Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


XXVI domenica del Tempo Ordinario 

[Ez.18, 25-28; Fil. 2, 1-11; Mt. 21,28-32]

Capita di frequente di imbattersi in persone che si credono possessori della Verità, suoi custodi, suoi paladini, professionisti del Padreterno.

E si ergono a giudici, emettono sentenze. Sono quelli che si dicono sempre e profondamente cristiani, mostrandosi ossequiosi verso l’autorità, prodighi di plateali gesti di carità.  

L’unica Verità offertaci da Gesù è quella che coincide con la sua persona.

Lo ricorda Paolo: “abbiate in voi lo stesso sentire di Gesù Cristo…che non considerò tesoro di cui essere geloso la sua uguaglianza col Padre, ma spogliò se stesso, assumendo la natura di servo”.

I pubblicani e le prostitute non vogliono offrire lo spunto per una analisi sociologica, assurgono, piuttosto al rango di categorie universali che, oltre i limiti temporali, ci vengono proposte per aiutarci a comprendere.

Sia i pubblicani che le prostitute hanno a che fare con il denaro. Questo diventa il simbolo dell’ostacolo ad una autenticità di rapporto, fra Israele e le Nazioni (nel caso del pubblicano, esattore delle tasse per conto di Roma) e fra uomo e donna (nel caso della prostituta). Sono due forme di prostituzione che affermanol’abominio più efferato per Israele: l’idolatria. Per questo, sono tenuti lontano dalla sfera sociale e pubblica, additati come esempio negativo, da cui tenersi alla larga.

Per contro, i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo sono ai vertici della scala sociale, ma soprattutto, sono i detentori del potere religioso, coloro che fanno della loro fedeltà alla Torah un motivo di distinzione e di giudizio. Sono questi che si sentono portatori della Verità e su questa Verità si adagiano. La Legge diventa loro possesso. Ed essi stessi sono paghi del loro senso di sufficienza. Da qui, la loro chiusura, il loro arroccamento verso tutto ciò che potrebbe scalfire la loro granitica Verità.

Si professano sempre  pronti a fare ciò che il padre chiede, ma poi, prevale il senso di quiescenza, di autoappagamento in ciò che si fa e in ciò che si crede di essere. “Sì, signore; ma non andò”.

È a partire dal senso della propria insufficienza che è possibile decidere la propria esistenza per il novum che ci interpella. I pubblicani e le prostitute non avevano nulla di cui vantarsi di fronte a Dio. Non erano neanche stati fedeli alla Legge. Ma è proprio la consapevolezza del loro stato che viene promossa dal Battista che chiedeva conversione, methànoia. La Parola non acquieta, interpella, esige cambiamenti, spiazzamenti. “Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, andò”.

L’avvicinarsi del padre al figlio, non è per  costituirlo detentore di una qualche potestà o detentore di una qualche verità, ma è per inviarlo al lavoro. La vicinanza del padre non costituisce sicurezza su cui fondare la propria nullafacenza, ma provoca ad andare, esige distacco. Qui si compie la volontà di colui che manda.

Il criterio di giudizio delle proprie azioni non può essere racchiuso in una temporalità asfissiante. É vero che l’invito è di andare “oggi” a lavorare nella vigna, ma c’è un “poi” concesso al secondo figlio. Si dà tempo al tempo, si concede la possibilità di un ripensamento. È in questo spazio creato dalla concessione che matura la possibilità di una revisione, di un “pentimento”, di una “conversione”. Se il padre avesse tranciato questa possibilità, il secondo figlio sarebbe rimasto vittima della sua negligenza. Se quell’ “oggi” fosse stato perentorio ed assoluto né il primo, né il secondo figlio avrebbero compiuto la volontà del padre.

È tutto in questo lasciarsi interpellare, lasciarsi inquietare che risiede il nostro andare al lavoro nella vigna.

Chi ha la verità non riconosce la “via della giustizia”, non si pente.

Chi si fa povero della verità, si apre, “crede” e ricomincia ancora e ancora.

Come Gesù, obbediente. Fino alla morte.

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Un pensiero su “Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

  1. Alfonso

    …no comment!…
    Una profonda e chiara analisi del nostro vivere la fede!
    E ci propone di aderire con più “partecipazione”, sinceramente e consapevolmente alla FEDE!
    Per cui, mi sentirei, io stesso, spinto a cercare un vero e profondo,ma soprattutto “disinteressato”  «schub»,scevro da miseri calcoli di convenienza o addirittura connivenza dentro  celati e meschini tornaconti personali!
    …e ad ognuno la propria mercede…

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