La parola ai poeti. Luciano Mazziotta

Tre aneddoti e tre limiti

Limite nr. 1. Inadeguata individualità.

Se mi è stata proposta, volontariamente e non-necessariamente, questa parola in questo spazio, altrettanto volontariamente e non-necessariamente posso rispondere. D’altra parte, mi è stato offerto questo luogo sulla base di un mio fare, quindi è necessario delimitare ciò che potei dire, nella consapevolezza che il come e il che cosa sono differenti per ogni fare in cui sono coinvolto. Il fare in questione è relativo all’atto di aver scritto dei libri, che, in un modo o nell’altro, sono delimitati al campo di quello che viene denominato comunemente poesia.

Ho ripetuto più volte la parola limite, delimitato, limitare, per una questione meno poetica e più agorafobica: che cosa mi è stato chiesto in questo spazio? Ho bisogno di un confine. Esprimere una visione della scrittura in versi, la mia esperienza con la scrittura in versi, le mie relazioni con l’ambiente inerente alla sfera di chi si occupa di questa pratica. Si tratta di un tema illimitato, per uno spazio, quello virtuale, illimitato anch’esso. Agorafobia: mi è opportuna una barriera. Non parlo di traccia: le indicazioni, del resto, sono chiare.  Parlo di un illimitato che, in quanto tale (e tanto per la parola quanto per il mio fare), posso pensarlo esclusivamente per mezzo di una esperienza del limite. Esperire il limite non significa, però, per me, esperienza agonistica e adrenalinica del rischio. Ha a che fare, invece, con i propri (i miei) limiti: fare quello che posso fare, e ciò che riesco a fare, secondo la individualità di soggetto che esperisce. 

“L’essere umano vuole essere identico con la sua fede, vivere nella sua fede […] e così afferma un’inadeguata individualità […], poiché in ogni cosa sentirà che essa è giusta in riguardo alla continuazione della sua vita in quel modo”, così annota C. Michaelstaedter nei suoi studi preparatori su Parmenide. Non appena ci si accorge che non esiste un unico modo se non quello prefissatosi, né potendo supporre un giusto, se non quello autoimposto, l’individualità si scopre inadeguata (e insoddisfatta sempre). C’è anche da aggiungere che il giusto, o meglio quel giusto cui ci si convince che sia giusto (in questo caso ad esempio una tipologia di scrittura piuttosto che un’altra), ha sempre un ché di punitivo o autolimitante. Che cosa ha a che vedere tutto questo con la scrittura in versi? Intanto si potrebbe includere quel giusto e quel modo (autoimposti) all’interno di ciò che viene definito progetto. Ma il progetto fallisce o, per dirla con Michaelstaedter, è inadeguato sempre. Scrivere dei versi, per me, vuol dire scrivere secondo un mio modo (limite) e una mia “giustizia autolimitante” e scoprire alla fine che il progetto e la resa sono inadeguati l’uno per l’altra. Si tratta di una legislazione autoimposta per quella ragione cui accennavo sopra: non so fare diversamente, o meglio, non riesco a fare diversamente, pur tentandoci e, di conseguenza, violando il patto con me stesso. 

Tutto quello che ho scritto (e che continuo a scrivere), mi rendo conto,  è il fallimento (l’inadeguato rispetto alla volontà) di quello che avrei voluto scrivere: Previsioni e lapsus (2014) avrebbe dovuto essere una ekphrasis a partire da Malevic, la sezione Fanno spazio di Posti a sedere (2019) avrebbe dovuto essere una rivalutazione in versi del ruolo dell’odio, e invece è divenuto, per dirla con Fabrizio Maria Spinelli, un “verbario dei conflitti domestici”; per Sonetti e specchi a Orfeo (2023) avrei voluto scrivere un saggio ed è venuto fuori qualcosa di ibrido. La risposta di questo continuo fallimento risiede proprio in quella individualità che vuole vivere secondo un suo modo e una sua giustizia (il progetto) ma che non riesce a farlo e “perde la ragione finale”, Michaelstaedter direbbe, “della vita”; e io direi “della vita stessa e della scrittura.” Accettare, dunque, il proprio fallimento ha senso, nel momento in cui si è disposti ad accettare lo statuto di una scrittura (e una individualità) inadeguata soprattutto nei confronti della propria volontà e progettualità. 

Limite nr. 2. Non tacere il che cosa. 

Nelle Troiane di Euripide, Ecuba, afflitta dalla morte del marito, del figlio, e dal suo destino di schiava, si pone una tra le domande tragiche per eccellenza: “Che cosa per me è necessario tacere? Che cosa non tacere?”. Parto dalla struttura del verso che ho cercato di riprodurre, quanto meno nella disposizione delle parole. Le due metà del verso si scindono in due limiti: il pronome interrogativo introduce entrambi gli emistichi, ed entrambi gli emistichi si chiudono con lo stesso verbo, tacere. Il pronome interrogativo e il silenzio svolgono il ruolo di limite all’interno del quale potrebbe accadere qualsiasi enunciazione. Il pronome e il silenzio, prima non negato, e poi negato, delimitano ciò che potrebbe divenire. Le due interrogazioni sono perfettamente compiute, non in opposizione ma “simmetriche”, per dirla con René Girard. Se si osserva il testo come se si osservasse un’immagine, entro la cornice del Che cosa e del tacere c’è qualcosa che muta: tra la prima e la seconda domanda si verifica la sparizione del soggetto (per me) e del necessario. Partendo dal presupposto che quando non si tace non si sta parlando, ma si sta facendo comunque altro che non è né silenzio né parola, Ecuba indica una delle possibili vie di poetica: non tacere un qualcosa che sta al posto di qualcos’altro, quel che cosa che introduce tanto il tacere quanto il non tacere

Per quanto mi riguarda, il punto è che non so che cosa sia questo che cosa. So che, nel frattempo, nella simmetria tra affermazione e negazione, nella confusione di due forme di enunciazione, nel momento in cui ci si chiede di “non tacere”, l’io e il necessario vengono sotterrati nel sottinteso: invisibili graficamente, d’altra parte esistono. In parte il soggetto-sottinteso potrebbe essere quella inadeguata individualità di cui parlava Michaelstaedter, ma, d’altra parte, non è chiaro né al posto di che cosa stia il che cosa, né il dove né la sostanza di quel necessario che spinge a non tacere (senza alcun intento che abbia a che vedere con quello che un tempo si definiva engagement.). So, sappiamo che forse c’è, e ne siamo in cerca, anche per evitarlo. A partire dalle parole di Ecuba, direi che praticare una tipologia di scrittura potrebbe avere a che fare con la ricerca della sostanza, del luogo, e della ragione di quel sottinteso che vincola, obbliga e censura (o si censura); con Il non-tacere, infine, qualcosa che sta al posto di qualcos’altro, senza avere, d’altra parte, coscienza di chi o che cosa sia questo qualcos’altro. 

Limite nr. 3. Disinteresse moribondo.

Il filosofo è per sua natura moribondo, dice Socrate nel Fedone poco prima di morire, mentre sostiene di trascorrere il poco tempo che gli resta componendo “miti” – favole – alla maniera di Esopo, gli stessi miti contro i quali si era scagliato nel corso di tutta la sua vita. Anfitrione, nelle prime battute dell’Ercole euripideo, si definisce “vecchio in-necessario” e poi, nel giro di pochi versi, sostiene che è “necessario” prendersi cura dei nipoti e della nuora. Tanto Socrate quanto Anfitrione hanno coscienza di essere al limite della propria vita, di essere a ridosso di. Questa consapevolezza, tragica, moribonda, invecchiata, potrebbe sciogliere Anfitrione dal necessario e, d’altra parte, incita Socrate a fare quello che non avrebbe mai pensato di fare, essendo ciò che è divenuto ed è sempre stato: un moribondo. 

La percezione di essere moribondi è quel limite umano di cui si prende coscienza ed è un limite connesso tanto all’essere quanto al fare, senza che i due si sovrappongano, però. Socrate è moribondo e fa favole (non è un favolista, è un filosofo). Anfitrione è vecchio e quindi può fare slegato dalla necessità. L’idea che possa essere somministrata, da un momento all’altro, della cicuta, permette tanto di indagare e riflettere sulla cicuta stessa, quanto sulla finitudine; l’idea di essere vicino al limite permette di essere “svincolati” dalle relazioni parentali, tanto che Anfitrione rientra nel sistema delle relazioni necessarie, quando ricorda di essere nonno, e non di fare il nonno, quando cioè si innesca la sovrapposizione tra fare ed essere. Tutto questo ennesimo aneddoto mi è funzionale esclusivamente per sostenere che nel momento in cui fare scrittura in versi coincide con l’essere scrittori di versi, si rientra nella contraddizione delle relazioni familistico-gerarchico-patriarcali: a quel punto si inizia a parlare di padri, relazioni, gruppi, di ambiente di chi pratica la scrittura, di necessario insomma. 

Non sto scrivendo un elogio all’isolamento, né tantomeno assumendo una posa titanica. O forse sì, ma nell’unico senso indicato dalla paraetimologia di Esiodo: titani è il nomignolo dato da Crono ai propri figli che sono ineluttabilmente destinati a “tendere le braccia” (titaino) per uccidere il padre. Non intendo, d’altra parte, tematizzare l’uccisione simbolica del padre dal punto di vista letterario, dei rapporti col Novecento, delle influenze, etc.. Mi riferisco, invece, a quella fondamentale spinta titanica che, in una prassi svincolata come quella della scrittura in versi dei moribondi, potrebbe condurre all’uccisione (o quanto meno ad una distanza) delle rappresentazioni patriarcali interne in senso sociale e archetipico. Uccidere il padre, insomma, e il fare da padre dentro di sé che incita a inserirsi all’interno di rapporti e vincoli di necessità.  

Del resto, tornando ad Euripide, l’unico titano nell’Ercole è Ercole stesso. Colui che in un atto di folle lucidità può permettersi di svincolarsi da tutti i rapporti che lo tenevano ancorato al suo essere padre e non lo fa più: si libera di tutto il sistema. L’ambiente.  

 Biobibliografia Luciano Mazziotta 

Luciano Mazziotta (Palermo, 1984) vive a Bologna e insegna Lingua e letteratura italiana e latina. Nel 2014 è uscito il suo libro di poesie Previsioni e lapsus (Zona), nel 2019 Posti a sedere (Valigie Rosse) e, da ultimo, nel 2023 Sonetti e specchia  Orfeo da R. M. Rilke (Valigie Rosse). Suoi testi sono stati pubblicati su lit-blog e riviste cartacee. 

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