Senza che la loro presenza assicuri una perfetta riuscita, mi sembra che tre siano gli elementi necessari a fare poesia: esistenza, verità e lingua.
Esistenza come campo d’indagine, verità come prospettiva e lingua, che è la poesia stessa, la sua essenza profonda.
Quanto sappiamo della realtà lo sappiamo per esperienza diretta: nessuna conoscenza si dà fuori da ciò che ci ha intimamente toccato. Questo, per un poeta significa non poter scrivere che attraverso ciò che vive o ha vissuto avendo modo, solo attraverso l’effettivamente esperito, di poter entrare in contatto con una dimensione sovrapersonale, sebbene parziale. Ogni volta che si decidesse di bypassare il vissuto per entrare in relazione con un preteso universale (l’Esistenza, quella con la “e” maiuscola) l’operazione sfocerebbe necessariamente nel kitsch, nell’inautentico: scrivere una poesia sull’amore, sulla vita o “su” qualsiasi altra cosa, questo sarebbe assai inautentico. Allo stesso modo, ritenere ciò che si sente, si vive o ci accade l’oggetto della poesia equivarrebbe a relegare quest’ultima a cronaca del privato o diario intimo, fatto, quest’ultimo, da cui non sfugge buona parte del sottobosco poetico attuale. Continua a leggere

