[foto di Daniele Ferroni]
Scrivere per sbendare la ferita
La poesia è una ferita individuale
che diventa musica collettiva.
Maria Grazia Calandrone
Sono “morta emotivamente e psichicamente”, per usare le parole della mia terapeuta, quando mio figlio si è suicidato tre anni e mezzo fa. Allora e per molti mesi a venire sono stata come altrove. Tutto ciò che era vitale per me non esisteva più, compresa la scrittura. Non riuscivo più a seguire un film, ad ascoltare musica, né tantomeno a leggere poesia o qualsiasi altra cosa. Potevo solo camminare e nuotare perché erano i modi in cui il corpo cercava di fuggire la violenza del pensiero. Il primo libro su cui sono riuscita di nuovo a concentrarmi è stato il volume dei Meridiani dedicato alle opere di Sylvia Plath, forse in virtù di un’affinità con il suo sentire e per una ricerca di solidità espressiva. A poco a poco ho ripreso a leggere con costanza, poi a scrivere versi e infine, passato quasi un anno, a partecipare a incontri di poesia.
Tutto questo per me non ha rappresentato una rinascita, ma una parte della mia strategia di sopravvivenza. Sono stata più volte invitata a pronunciarmi sul valore terapeutico della scrittura. Certamente considero la poesia una cura in quanto è la modalità espressiva, creativa che ho scelto o che, per meglio dire, mi è toccata in sorte. Mi è capitato di recente, in occasione di un incontro organizzato da Poesia Festival, di paragonare la scrittura in versi alla preparazione di una torta. Ho strappato qualche sorriso ma in realtà ero seria. La creatività è forse ciò che più di ogni altra cosa ci caratterizza in quanto specie umana e si esprime in innumerevoli modi. La poesia non è che uno tra questi. La musica, la pittura, la cucina, il giardinaggio, il cucito, tutte le arti sono una manifestazione autentica e vitale di noi stessi. La poesia mi ha richiamata e io le sono andata incontro spontaneamente, sottomettendomi al piacere di leggerla, di studiarla, di tradurla e da ultimo di scriverla.
La pubblicazione di Ex Madre (Arcipelago itaca, 2022) ha attirato su di me molta più attenzione rispetto ai libri precedenti. Lo so bene: ciò dipende da un lato dall’evento tragico di cui tratta e dall’altro dal fatto che per qualche tempo, sui social, anch’io sono diventata un po’ un personaggio. Ed è il personaggio, più che i testi in sé, che di questi tempi sembra garantire interesse. Quando è morto mio figlio sono stata travolta da un’ondata di affetto spontanea e disinteressata, ho sentito una comunità poetica raccogliersi intorno a me per sostenermi. Così, nei momenti di sconforto dei primi mesi, quando il dolore era insopportabile, ho scritto qualche frase su Facebook e pubblicato poche foto del mio viso sofferente, perché nell’affetto che ne seguiva trovavo un appiglio per non sprofondare. Certo, non mancava chi mi stesse accanto fisicamente ogni giorno, ma cosa fare quando nella notte il terrore mi aggrediva? Condividere un pensiero, senza disturbare nessuno in particolare, raccogliere la mano tesa di chi si trovasse di passaggio, era l’unica cosa che in quel momento credevo di poter fare. A poco a poco le frasi hanno lasciato il posto alle poesie e le molte persone che hanno seguito la mia vicenda sono state pronte a procurarsi il libro poi pubblicato.
Non amo particolarmente la modestia, vera o falsa che sia, di chi svaluta la propria scrittura eppure la diffonde. Pubblico i miei versi perché ci credo, perché sono il frutto della mia dedizione e li apprezzo. Vale il contrario per la mia abbondante produzione narrativa, che non ritengo all’altezza della letteratura che amo e infatti tengo per me.
Pur riconoscendo di aver raffinato il mio stile in Ex Madre, so che un’accoglienza così buona non sarebbe mai stata possibile con un altro libro. Mi sono chiesta naturalmente se fosse il caso di pubblicare un libro così, se non fosse un modo di approfittarsi dell’accaduto mancando di rispetto a mio figlio. Ho deciso di farlo concentrandomi unicamente sull’esperienza dei superstiti, senza alcun riferimento al (supposto) sentire di chi decide di togliersi la vita, e per compiere il dovere verso me stessa di attuare strategie di sopravvivenza conservando almeno una parte della mia identità. Non avrei potuto scrivere di altro perché niente mi stava ormai a cuore: ho portato avanti il mio lavoro sulla lingua applicandolo all’unico tema che potessi trattare.
Molte cose sono cambiate in questi tre anni e mezzo: ora coltivo appieno la passione per l’arte, ho una nuova e felice relazione che mi porta anche a sperimentare la dimensione per me nuova del viaggio, amo frequentare gli amici e organizzare incontri di poesia. A vedermi nella quotidianità, sembro una persona abbastanza realizzata e perfino allegra. Ma il pensiero ossessivo mi sta sempre attaccato con il suo carico di terrore e la tentazione di morire. Gli resisto con tutti gli strumenti che ho a disposizione: la psicoterapia, gli psicofarmaci, un gruppo di auto mutuo aiuto. Gli resisto indossando sempre una corazza per proteggermi dai crolli improvvisi, dall’aggressione dei ricordi, dalla sottovalutazione del mio vissuto, dalle frasi fatte e dalla superficialità degli altri. Ho imparato a trattenere il pianto che all’inizio scoppiava torrenziale da un momento all’altro.
Quando scrivo sono libera di abbassare finalmente le difese: è come sbendare la ferita per farla respirare finalmente, poterla osservare mentre sanguina ancora, mentre duole e cicatrizza. Pubblicherò un nuovo libro nei prossimi mesi, una sorta di prosecuzione di Ex Madre in chiave più dolce, incentrata sulla ricerca di una riconciliazione dopo lo strappo. Nel frattempo ho licenziato per la stampa una plaquette che si distacca dal percorso del lutto riprendendo poesie scritte tra il 2017 e il 2019 e alcuni componimenti più recenti, che rispondono perlopiù a suggestioni cinematografiche.
Il titolo scelto per quello che avrebbe dovuto essere un lavoro di più ampio respiro era Sovraliminale, nell’accezione che il termine assume nelle opere del filosofo e scrittore tedesco Gu?nther Anders. “Chiamo ‘sovraliminale’ quegli avvenimenti e quelle azioni che sono troppo grandi per essere compresi dall’uomo: piu? grandi quindi di quelli che possono essere percepiti e ricordati” scrive Anders, e le 32 poesie in cui si è condensato il mio progetto iniziale seguono le manifestazioni del “sovraliminale” in una ideale storia dell’umanita? dalla creazione fino al postumanesimo. Una storia che appare pervasa di orrori dei quali non avvertiamo il peso della corresponsabilita? proprio perche? si collocano al di sopra della nostra soglia percettiva. Il titolo suona oggi come una premonizione crudelmente ironica dell’accadimento che avrebbe colpito la mia vita (la mia esperienza è stata definita indicibile, inaudita, inconcepibile) e sarebbe stato perfetto per le poesie poi riunite in Ex Madre.
Promuovendo questo nuovo libro, in uscita nella collana Le Gemme curata da Cinzia Marulli per le Edizioni Progetto Cultura, proverò a staccarmi dal lutto per vedere se riesco ancora ad affrontare le tematiche che un tempo mi erano care, a misurarmi con questioni storiche, filosofiche, religiose, politiche (come nei volumi Gli obbedienti uscito per Cicorivolta nel 2016 e La statura della palma. Canti di Martiri antiche pubblicato da Cofine nel 2019).
Se la scrittura rimane perlopiù ancorata al pensiero ossessivo, affido l’esplorazione di altri territori alla traduzione e al lavoro critico su altri poeti. Ho una formazione come traduttrice e redattrice e mi sono addottorata in Scienza della Traduzione traducendo in metrica Les Fleurs du Mal di Baudelaire (la traduzione è uscita nel 2010 per i tipi dell’editore fiorentino Le Cáriti). Per lavoro traduco narrativa, saggistica, fumetti e albi per ragazzi e al contempo cerco di non trascurare la traduzione poetica. Oltre a Baudelaire, ho tradotto Jules Laforgue (i Derniers vers sono usciti per Marco Saya nel 2020) e al momento sto lavorando sugli Chants d’Utopie di Brice Bonfanti, un poeta contemporaneo diversissimo da me.
Cerco sempre l’opportunità, studiando e traducendo, di confrontarmi con scritture molto lontane dalla mia (in genere componimenti in metrica regolare o testi afferenti alla poesia cosiddetta di ricerca) per poter evolvere, definendo la mia voce individuale e confermando o mettendo in discussione di volta in volta il mio percorso.
Francesca Del Moro è nata a Livorno nel 1971 e vive a Bologna. È laureata in lingue e dottore di ricerca in Scienza della traduzione. Ha pubblicato i libri di poesia Fuori tempo (Giraldi, 2005), Non a sua immagine (Giraldi, 2007), Quella che resta (Giraldi, 2008), Gabbiani ipotetici (Cicorivolta, 2013), Le conseguenze della musica (Cicorivolta, 2014), Gli obbedienti (Cicorivolta, 2016), Una piccolissima morte (edizionifolli, 2017, ripubblicato nel 2018 come ebook nella collana Versante Ripido / LaRecherche), La statura della palma. Canti di martiri antiche (Cofine, 2019), Ex madre (Arcipelago Itaca, 2022) e Questo posto buono (edizionifolli, 2023). Ha curato e tradotto numerosi volumi di saggistica e narrativa e ha pubblicato una traduzione isometrica delle Fleurs du Mal di Charles Baudelaire (Le Cáriti, 2010) e la traduzione dei Derniers Vers di Jules Laforgue (Marco Saya, 2020). Fa parte del collettivo Arts Factory e del Club Pavese+Tenco insieme a Federica Gonnelli e alla fondatrice Adriana M. Soldini, con le quali ha contribuito come traduttrice e performer ai cataloghi, alle opere di videoarte e alle performance di presentazione delle mostre collettive di arte contemporanea Scorporo (2011), Into the Darkness (2012) e Look at Me! (2013), nonché allo spettacolo Rose gialle in una coppa nera dedicato a Cesare Pavese e Luigi Tenco (2018). Propone performance di musica e poesia insieme alle Memorie dal SottoSuono, con cui ha inciso due brani inclusi nelle compilation Leitmotiv 13 (2013) e Leitmotiv 14 (2014) prodotte da Fuzz Studio e ha partecipato alla realizzazione del primo album omonimo (2016). Nel 2013 ha pubblicato la biografia della rock band Placebo La rosa e la corda. Placebo 20 Years, edita da Sound and Vision. Dal 2007 organizza eventi in collaborazione con varie associazioni bolognesi e fa parte del comitato organizzativo del festival multidisciplinare Bologna in Lettere.


