosufficienza, può arrivare a far pagare alle sue vittime un prezzo molto alto in termini di isolamento, solitudine e perdita del senso di appartenenza. Sembra essere un tratto essenziale del poeta una certa riluttanza a sottomettersi alle dure leggi dell’esistenza, la sua personalità di Puer aeternus (65) (anche da ottuagenario avrà sempre, per dirla con Ungaretti, «quattro volte vent’anni») lo spinge «in direzione ostinata e contraria» (Fabrizio De André) rispetto alla crudelissima iniziazione del mondo degli adulti. Come ricorda Jung, «l’analisi psicologica degli artisti mette sempre in evidenza la potenza dell’impulso creativo artistico proveniente dall’inconscio, e ci mostra quanto esso sia irregolare e dispotico» (66). Mai pago di sé, se poeta autentico sarà/diverrà un «essere metafisico» (Eugenio Montale), inconsolabile consolatore del mondo (Odisseas Elitis) bilancerà le forze della realtà verso una stabilità trascendente (Simone Weil, Il peso e la grazia (67)), outsider suo malgrado, «infelice agente che garantisce la felicità a milioni di insider» (68).  

Se la poesia oggi non si mostra più come «un articolo di prima necessità al pari del pane» (69) nei periodi di sciagure e carestie collettive, essa di fronte al dolore del mondo, all’Anima che si nasconde, è testimonianza e cura possibile di una «società liquida» in cui «le sofferenze individuali non sono più sincronizzate», «non si sommano e perciò non uniscono le loro vittime (…) lacerando il tessuto delicato delle solidarietà umane» (70).  Emblematico, al riguardo, è il bellissimo racconto di Abraham Yehoshua Il poeta continua a tacere (71): in esso un padre poeta che ha smesso di scrivere e il figlio “diverso”, forse autistico, rimangono entrambi senza parola. Il padre racconta la sua rinuncia alla poesia («quel che dovevo scrivere, l’ho già scritto»), il senso di vuoto che ha generato in lui tale scelta e, insieme, la storia del suo rapporto col figlio, i tentativi delusi per superare l’isolamento di quest’ultimo, il suo silenzio, la sua diversità. La narrazione procede con la descrizione della lenta, angosciosa scoperta della malattia del figlio durante l’infanzia, il suo mancato inserimento a scuola, l’adolescenza difficile, la solitudine che, con il passare degli anni, finisce per sembrare un destino. La moglie del poeta muore, le altre due figlie si sposano, il dono della poesia col tempo svanisce, i vecchi amici si allontanano e alla fine rimangono solo loro due, padre e figlio. Soltanto al termine del libro, il figlio si accosterà al linguaggio, componendo faticosamente piccole poesie, brevi versi che esprimono il mondo che ha dentro, altrimenti condannato al silenzio. Il figlio ha intuito, nelle opere del padre come in altre poesie, se non proprio una via di salvezza almeno la possibilità di sopravvivere, l’immensa ricchezza che ha in sé l’espressione artistica, le opportunità di cambiamento che accompagnano lo scrivere.  Il lieto fine non è assicurato ma Yehoshua col suo racconto sembra confermare che «lo scopo della poesia resta quello fondamentale di proiettarci in uno stato secondo o, piuttosto, di far sì che lo stato secondo divenga lo stato primo» (72), dove «l’Io è miracolo del Tu» (73) e l’unicità di ciascuno risuona con la pluralità del mondo. 

La poesia di fronte al dolore del mondo non può tacere, essa resta, come aveva già testimoniato Leopardi, l’ultima illusione di salvezza per l’uomo, portando a un <<accrescimento>> (74) di vitalità, linguistica ma soprattutto sensoriale. La sua funzione riparatrice è sempre viva, il suo intento nobile, <<una violenza interna che si oppone a una violenza esterna>> (75) («l’immaginazione che preme contro la pressione della realtà», come specifica Seamus Heaney (76) nelle celeberrime lezioni di Oxford), l’effetto «abbastanza forte per aiutare» (77) ad appagare il nostro costante bisogno di «recuperare un passato» e «prefigurare un avvenire» (78), «e così chiudere il cerchio del nostro essere» (79). Diventa di scarsa importanza, pura quisquilia, ordinaria e fortuita circostanza>>, distinguere il lettore dall’autore: essenziale è <<la modificazione fisica che ogni lettura riesce a suscitare>> (80).   

Davvero scuotenti sono le parole di Maria Zambrano: “sembra che dover rinascere sia condizione della vita umana; dover morire e risuscitare senza uscire da questo mondo>> (81).  I poeti, che sono tutti ebrei in esilio (Marina Cvetaeva, Poema della fine), conoscono bene questa condizione di venire gettati nel mondo nudi, in un <<deserto senza frontiere>> (82). Tornare a nascere per riattraversare la condizione di Puer significa vulnerabilità ma anche plasticità, coraggio di essere <<aperti allo stupore>> (83).  Non può non risuonare famigliare la voce di Groddeck, autentico <<psicoanalista dell’immaginario>> (84): <<Ci accade ben di rado di essere completamente adulti, e, anche quando capita, lo siamo sempre solo in superficie: noi ci limitiamo a giocare a fare i grandi, proprio come i bambini, e ritorniamo bambini non appena siamo presi profondamente dalla vita>> (85). Sarà però ancora la Zambrano a specificare che nel poeta non si tratta della nostalgia della propria infanzia e quindi la poesia non è, come molti critici credono, <<una specie di lievitazione dell’infanzia>> quanto <<nostalgia di un tempo anteriore a ogni tempo vissuto>> e l’ansia della parola è <<l’ansia di restituire l’innocenza perduta>> (86).

<<Un artista non necessita tanto di un pubblico, quanto di sentire un bisogno di rispondere, una promessa di reagire. La promessa può essere una contraddizione, può essere indesiderata, restare inascoltata… ma è dovuta, e per il senso che è dovuta è un requisito basilare perché il poeta sia contento della sua arte. Questo bisogno di rispondere, solido come un prestito o un debito in denaro, è il terreno su cui il centauro cammina>> (87).  Quale autore non sottoscriverebbe subito queste parole di Robert Pinsky su Le responsabilità del poeta?

 

(59) Milosz C.,  Poesie,  Adelphi, Milano 1983, p.41.

(60) ibidem

(61) Milosz O., Qualche parola sulla poesia in: Czeslaw Milosz, La testimonianza della poesia,  Adelphi, Milano 2013, p.43 e seg.

(62) Dieter Schlesak, Poesia, malattia pericolosa, Joker, 2008.

(63) Nucci M., Le lacrime degli eroi,Giulio Einaudi Editore, Torino 2014.

(64) Milosz C.,La testimonianza della poesia, p.73.

(65) Hillman J., Puer Aeternus, Adelphi, Milano 1999.

(66) Jung C. G., Psicologia e Poesia, Bollati Boringhieri, Torino, 1979, p.35.

(67) in :Heaney S., (1995) La riparazione della poesia, Fazi Editore, Roma 1999, p.17.

(68) Wilson C., (1956)  L’outsider, Atlantide Edizioni, Roma 2016,  p.261-262.

(69) Milosz C., ibidem, p.51.

(70) Bauman Z., la solitudine del cittadino globale, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 1999, pag. 60-61.

(71) Yehoshua A. B., (1971) Il poeta continua a tacere e altri racconti, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1998.

(72) Morin E., (1997) Amore Poesia Saggezza, Armando Editore, Roma 1999, p.48.

(73) Jabès E., (1984) Il libro del dialogo, Manni Editore, Lecce 2016, p.35.

(74) In: Giuliani A., (a cura di) I novissimi, Giulio Einaudi Editore, Torino 1965, p.2.

(75) Wallace S., in: Heaney S., ibidem, p.14.

(76) Seamus Heaney, ibidem.

(77) Seferis G., in: Heaney S., ibidem, p.24.

(78) Borges J. L., in:Heaney S., ibidem, p.23.

(79( Heaney S., ibidem.

(80) Jorge Luis Borges, ibidem.

(81) Zambrano M., (1991) Verso un sapere dell’anima, Raffaello Cortina Editore, Milano 1996, p.10.

(82) Prezzo R., introduzione all’edizione italiana in: Maria Zambrano, ibidem, p. XI.

(83) Gargani A. G., “Aperti allo stupore” in: Ragione poetica, Educazione sentimentale, Rivista di Psicosocioanalisi 23, 2015, p. 38-43.

(84) Chemouni J., Georg Groddeck psychanaliste de l’imaginaire, Payot, Paris 1984.

(85) Groddeck G., (1923) Il libro dell’Es, Adelphi editore, Milano 1966, p.16.

(86) Zambrano M., ibidem, p.35.

(87) Pinsky R., in: Heaney, ibidem, p. 8.

[da Poeti e prosatori alla corte dell’Es, a cura di Giancarlo Stoccoro, AnimaMundi edizioni, Otranto 2017)

[email protected]

www.ladimoradellosguardo.it

www.psicoterapiastoccoro.it

 

Un pensiero su “La parola ai poeti. Giancarlo Stoccoro

  1. S&R

    Bellissimo affresco. Si vede bene l’intreccio tra parola poetica e profondità dell’animo umano che, come un fiume carsico , scorre sotterraneo e cerca sbocchi per riemergere in superficie.

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