“Guarda, io ammetto le mie colpe: preso il diploma, non ho mai più aperto un libro di poesie.”
Partiamo dall’assunto che ci sono colpe peggiori e che nessuno ci impone di leggere poesia. O meglio, qualcuno sì, finché andiamo alla scuola dell’obbligo, appunto.
Certamente la scuola dovrebbe essere quel luogo nel quale si crea negli studenti un nucleo di consapevolezza critica che permetta di avvicinarsi alla poesia senza farsi sconfortare dal disorientamento. Questo perché il disorientamento è connaturato ai testi che hanno uno spessore, che in quanto tale necessita di farsi ripercorrere, approfondire, carotare. Per cui bisognerebbe insegnare che non è un problema non capire all’istante tutto di quello che si legge, anche perché nella vita raramente capiterà di comprendere all’istante tutto quello che ci sta accadendo. Inoltre è bene precisare che “disorientare” non vuol dire “confondere gratuitamente” ma significa “far perdere per un istante i punti di riferimento assodati al fine di metterli in discussione, saggiarne la validità”.
Ma la affermazione iniziale la pronuncia chi dalla scuola ormai è uscito, e che magari non ha molta voglia di farsi venire il mal di schiena per accovacciarsi a spulciare lo scaffale dei libri di poesia che solitamente si trova in posti angusti e spesso vicini al bagno. Questo perché la poesia contemporanea è priva di un mercato redditizio e si trova perciò fuori dalle logiche della necessità di vendere coi numeri da best seller o long seller, e ciò le permette di svincolarsi dall’obbligo e dal rischio di essere un ingranaggio dell’industria editoriale. Mi piacerebbe tanto concludere il concetto dicendo che, allora, la poesia di oggi si pone giocoforza come granello di sabbia che fa saltare quell’ingranaggio. Ma non è così, o meglio, non è sempre così e non è neanche detto che sia necessario.
È vero però che la sensazione per il poeta è di avere una maggiore libertà di espressione rispetto, ad esempio, ai colleghi romanzieri.
Certo, è pur vero che chi parla da solo ha la sensazione di poter dire qualunque cosa, proprio perché nessuno lo ascolta. Ma il poeta non parla da solo, un pubblico che lo ascolta c’è, fossero anche solo quei tre, quattro di cui Sanguineti parlava all’inizio della sua carriera.
Stabilito ciò, la seconda parte della conversazione solitamente prosegue più o meno così:
“Quindi tu hai scritto un libro di poesie. Recitamene una! Che poi, in fondo, la poesia, si sa…”
È sempre interessante notare che ancora vige una certa idea di poeta come di un sovraessere ispirato che siccome vive sulle vette può, da prima, essere un dispenser di refoli metafisici e poi può, con voce vaga e lontana, accennare cos’è la poesia.
A me piace rispondere, invece, che la poesia è un posto bello dove accadono cose piacevolmente strane. Un posto bello nel migliore dei casi, in quella fatta bene, e per farla bene non esiste un solo modo, non esiste la Poesia, esistono le poesie efficaci. Però così la definizione è ancora troppo fumosa, perché può valere anche per il teatro, ad esempio. Quindi, preciso: la poesia è un posto bello dove accadono cose piacevolmente strane con le parole. Anzi, piacevolmente disorientanti, con le parole.
Il linguaggio si consuma, è fisiologico. La nostra epoca non fa differenza, quello che però la differenzia dalle altre epoche è la iper-verbalizzazione e verbosità che ci assedia dalla mattina alla sera.
Il poeta è una persona che cerca di arginare questo flusso di esplosioni a salve e fumi sensazionalistici con cui veniamo accecati quotidianamente, accostandosi con cura alle parole; spende parte del suo tempo per osservarle, maneggiarle, scuoterle, sentire cosa c’è dentro, quale suono emettono, accostandole in un modo piuttosto che in un altro che cosa producono, quali sensazioni scuotono, quali significati si affacciano.
È un cittadino che cerca di praticare la respirazione bocca a bocca al linguaggio intossicato e per questo è utile fare e leggere poesia, perché significa rivitalizzare la lingua, bene comune, in cui siamo immersi sempre e per tutta la vita. In cui immergiamo gli altri, ogni qualvolta ci rivolgiamo loro; in cui immergiamo noi stessi, pensando incessantemente.
La poesia non è un regime, dà libertà di movimento, che non significa che vale tutto, ma che accetta di buon grado le contraddizioni. È un fatto pubblico, è un’azione che coinvolge le altre persone alle quali si chiede di dedicare parte del loro tempo per stare attenti a che cosa abbiamo da dirgli (poesia verbale), mostrargli (poesia visiva e concreta) e fargli ascoltare (poesia sonora). Per questa ragione fare poesia è una responsabilità. Quindi è anche una forma di rischio, che vale la pena affrontare però, perché può risultare in grado di prendere le stesse fatue parole delle chiacchiere da bar e trasformarle in un dialogo in grado di irrobustire il muscolo dell’umanità.
Musculus: diminutivo di mus (topo), perché il muscolo guizza come il roditore, lo stesso che rosicchiando consuma i fili elettrici lasciandoci al buio, dov’è bene avere lo sguardo allenato a sostenere l’oscurità.


La poesia come “sguardo allenato a sostenere l’oscurità”, che sa cogliere l’invisibile, la vibrazione misteriosa che intesse la vita…ci può essere qualcosa di più nobile?