Oggi mi sento particolarmente coscienzioso, per cui non mi metterò a raccontare cazzate compiacenti. Siamo in camera caritatis, giusto?
Con la poesia non me la passo benissimo. La nostra relazione sta vivendo, per così dire, una fase di forte flessione. Non scrivo un testo completo da quasi un anno e mezzo. Non mi sto autocommiserando, per carità, è semplicemente ciò che sta accadendo, bisogna che ne prenda atto. La tizia mi ha mollato e chissà quando tornerà. Ora come ora la sto odiando.
Due mesi fa ho tentato di forzarmi e buttare giù qualcosa, mi sarebbe bastata una nota sul telefono su cui appuntarmi un soggetto, o che ne so, un paio di versi sputati di getto sulla giallognola carta virtuale del mio Xiaomi comprato di seconda mano – macché, è di primissima mano, nuovo di pacca, solo che mi diverte fingermi il proletario che non sono, penso mi dia qualche chance in più di essere ascoltato da chi di dovere. Ho scritto la bellezza di sei-versi-virgola-quattro-parole periodiche. E “periodiche” sono destinate a rimanere, quelle quattro parole spiantate, perché ciò che ho scritto non aveva senso: banale, ripetitivo, squallido, molesto nel suo formalismo. Non ho potuto neanche regalarmi la soddisfazione violenta di strappare via i fogli, visto che ormai ho deciso di impormi la dottrina paperless. Ho passato quindi cinque secondi netti in preda alla disperazione, poi mi sono chiesto chi sono io per condannarmi? La PS5 era già accesa e la poesia in Italia la leggiamo in quattro poveri stronzi. Eh già. Continua a leggere


