Senza che la loro presenza assicuri una perfetta riuscita, mi sembra che tre siano gli elementi necessari a fare poesia: esistenza, verità e lingua.
Esistenza come campo d’indagine, verità come prospettiva e lingua, che è la poesia stessa, la sua essenza profonda.
Quanto sappiamo della realtà lo sappiamo per esperienza diretta: nessuna conoscenza si dà fuori da ciò che ci ha intimamente toccato. Questo, per un poeta significa non poter scrivere che attraverso ciò che vive o ha vissuto avendo modo, solo attraverso l’effettivamente esperito, di poter entrare in contatto con una dimensione sovrapersonale, sebbene parziale. Ogni volta che si decidesse di bypassare il vissuto per entrare in relazione con un preteso universale (l’Esistenza, quella con la “e” maiuscola) l’operazione sfocerebbe necessariamente nel kitsch, nell’inautentico: scrivere una poesia sull’amore, sulla vita o “su” qualsiasi altra cosa, questo sarebbe assai inautentico. Allo stesso modo, ritenere ciò che si sente, si vive o ci accade l’oggetto della poesia equivarrebbe a relegare quest’ultima a cronaca del privato o diario intimo, fatto, quest’ultimo, da cui non sfugge buona parte del sottobosco poetico attuale.
La lirica, in particolare, è assai vulnerabile sotto quest’aspetto, per sua natura porgendo il fianco a un soggettivismo esasperato che nasce e muore nei confini del proprio vissuto, incapace d’essere riscattato dal lavoro sulla lingua il quale, in molti casi, si risolve in un “poetichese” d’accatto, dominato da usura delle immagini o forzatura delle stesse, versificazione fragile e sintassi trascurata. Sono assai più comuni, perché più semplici, gli interventi sulla lessicologia: chiamare l’attenzione sulla singola parola è una pratica a buon mercato; più complesso è pensare in termini di verso (reale, non importa se misurato o libero) e quindi di ritmo, accentazione, equilibrio nella macroforma.
Sottolineerei come partendo da considerazioni più generali riguardanti il cosa scrivere (di sé? E in che termini?), si sia passati naturalmente a riflessioni sul come scrivere: a conferma del fatto che la tecnica, in poesia come in ogni arte, è il solo elemento in grado di creare una forma organicamente aderente a ciò con cui si è entrati in contatto e che s’intende riportare. È altrettanto evidente che una tecnica con nulla cui aderire si risolverebbe in una serie di “trovate” che, presto o tardi, mostrerebbero il vuoto centripeto su cui poggiano.
Il rischio della “cattiva coscienza”, della posa, rimane dietro l’angolo pur coltivando ogni buona intenzione: mantenere la verità come prospettiva – tentare l’attitudine alla verità, non potendo in alcun modo essere essa l’oggetto della ricerca ma, semmai, il metodo – è più complicato di quanto si potrebbe pensare. Le insidie dello stile, la tendenza di questo a diventare maniera, a cristallizzare forma e punto d’osservazione, sono sempre in agguato, complice una vocazione all’originalità – l’aspirazione a creare per sé una voce personale – che, se mal indirizzata, finisce per fare di un mezzo il fine. Esercitare la verità come metodo, allora, significherà praticare la temperanza e affinare i sensi davanti al letterario, ciò che più ci allontana dalla vita.
Non è raro che un autore, pure valido, si affezioni a un certo modo di scrivere: scelta del tono di voce, strutture sintattiche, misura dei versi, ritmo e via dicendo. Questo, in prima battuta, può sembrare un dato significativo solo quando posto in relazione alla monotonia che caratterizzerebbe le sue pubblicazioni. Se, però, pensiamo lo stile – e quindi la forma – non solo un modo di scrivere ma di vedere il mondo – e quindi la prospettiva di verità da cui si tenta di cogliere la parte di reale che ci è concessa in quanto esseri umani determinati – allora, la situazione muta. Stazionare a lungo, fermarsi in luoghi confortevoli infiacchirà la facoltà dello sguardo. Lo stile, da forma organica, passerà ad essere schema collaudato in cui incastrare un punto di vista sulla realtà ormai divenuto solito.
La nostra è una partita che si gioca nella lingua: vorremmo poter dire la vita, dirla naturalmente.
Sappiamo, però, di un’irriducibilità di quest’ultima alla parola e alla scrittura:
“La verità sta più in alto, o più in basso della lingua, comunque in un piano inconoscibile. Non è più accettabile una fiducia nella lingua, perché le parole non sono affatto più vere delle cose. Ciò di cui si può essere sicuri è forse solo della necessità di sperimentare una ricerca del limiti, a partire dal corpo e dal suo respiro (1).”
Ridurre lo scarto fra le cose e la lingua è il mestiere da portare avanti.
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(1) Stefano Dal Bianco, in “Scarto minimo”, Padova, 1987.

