Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


Di due, uno

[Mt 22,34-40]

Amerai il Signore tuo Dio…”

“Amerai il prossimo tuo…”

Due amori, una sola misura: tutto.

Se amare è recepire il Tu in tutto il suo essere se stesso, così com’è, per quello che è, allora, o è tutto o non è.

Non può esistere un confine all’amore. “Tutto il tuo cuore, tutta la tua anima, tutta la tua mente”. Nulla è escluso.

Anche il termine greco esprime la globalità: òlos. Non si ama fino ad un certo punto. O si ama totalmente o non si ama.

Non parliamo di un atteggiamento che si fonda su sentimenti o su motivazioni. Se così fosse, non amerei il tu che mi sta davanti ma la motivazione che mi spinge verso l’altro. Sarebbe, cioè, un amore destinato a finire con il mutare del sentimento o il cadere della motivazione che l’ha generato.

Nel momento in cui posso rispondere alla domanda sul perché del mio amore, ho, nello stesso momento, affermato l’insussistenza del mio amore.

Tutto vuol dire proprio Tutto. Non si accontenta di rimasugli di tempo o di spazi affettivi che generosamente concediamo, più per rispondere a precise esigenze di conforto spirituale o fisico che per fare spazio all’altro che si presenta.

L’amore è totalizzante, sempre, ancor più se visto da una prospettiva cristiana. Tanto questo è vero che nella prima lettera di s. Giovanni, si afferma addirittura che “Dio è amore” [1Gv 4, 7 e seguenti]. E l’amore è Dio. Come posso, dunque, amare l’amore? L’amore non diventa un vago sentimento di inquietudine che mi porta solo alla insoddisfazione del presente, senza un oggetto, senza una concretezza? (1)

L’amore ci appare solo nel momento in cui se ne fa esperienza. Solo quando ci si scopre amati, si fa esperienza dell’amore. Amare Dio è scoprirsi amati e, quindi, capaci di amore. E’ il Tu di Dio che mi rende capace di percepire il tu come alterità e, come tale, amarlo.

 Il secondo è simile al primo. Simile non vuol dire uguale, ma vuol dire indisgiungibile al punto che non c’è il primo senza il secondo e viceversa. Perché l’amore sia amore è necessario che mi raggiunga ma che non abbia in me la sua scaturigine. Altrimenti, sarebbe solo un prodotto delle mie insufficienze e non potrebbe avere la forza liberatrice che ha, né l’efficacia salvifica che fonda le vicende umane.

Per questo, i cristiani affermano che Dio è amore e non c’è altra definizione di Dio, nelle Scritture.

Per questo, l’amore o è tutto o non è. Non c’è una verticalità e una orizzontalità, nell’amore: è Tutto.

Un tutto coincidente con se stesso, non frazionabile, non separabile dalle sue manifestazioni.

L’atto d’amore, così compiuto, è umanizzazione dell’atto divino e, ogni volta che si compie, Dio accade e si manifesta, proprio nello spessore dell’ora e qui.

Non è un caso che i grandi mistici, nella storia, siano stati anche grandi riformatori o, addirittura, rivoluzionari. Chi si immerge nel mistero dell’amore si immerge anche nel cuore della Storia e ne coglie l’anima e ne coglie la concreta consistenza.

Ama Dio….Ama il prossimo. Uno è il comandamento: Ama.

Tutto il resto sarà in aggiunta.

E quando tutto finisce, l’amore resta. Quando tutto sarà finito, solo l’amore resterà.

(1)

Nelle Confessioni [Libro 3,1,1] s. Agostino afferma che intorno all’età di sedici anni: non amavo ancora, ma amavo di amare (nondum amabam, sed amare amabam).

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