Oggi mi sento particolarmente coscienzioso, per cui non mi metterò a raccontare cazzate compiacenti. Siamo in camera caritatis, giusto?
Con la poesia non me la passo benissimo. La nostra relazione sta vivendo, per così dire, una fase di forte flessione. Non scrivo un testo completo da quasi un anno e mezzo. Non mi sto autocommiserando, per carità, è semplicemente ciò che sta accadendo, bisogna che ne prenda atto. La tizia mi ha mollato e chissà quando tornerà. Ora come ora la sto odiando.
Due mesi fa ho tentato di forzarmi e buttare giù qualcosa, mi sarebbe bastata una nota sul telefono su cui appuntarmi un soggetto, o che ne so, un paio di versi sputati di getto sulla giallognola carta virtuale del mio Xiaomi comprato di seconda mano – macché, è di primissima mano, nuovo di pacca, solo che mi diverte fingermi il proletario che non sono, penso mi dia qualche chance in più di essere ascoltato da chi di dovere. Ho scritto la bellezza di sei-versi-virgola-quattro-parole periodiche. E “periodiche” sono destinate a rimanere, quelle quattro parole spiantate, perché ciò che ho scritto non aveva senso: banale, ripetitivo, squallido, molesto nel suo formalismo. Non ho potuto neanche regalarmi la soddisfazione violenta di strappare via i fogli, visto che ormai ho deciso di impormi la dottrina paperless. Ho passato quindi cinque secondi netti in preda alla disperazione, poi mi sono chiesto chi sono io per condannarmi? La PS5 era già accesa e la poesia in Italia la leggiamo in quattro poveri stronzi. Eh già.
Il dramma si è consumato in una nottata di inizio estate. La tizia, cioè la poesia, mi ha mollato. Le ho chiesto dove sei stata, ti sei vista con qualcun altro, ammettilo, ti ci stai frequentando? Allora è questo che vuoi, vuoi solo ferirmi, vuoi vedermi piangere su un marciapiede in mezzo alla strada. Tu non hai un cuore. Tu non hai sentimenti. È così che mi ricompensi, tu che mi avevi promesso amore eterno perché ero riuscito a valorizzarti così bene scrivendo quell’assoluto capolavoro di Warbling (Puntoacapo editrice, 2022). Ah, te ne vai di casa? No, me ne vado io, me ne vado subito. Molto bene, passo a prendere le mie cose tra sabato e domenica, ma vedi di non farti trovare, quella tua brutta faccia con il rimmel stuccato sugli zigomi non la voglio vedere. Sembri un Panda, spero nella tua estinzione.
L’estinzione c’è stata, ora infatti non scrivo più poesia.
Forse non è un buon periodo per chiedermi di parlare della poesia. Mi ha piantato in asso e sono nervoso, le mie risposte potrebbero contenere un eccesso di scontrosità, ma non discuterne affatto sarebbe una vigliaccata.
Quindi ok, ne parlo. Ma ribalterei la domanda, procedendo per negativi: cosa non è poesia?
Parto dal negativo non per aggirare la domanda ma perché la risposta è più semplice e lo è per una ragione di mera statistica: il 90% della poesia contemporanea italiana non è poesia (nella mia personale accezione di poesia, ovvio). Per definire il negativo ci basterà quindi sparare nel mucchio. Il 90% della poesia italiana contemporanea non è poesia per due motivi che ritengo fondamentali.
Primo motivo, buona parte della poesia italiana contemporanea è arroccata su una concezione antiquata e ossequiosa di lirismo. Il lirismo non è di per sé un peccato, chiariamoci. La più interessante raccolta uscita nel 2022, ossia Warbling (Puntoacapo editrice) è permeata, almeno in partenza, da un’impostazione assolutamente lirica, salvo poi discostarsene attraverso l’utilizzo di determinati espedienti formali. Quindi non è la lirica ad essere sbagliata. L’errore si sostanzia nella sistematica rimozione della violenza, nella censura della dimensione scioccante e traumatizzante della poesia. Il mondo è violento ma certo lirismo si permette di descriverlo come se fosse una passeggiata alle giostre. Anche no. Il 90% della poesia italiana contemporanea è un aggregato di operette borghesi che non sopravvivono alla prova del tempo. Perché per essere in grado di rimanere, un’opera deve farsi spettro, continuando ad aleggiare come una presenza ingombrante nella cultura e nel linguaggio che ogni lettore adotta nel proprio vivere quotidiano. L’opera spettrale deve tornare senza avvisare e colpire il lettore da dietro le spalle quando meno se lo aspetta, quando è distratto, quando è in fila alla cassa del supermercato, quando è in coda davanti ad un semaforo, quando sta comprando un set di bicchierini da cocktail su AliExpress. Ma come nasce la spettralità di un’opera? Essa è frutto della distanza, della spaccatura creata dal tentativo fallito, da parte del lettore, di sublimare il trauma arrecato dall’opera stessa. Un’opera facilmente sublimabile non rimane perché non ha senso che rimanga. Come il cibo che viene digerito dallo stomaco, semplicemente scompare.
“Spaccatura creata dal tentativo fallito di sublimare il trauma arrecato dall’opera stessa”. Questa me la rivendo.
Secondo motivo.
Qualche mese fa Demetrio Marra, che saluto amorevolmente, ha effettuato un interessante esperimento sul suo profilo Facebook. Prima ha pubblicato un post con una poesia di Giorgio Caproni, salvo poi, in un secondo post pubblicato il due giugno duemilaventitré, autodenunciarsi: l’autore della poesia non era Giorgio Caproni, ma Marra stesso. L’esito dell’esperimento è stato il seguente: più di 300 like al post contenente la poesia finto-caproniana e fiumi di interazioni. A nessun utente è venuto il dubbio che quella non fosse una poesia di Caproni, ma solo un’imitazione dello stile caproniano effettuata da un mediatore. Nota a margine: quando un poeta emergente si ritrova suo malgrado a pubblicare un proprio testo su Facebook, o pubblica alcuni estratti del suo libro di esordio, si becca al massimo una ventina o trentina di like. Come spiegare questa distonia?
A valle dell’esperimento di Marra, ho riflettuto molto (anche perché lo stesso Marra ha tentato di produrre alcune ipotesi interessanti per spiegare l’accaduto, centrate soprattutto sul concetto di fiducia autoriale che permea Facebook come network di incontro parasociale) e mi sono dato questa risposta, che è appunto il secondo motivo a cui accennavo prima: la poesia è un medium che è perfetto per mimetizzarsi.
Se, ad esempio, invece che scrittore di poesia fossi il cantante di una cover band dei Motörhead, tenterei di mimetizzarmi e di emulare in ogni minimo dettaglio le venature della voce di Lemmy Kilmister. Ma, statene certi, per quanto mi possa spendere e sforzarmi, emergerebbe una qualche differenza, un margine di scostamento rispetto alla timbrica originale di Lemmy Kilmister. A quel punto, gli spettatori potrebbero accorgersi che non sono il vero Lemmy Kilmister. Mi guarderebbero con compassione e un minimo di disprezzo, mentre tento invano, sotto una lentigginosa luce al neon ed un palco che odora di birra e muffa, di copiare lo stile riconoscibilissimo del vero cantante dei Motörhead.
Al contrario, nella poesia è facilissimo mimetizzarsi perché il processo di emulazione, mettendo in atto uno studio piuttosto ossessivo di un autore, può riuscire in modo molto convincente e senza troppi ostacoli. Nel caso di Marra, gli unici che avrebbero potuto scoprire il suo tentativo di frode sarebbero stati i critici più attenti di Caproni, che conoscono interamente il suo corpus. E probabilmente lo avrebbero identificato e denunciato non per una condizione di palese dissonanza formale del testo rispetto ai versi originali di Caproni, ma solo perché Caproni è bello che morto e il suo corpus è ormai stato sezionato in una capillare opera di tassonomia. Questione di mera insiemistica, o sei dentro o sei fuori. Ciò implica che buona parte della poesia è probabilmente frutto di un malcelato processo di mimetizzazioni, scopiazzature e plagi che tuttavia, rispetto ad esempio al medium musicale, sono molto più difficili da identificare.
La chiameremo pirateria poetica.
Ulteriore argomento drammatico: proprio a causa della difficoltà di identificazione, la pirateria poetica è difficilmente quantificabile. Prima ho sparato un numero a caso, un 90 per cento, ma solo perché fa figo ed è un numero tondo, facile da memorizzare per chi sta leggendo. La verità è che potenzialmente tutti potremmo essere dei pirati poetici.
Tutti tranne me, che sono stato mollato dalla poesia, quindi non scrivo più.
È un anno e mezzo che non pirato più.



Uno sguardo privo di illusioni, quasi chirurgico, che ha il coraggio della verità. E chissà, magari è proprio la ricerca del vero che provoca l’inabissarsi nell’inconscio della vena poetica, come elaborazione di un magma incandescente di materiale pronto ad esplodere quando meno lo si aspetta.